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di Sergio Della
Valle
(dal giornale del Camper Club La Granda "INSIEME" N.
28 1/96)
L'itinerario di questo mese vuole portarvi alla scoperta di una
delle più interessanti regioni della nostra Italia: la
Sardegna. In questa terra antichissima sono riassunti sia gli
aspetti naturali, con paesaggi dolci, spiagge incantevoli, montagne
selvagge; sia gli aspetti storici con documentazioni di civiltà
primordiali che vanno dai nuraghi ai resti romani ed alla dominazione
spagnola. Un incontro, quindi, tra antico e moderno che sollecita
la nostra curiosità. Il viaggio ha inizio nella seconda
decade di settembre quando la calca estiva è finita e l'isola
si presenta più vera e genuina.
1° Giorno
Partiamo di pomeriggio. Prima tappa di trasferimento è
Marina di Massa su un piazzale all'inizio della città dove
pernottiamo.
2° 3° Giorno
Ce la prendiamo con calma, andiamo a trovare degli amici e ci
rechiamo a Lucca per la fiera.
4° Giorno
Arriviamo a Livorno. In serata ci imbarchiamo per Olbia con la
compagnia "La Linea dei Golfi". Ci sistemiamo sul ponte
superiore (open deck) così si può dormire in camper.
Il costo, siamo nel '92, è di L. 355.000 A.R.
5° Giorno
In mattinata sbarchiamo ad Olbia. Passiamo da porto S. Paolo dirigendoci
al villaggio Nuragheddu per salutare degli amici. Nelle vicinanze
c'è Marina di Lampostu, bel piazzale, spiaggia con mare
cristallino.
6° 7° Giorno
Per la notte ci fermiamo al villaggio Nuragheddu. Il giorno dopo
siamo a S. Teodoro per spostarci poi a punta "Coda di Cavallo".
Il luogo anche se tutto costruito e lottizzato è splendido.
Siamo solo a metà settembre, non ci sono più turisti,
e la spettacolare baia è tutta per noi.
8° Giorno
Ritorniamo ad Olbia e dopo un breve giro al mercato locale, proseguiamo
per la costa smeralda con visita a Porto Rotondo, Porto Cervo,
Cala Liscia di Vacca. Questa frastagliata fascia costiera è
ricca di scogliere, spiagge, ma soprattutto di lussuosi ed eleganti
alberghi. Per la notte ci fermiamo a Baia Sardinia.
9° Giorno
Risaliamo fino a Cannigione, raggiungiamo Palau da dove prendiamo
il traghetto per una breve escursione alla Maddalena.
10° Giorno
Lasciata la Maddalena continuiamo il nostro bordeggiare sino al
promontorio di capo Testa. Lo spettacolo è superbo, vediamo
in lontananza la Corsica e sotto di noi un mare trasparente ed
invitante.
11° Giorno
Andiamo a Torre Vignola, piccolo villaggio in mezzo ad una natura
incontaminata. Rocce granitiche dalle forme più strane,
paesaggi dolci di macchia intatta, calette e spiagge da sogno
ne fanno un paradiso per gli amanti del plein air. Per chi lo
desidera c'è anche un ottimo campeggio immerso in una pineta.
Noi per la notte ci fermiamo nel paese di Isola Rossa, dove ci
sono buoni spazi disponibili e fontane pubbliche.
12° Giorno
Arriviamo a Castelsardo. Visita al Castello ed al vecchio borgo
(cinto da mura e percorso da ripide scalette) che si affaccia
sul mare. Per la sosta notturna ci sistemiamo sul porto.
13° Giorno
Proseguiamo verso Porto Torres con una fermata alla marina di
Soroso. Pinete, spiagge, vie di accesso al mare ampie e perpendicolare,
punti di sosta, piazzette con fontane creano nuovamente una zona
costiera vivibile. Oltrepassiamo Porto Torres, consigliando a
chi volesse proseguire verso Stintino di percorrere la strada
interna per uscire verso il mare in un'altra splendida località:
Tonnara Saline. Questa cittadina, oltre alla graziosa, sottile,
lunga spiaggia è circondata da una natura intatta e selvaggia
e da alcuni stagni che un tempo venivano usati come saline. Noi
decidiamo di dirigerci direttamente al famoso e celebrato promontorio
di "Capo Caccia", dove ci fermiamo per la notte. Per
chi volesse fare acquisti di prodotti locali, suggeriamo il caseificio
e la cantina in località S. Maria la Palma dove i prezzi
ed i prodotti sono ottimi.
14° Giorno
Notte tranquilla al villaggio "Capo Caccia". Pertanto,
sereno e rilassati, andiamo a visitare le grotte di Nettuno. La
via più spettacolare è la discesa attraverso la
"escala del cabirol". Millecinquecento gradini tra andata
e ritorno, una fatica che vale la pena affrontare perchè
il panorama che ci appare è indescrivibile. Per chi avesse
ancora fiato, può continuare la passeggiata per la stradina
che parte dal parcheggio della rampa di accesso e conduce sulla
cresta del promontorio. Da quell'altezza potrà ammirare
un'altra grandiosa e spettacolare veduta. In serata ci trasferiamo
ad Alghero nel campeggio "la Mariposa" molto comodo
alla città.
15° Giorno
Dedichiamo la giornata a visitare la piacevole e spagnolesca Alghero.
16° Giorno
Lasciamo la città sotto un sole cocente, il termometro
segna 31 gradi all'ombra. Ci dirigiamo verso Bosa. Le coste sono
belle, così la natura circostante ed il fiume Temo, navigabile,
che collega la cittadina al mare; ma il suo centro ci delude.
Lo troviamo trascurato, sporco, abbandonato a se stesso; peccato
non valorizzare le sue abitazioni con quei caratteristici balconi
che farebbero rivivere l'atmosfera dell'epoca catalana. Per la
notte sostiamo sul piazzale alla marina vicino al porto.
17° Giorno
Partiamo da Bosa Marina percorrendo la litoranea. Il paesaggio
è tipico sardo, qui si respira la tradizione attraverso
le usanze dei vecchi paesi. Per le strade si incrociano ancora
i contadini che a dorso di asinelli si recano al lavoro nei campi.
Facciamo una tappa a Cuglieri, paese arroccato con stradicciole
pittoresche e pulite. Per la notte ci fermiamo a S. Caterina di
Pittinuri.
18° Giorno
Lasciamo questa tanto decantata costa e ci dirigiamo a Putzu Idu,
sito con belle spiagge ed un vicino stagno, regno dei fenicotteri.
Siamo nella regione del Silnis dove, fatta eccezione dei giorni
festivi, o dell'alta stagione, il turismo è prettamente
locale. Ci rechiamo a Is Arutas con la sua affascinante spiaggia
formata da granelli di trasparente quarzo; infine a S. Giovanni
di Sinis. Per la notte sostiamo a Cabras.
19° Giorno
Ritorniamo a S. Giovanni per visitare gli scavi di Tharros. La
città, fondata dai Fenici è passata sotto il dominio
di Cartagine poi di Roma, è stata abbandonata nel medioevo
a causa delle scorrerie saracene. L'abitato era formato da modeste
case disseminate lungo il tracciato lastricato delle strade Romane.
Inoltre resti di fortificazioni, templi, edifici termali, camere
funerarie ci danno un quadro perfetto dell'organizzazione e dell'importanza
che ha avuto questa città. in loco è possibile la
balneazione avendo così modo di avere contemporaneamente
davanti ai nostri occhi non solo il mare, la natura, ma l'intero
complesso archeologico. Pranziamo a Marina di Torre Grande dai
bellissimi e larghi arenili. Nei dintorni sorge il villaggio di
S. Salvatore, famoso per i suoi edifici di stile messicano costruiti
per girare film. Qui, anche se artificialmente, si entra in un'atmosfera
western. Nel pomeriggio ci rechiamo a Oristano per ammirare il
suo centro sempre animato, i suoi monumenti: il duomo, S. Francesco;
poi via verso Arboirea. In seguito ci innestiamo sulla Carlo Felice
fino a Monastir, deviamo per Decimomannu, poi per la 130 proveniente
da Cagliari sino a Portoscuro, dove passiamo la notte sulla piazza
vicina alla torre.
20° Giorno
Da Portoscuro (peraltro inquinata per via della centrale elettrica
a carbone) andiamo a S. Antioco per visitare la parrocchiale di
struttura bizantina e la vicina acropoli punica. Gli scavi hanno
portato alla luce delle urne cinerarie coi resti dei primogeniti
sacrificati secondo i riti punici. Ci trasferiamo a Calasetta.
Nel porto vi è un grande piazzale ed in via Danter esiste
una fontana per l'approvvigionamento di acqua. A Calasetta, come
a Carloforte siamo colpiti dal dialetto: quasi tutti parlano con
l'accento ligure di Pegli. In passato il Principe Carlo di Savoia
aveva trasferito in questi luoghi un gruppo di prigionieri genovesi
dopo il loro riscatto.
21° Giorno
Lasciamo l'isola di S. Antioco e ci dirigiamo a Porto Pino, magnifico
golfo con spiagge e pinete. Proseguiamo per Pula dove sostiamo.
22° Giorno
Ci rechiamo nella vicina zona archeologica di Nora. Città
prima fenicia, poi punica ed in seguito romana, dove gli scavi
hanno portato alla luce resti di abitazioni, di acquedotti e soprattutto
magnifici pavimenti a mosaico. Ci trasferiamo a Cagliari, per
una breve visita alla città ed alla costa del Rei.
23° Giorno
Giornata dedicata al trasferimento ad Arbatax.
24° Giorno
Dopo Arbatax la strada si inerpica tra le montagne ricoperte da
una vegetazione selvaggia, offrendoci un paesaggio diverso e stupendo.
Scendiamo su Cala Gonone dove sostiamo.
25° Giorno
Al mattino visitiamo il villaggio nuragico di Serra Orrios, dove
si possono ammirare i resti di 70 capanne di pietra oltre a tempietti
e recinti sacri, Alla sera siamo alla marina di Orosei.
26° Giorno
Ci fermiamo per una tappa a La Caletta dove, anche se il calendario
segna 8 ottobre, facciamo tranquillamente il bagno. Ci dirigiamo
poi a Posada, caratteristico borgo con le case a gradinate appoggiate
su un roccioso costone.
27° Giorno
Transitiamo nuovamente per S. Teodoro e per Olbia. Intanto la
temperatura è scesa. l'aria è più frizzante,
perciò, decidiamo di lasciare la Sardegna. I Km percorsi
son stati 1.790. Nel nostro girovagare abbiamo tralasciato le
località interne altrettanto affascinanti; in particolar
modo la Sardegna dei pastori, del supramonte ed i nuraghi più
prestigiosi, ma appunto per questo, ritorneremo.
di Mario e Michelina Fantino e Edilio e Silvana Givonetti
(dal giornale del Camper Club La Granda "INSIEME" N.
44 3/98)
PROFUMI E COLORI DI UNA CALDA PRIMAVERA
Partiamo in due equipaggi ( l'ideale per viaggiare): siamo in
quattro persone, Michelina e Mario di Cuneo, Silvana ed Edilio
di Biella, il luogo d'incontro è Cecina, ne approfittiamo
anche per cenare.
Proseguiamo per Piombino, dove pernottiamo in un ampio parcheggio
che sovrasta il porto.
Alle cinque siamo sul piazzale di imbarco: speriamo di poter salire
per primi ed avere un posto vicino alla fiancata, invece, forse
per dovere di ospitalità, fanno salire prima i tedeschi
e noi finiamo nel bel mezzo della nave, senza vista sul mare che,
per fortuna, é comunque tranquillo.
La partenza avviene alle sette e quaranta e arriviamo ad Olbia
alle diciassette.
A pochi minuti di viaggio dal porto vi é la Chiesa gotica
di San Simplicio ( XI -XII secolo), uno dei massimi monumenti
sardi che presenta, all'interno, antiche lapidi e che propone
pure una necropoli con numerose tombe
Ci fermiamo per la sosta notturna e, la sera ( lo consideriamo
un benvenuto) assistiamo ad uno spettacolo pirotecnico.
Il mattino successivo partiamo per la Costa Smeralda: il paesaggio
é bellissimo ed insolito, é tutto un fiore, il bianco
del cisto, il giallo delle margherite ed il bruno delle rocce
dalle forme fantastiche.
Baia Sardinia, Porto Cervo, Baia degli Aranci destano più
che altro attenzione per le costruzioni supermoderne quanto disabitate.
Ci dirigiamo ad Arzachena, un grosso borgo compreso nel territorio
della Costa Smeralda e proseguiamo per Luogosanto, dove, prima
del ponte, troviamo le tombe dei "Giganti" e un Nuraghe.
Arriviamo al paese percorrendo una salita vertiginosa, vi troviamo
una fontana e tre piccole chiese: San Trano, Sant'Antonio e, al
centro del paese, Santa Maria.
Dormiamo nei pressi di quest'ultima chiesa, in una tranquillità
assoluta.
Nei pressi di Luogosanto, su indicazione di una guida turistica,
cerchiamo la Chiesa della Madonna della Neve, ma dopo alcuni tentativi
su una strada particolarmente impegnativa, non riuscendo a trovarla,
proseguiamo per Palau.
Bello il paese con vista sull'Arcipelago della Maddalena con San
Giorgio e Caprera.
Nei dintorni si trovano Cap d'Orso ( dove si può sostare
solo per qualche fotografia alla famosa roccia che assomiglia
appunto ad un orso), Punta Nera, Punta Palau e Agliura.
Proseguiamo per Santa Teresa di Gallura: anche qui il paesaggio
é tutto rocce colorate dal cisto in fiore , da una specie
di erba grassa di colore rosso vivo, da fiori azzurri e rosa,
da ginestre gialle, il tutto contornato dal mare (di una incredibile
trasparenza) il cui colore varia dall'azzurro, al verse, al blu:
lo spettacolo e meraviglioso ed indescrivibile.
C'é un vento leggero che non dà noia e la temperatura
é mite: Santa Teresa di Gallura é situata davanti
alle Bocche di Bonifacio, si può vedere una torre del XVI
secolo ed un bel panorama del centro urbano.
Splendida la strada panoramica che ci porta fino al faro di Punta
Testa.
Ci fermiamo a Porto Pozzo, anche questo un insediamento turistico
completamente deserto.
A Castelsardo, é ormai sera, cerchiamo un posto per dormire
e ci imbattiamo in un cartello che segnala un parcheggio per camper:
purtroppo é un segnale fasullo.
Giriamo per vie strette e trafficate, chiediamo informazioni,
tutti sono molto gentili e disponibili, ma nessuno sa darci indicazioni
precise sul parcheggio, alla fine ci fermiamo davanti ad un bar
ed il proprietario, gentilissimo, si dice disponibile ad ospitarci
davanti a casa sua.
Castelsardo é molto bello ed é posto su una collina
che domina il golfo dell'Asinara.
Fondato dai Doria nel milleduecento circa, conserva parte della
cattedrale cinquecentesca, splendidi pannelli nell'archivio capitolare
ed il castello.
Sulla soglia di molte case troviamo delle donne sedute che lavorano
graziosi cestini di paglia; nei dintorni possiamo ammirare il
Tempio di Nostra Signora di Tergu e la roccia dell'elefante, dalla
caratteristica forma dovuta a fenomeno erosivi.
Partiamo per Porto Torres, centro commerciale e industriale del
golfo dell'Asinara, di antiche origini che conserva resti romani,
un ponte, le terme ed il palazzo di re Barbaro, un torrione trecentesco
e la raccolta archeologica di casa Paglietti.
Bellissima é la Basilica di San Gavino, importante monumento
medioevale, che presenta una preziosa cripta e sarcofaghi romani
del III e IV secolo.
Dopo le meraviglie di Porto Torres, rimaniamo semplicemente entusiasmati
dal colore del mare di Stintino, indescrivibile per limpidezza
e, poiché il tempo è splendido ed il sole caldo,
ci fermiamo l'intero pomeriggio riempiendo i nostri occhi di tale
meraviglia.
Di fronte a Stintino, oltre all'Isola Piana, si vede molto bene
l'Asinara e quello che era il carcere.
Dopo tante meraviglie restiamo un po' delusi dall'Argentiera,
centro minerario abbandonato, per cui, dopo aver dato un'occhiata
ai cadenti resti delle gallerie, ci dirigiamo a Sassari.
Davanti all'ufficio postale troviamo un'ampio parcheggio, tranquillo
e quasi vuoto, dove la sera dormiamo.
Visitiamo il Duomo, Santa Maria di Betlem con facciata duecentesca
ed il nucleo urbano, in parte con impronta spagnola.
Notevole il museo Sanna, con collezione archeologica e pittorica
di scuola senese, sarda e spagnola: c'é pure un'0antica
fontana in restauro molto bella, peccato non poterci fermare fino
all'Ascensione, quando si svolge la cavalcata sarda che dicono
essere spettacolare.
Proseguiamo sulla statale Carlo Felice e, in località Codragianus,
troviamo una stupenda Chiesa del MCXVI in stile romanico sardo,
con resti di un convento in via di restauro: oltre a poter ammirare
il paesaggio troviamo anche tantissima acqua per rifornire i nostri
serbatoi.
Da qui proseguiamo per Capo Coccia dove arriviamo nel tardo pomeriggio,
i n tempo per percorrere i 656 scalini e visitare le grotte, non
enormi, ma belle.
Le guide sono ben preparate e molto simpatiche, da loro apprendiamo
che il dialetto parlato in loco é puro catalano.
Dormiamo tranquillamente sul piazzale con un cagnone che ci fa
la guardia.
Al mattino ci avviamo verso Alghero, ci fermiamo al porto e visitiamo
la cittadina costituita da una parte antica composta da pittoresche
stradine dove abbondano i negozi di corallo.
Della cinta muraria Aragonese rimangono alcune torri e i bastioni
spagnoli.
Notevole la cattedrale gotico - catalana e la chiesa di santa
Barbara, di impronta russa con stupende icone; nei dintorni si
trova il nuraghe Palmavera.
Dopo il pranzo ci fermiamo brevemente a Macomer e poi al nuraghe
di Santa Barbara.
Arrivati a Bosa, ci fermiamo in riva al mare in un parcheggio
sterrato e saliamo subito al castello di Serravalle, eretto nel
MCXII dai conti Malaspina, del quale rimangono solo le mura, ma
da dove si gode una vista molto bella di tutta la cittadina, del
fiume e del mare.
Anche a Bosa ci sono strette viuzze che caratterizzano il centro
urbano.
Di pregevole vi é la Chiesetta di Sant'Antonio del XV secolo,
in stile gotico aragonese.
Dormiamo cullati dal rumore delle onde e, prima di partire, facciamo
scorta del famoso vino di Bosa.
Ci dirigiamo verso Oristano: anche questa strada ci offre uno
spettacolo di fuori di ogni colore, i abbonda il giallo delle
ginestre e i cespuglio dalle forme arrotondate ( sembrano potati
da un esperto giardiniere) presentano colori che variano dal verde
pallido al giallo, dall'arancio al rosso acceso.
Lungo la strada troviamo un altro Santuario, quello della Madonna
della Neve, che si trova in località Culieri e che merita
una visita, lo stagno di Sale Porcus, con tantissimi fenicotteri
rosa e una moltitudine di uccelli acquatici, di cui riconosciamo
purtroppo solo le bianche garzette.
Una delusione, invece, i vari villaggi tutti nuovi, veri e propri
" agglomerati fantasma", completamente disabitati fuori
stagione.
A San Salvatore, la basilica dedicata al Santo é chiusa:
peccato, doveva essere molto interessante anche per la sua origine
pagana che la vedeva ,originariamente, dedicata all'acqua.
Troviamo invece aperta santa Maria del perdono del secolo XVI.
Interessanti pure le rovine di Tharros, nella Penisola del Sinis
che sono molto estese e suggestive. I reperti si trovano nel Museo
Antiquarium Arborense presso il Duomo di Oristano.
Anche questa città é molto antica essendo stata
fondata nel 1070 e possiede monumenti e chiese di particolare
rilievo: Duomo gotico, Santa Chiara, San Francesco, San martino,
la Chiesa del Carmine ( barocca) e la torre di san Cristoforo
ne sono un esempio.
Troviamo a parcheggiare vicino allo stadio, dove pernottiamo.
Appena fuori Oristano di fermiamo per visitare la chiesa di Santa
Giusta, uno dei migliori esempi di architettura pisana, con una
cripta ed un crocifisso di bellezza quasi commovente.
Proseguiamo per le rovine di Antas, percorrendo una strada tutta
curve, ma scorrevole, visitiamo il tempio ( ricostruito) e proseguiamo
per Iglesias.
La visita alla cittadina molto veloce. In poco tempo raggiungiamo
San Antioco, visitiamo il Tophet, la necropoli fenicio - punico
- romana, il museo etnografico, le catacombe e la cattedrale gotica:
tutto é molto interessante.
A Calasetta, dove ci rechiamo per passare la notte, troviamo un
parcheggio nella zona del porto riservato ai camper, proprio di
fronte all'isola di San Pietro: l'acqua é gentilmente offerta
dalla locale azienda dei trasporti.
In questo parcheggio ci fermiamo un'intera giornata.
Quando ripartiamo, percorriamo la penisola ammirando le belle
spiagge, entriamo ( per il carico e lo scarico) in un campeggio
dove, con molta gentilezza, ci consentono di usufruire, gratuitamente,
di tutti i servizi.
Il percorso, da Sant'Antioco a Nora ( dove sostiamo), é
di gran lunga il più bello di quelli effettuati fino ad
ora.
Anche a Nora troviamo rovine puniche e, dopo averle visitate,
ci fermiamo in riva al mare e, siccome il clima lo consente, ci
regaliamo una bella camminata nell'acqua.
Dopo una nottata di tutto riposo partiamo per Cagliari, troviamo
subito un parcheggio a pagamento al porto.
Qui rimaniamo due giorni, c'é troppo da vedere: le torri
trecentesche di san Pancrazio e dell'Elefante, il Bastione di
San Remy che domina la città, l'anfiteatro romano, la necropoli
punica, il museo nazionale archeologico interessantissimo per
le collezioni della civiltà preistorica sarda, punica,
romana e di era cristiana, nonché per il ricco medagliere
e la pinacoteca.
Visitiamo inoltre la cattedrale romanico pisana , altre bellissime
chiese, il giardino pubblico, l'orto botanico, il palazzo comunale,
bei palazzi e belle vie.
Ripartiamo e, in un girovagare di cale e spiagge, troviamo un
castello chiuso, ma circondato da bellissimi fiori.
A Costa Rei ci fermiamo per pranzare e fare un bagno, ma si leva
un vento fortissimo che ci costringe a proseguire.
Attraversiamo Capo Ferrato e Torre Sabina e pernottiamo a Muravera
dove vi è una bellissima fontana.
Dedichiamo di regalarci due giorni di mare e ci fermiamo nella
bellissima baia di Villapizu, Costa Corallo. Fa caldo, ci scottiamo
anche un po'.
Riprendiamo il viaggio e ci fermiamo brevemente a Tortolì,
per la spesa e in pochi minuti arriviamo ad Arbatax, con le sue
spettacolari rocce rosse, un grande porto ed un bel parcheggio
di fronte al mare.
Al mattino ci rechiamo dalla parte opposta, a Santa Maria Navarese,
dove, in borgata Tancan, troviamo un parcheggio per camper, con
carico, scarico, docce calde che, nei mesi estivi, é sorvegliato
giorno e notte.
L'area é ancora chiusa, ma i gestori la aprono appositamente
per noi: decidiamo pertanto di fermarci a dormire.
Doveva trattarsi della sosta di un solo giorno, ma ci troviamo
così bene , il mare é splendido, il tempo bellissimo,
i ragazzi che gestisco l'area gentilissimi, che alla fine i giorni
diventano cinque!
Con un po' di rimpianto riprendiamo il viaggio verso Orgosolo,
con i suoi caratteristici murales: belli, brutti, grotteschi,
satirici, sono davvero di effetto, praticamente ogni abitazione
ne possiede uno proprio.
Altra tappa a Nuoro dove il museo etnografico e bello e ricco
e magnifica la piazza intitolata al poeta locale Sebastiano santa,
apprezzabile anche il duomo neoclassico; la casa di grazia Deledda
é invece chiusa per riparazioni.
Ci segnalano un parcheggio a noi riservato a Orosei: lo troviamo,
é anche molto bello, ma vuoto ed isolato.
Torniamo pertanto in paese e dormiamo nella piazza del comune
con il benestare del sindaco.
Facciamo tappa a Cala Liberotto, grazioso, ma con una spiaggia
piena di alghe e proseguiamo per Santa Lucia.
Visitiamo il paesino, ma siccome comincia a far caldo finiamo
in spiaggia con una spiaggia di sabbia bianca e finissimo, ma
purtroppo piena di alghe.
E' comunque piacevole camminare lungo la battigia e così
raggiungiamo Caletta, qui ci sono negozi, super market, in contrasto
con Santa Lucia, luogo più tranquillo che ci induce a pernottare
in un parcheggio semideserto.
Al mattino, anche a causa del vento fastidioso, partiamo e raggiungiamo
Siniscola, paesone di ordine agricola, molto antico. Nei dintorni
sono numerose le grotte nuragiche.
Ritorniamo sulla costa, vistiamo cale e calette, fino a San Teodoro.
Ci sistemiamo nel posteggio di un market e visitiamo il paese
tutto bello ed ordinato, con tanti negozi nei quali é possibile
acquistare oggetti di sughero per ricordo.
Al mattino ci svegliamo con il brutto tempo ed una pioggerellina
fastidiosa, ma non ci lamentiamo, fino ad ora il tempo é
stato splendido.
Nel pomeriggio il tempo si rimette al bello e andiamo in riva
al mare in località La Cinta: anche qui sabbia finissima,
bianca e... alghe.
La particolarità di questa spiaggia è che il mare,
entrando da una piccola insenatura, forma un ampio specchio d'acqua
diviso solo dalla spiaggia dove l'acqua, essendo quasi ferma,
é caldissima.
Decidiamo di fermarci qualche giorno in questa località:
vi é un campeggio, " Camping la Cinta", dove
entriamo a chiedere se sono dotati di camper service; il titolare,
con un sorrisetto ironico, ci dice che se vogliamo scaricare dobbiamo
pagare trentamilalire ed usa un tono sgarbato.
Rimaniamo un po' mortificati, é la prima persona che incontriamo
che non ci tratti bene: il suo accento, comunque, non é
locale.
Naturalmente non ci fermiamo, andiamo al Camping Codacavallo,
davanti alle isole Molara e Tavolara, dove ci troviamo benissimo.
Da Codacavallo, dove sostiamo, a Olbia ci sono pochi chilometri
e li percorriamo lentamente, forse per prolungare ancora di qualche
ora la permanenza su questa isola favolosa.
Ancora una cosa é doveroso aggiungere, in tutto il percorso,
sia in riva al mare che all'interno ( abbiamo effettuato anche
puntate in Barbagia e sul Gennargentu, dove c'erano solo rocce
e natura selvaggia), ovunque ci siamo recati, abbiamo trovato
strade ben tenute e bitumate alla perfezione.
Che aggiungere? Speriamo di poter tornare!
di Graziella Vignazza Santi
(dal giornale del Camper Club La Granda "INSIEME" N.
60 5/2000)
"SARDEGNA: Cronaca del Tour
Ci sono luoghi sulla terra dove la bellezza della natura resiste
a tutti i tentativi messi in atto dall'uomo per adattarla alle
proprie esigenze, spesso tentando anche di stravolgerla per seguire
le mode del momento ed i propri interessi economici, anche se
questi ultimi non sono strettamente necessari alla sopravvivenza.
Sto parlando della Sardegna, di quest'isola che a primavera, nei
giorni del raduno di Pasqua, si è mostrata nel suo massimo
splendore. A dispetto di tutto e di tutti, essa conserva il suo
fascino primordiale nei paesaggi rudi e selvaggi addolciti dal
colore e dalla trasparenza del mare, dal bianco delle spiagge,
dal verde dei pascoli e dei boschi interrotto dal giallo delle
ginestre, anche dove l'intervento urbanistico degli ultimi decenni
ha lasciato una miriade di cosiddetti villaggi turistici. "
… il Creatore quando ha fatto il mondo avrà chiesto
aiuto al diavolo e gli avrà detto di fare la Sardegna.
Tutto pietre e fuoco" scrive Gavino Ledda nel suo non dimenticato
"Padre padrone". Anche questo è Sardegna. Pietre
e fuoco le rocce che cambiano di colore secondo le ore della giornata,
imbevendosi dei raggi del sole che le colorano di rosso all'alba
ed al tramonto, pietre i tanti nuraghi che sono il simbolo di
questa terra (si dice che siano 7000). In quanto al diavolo, doveva
essere un bonaccione visto il risultato del suo lavoro.
Chi ha avuto la ventura di arrivare ad Olbia a metà di
una mattina soleggiata, l'isola ha presentato il suo biglietto
da visita: Capo Figari. All'improvviso, dalle acque smosse dal
traghetto, ci si trova davanti un'alta parete di nudo calcare
color ocra incorniciata da un manto di macchia verdissima. Il
Capo precipita a strapiombo in un mare blu "che più
blu non si può". Poco tempo dopo appaiono in lontananza
le case bianche di Golfo Aranci.
Olbia è vicina, ma protetta com'è in fondo al suo
golfo, ancora non si vede. Intanto il traghetto costeggia la massa
calcarea dell'isola Tavolara, che nasce dal mare come una massiccia
Venere immobile ed immutabile.
Poco tempo dopo, sulla strada per raggiungere Alghero, sede del
nostro raduno, si entra in contatto con l'aspetto agricolo-pastorale
dell'isola. Verdi pascoli su cui brucano greggi di pecore, bassi
muri a secco, terreni incolti, sughereti, boschi. Il placido paesaggio
è interrotto da brulle stratificazioni rocciose che ricordano
al viaggiatore che la terra fertile è uno strato sottile
che poggia su un cuore di pietra.
Poco prima di Sassari, sulla sinistra della strada che stiamo
percorrendo, appare la chiesa della Santissima Trinità
di Saccargia, splendido esempio dello stile romanico-pisano importato
in Sardegna. Isolata in fondo ad una valle, si fa notare per l'accostamento
del nero basalto al bianco del calcare. Purtroppo il tempo tiranno
non consente una sosta per la visita. Alghero è ancora
lontana.
Il cielo è sereno, fa caldo che pare sia già estate.
L'arrivo al campeggio Calik di Fertilia è un sollievo.
All'ombra degli eucalipti, tra lo stagno omonimo da una parte
e la spiaggia dall'altra, è una vera oasi di pace. Una
doccia ed uno spuntino rimettono in circolo le energie per aggredire
il resto della giornata.
Dal pomeriggio fino a notte inoltrata un bus-navetta a disposizione
dei camperisti permette di raggiungere facilmente il centro di
Alghero. In città arriva la prima (e anche l'unica) delusione.
È Sabato Santo, tutte le chiese sono chiuse fino a tarda
sera. La Cattedrale, poi, è in restauro. La sera precedente
si è svolta la processione del Venerdì Santo di
cui rimane la traccia nelle coperture rosse che coprono i lampioni
del centro storico. Si va a fare una passeggiata sui bastioni.
Parte di questi sono in restauro, si cammina sul fondo sconnesso
tra buche e transenne. Non rimane che tuffarsi nelle belle viuzze
lastricate del centro storico dove abbondano i negozi che vendono
gioielli di corallo e filigrana e poi, stravolti per il caldo,
sostare sul lungomare ad assaporare la brezza.
La sera, dopo una sosta sulla spiaggia per ammirare il panorama
della costa, si fa la conoscenza di Fertilia, raggiungibile dal
campeggio con una passeggiata a piedi. Il borgo, che si presenta
ordinato e tranquillo, è nato dal nulla sulle terre bonificate
a partire dagli anni '30. Dopo la seconda guerra mondiale parecchi
profughi istriani si stabilirono qui contribuendo alla sua costruzione
ed al popolamento. Le vie portano nomi di luoghi dell'Istria e
della Venezia Giulia; sullo spiazzo di fronte al mare il Leone
di San Marco dall'alto di una colonna guarda pensoso un mare bellissimo.
La mattina di Pasqua si parte presto. La giornata è piena
di impegni. Prima tappa la graziosa chiesa campestre di Santa
Lucia nei pressi di Bonorva dove sarà celebrata la messa.
Consumato l'abbondante rinfresco preparato con prodotti locali
dalla Cooperativa latte di Bonorva, le guide ci accompagnano a
visitare la necropoli di Sant'Andrea Priu poco distante. Vista
dal cancello d'ingresso, la necropoli si presenta come un costone
di roccia color ruggine pieno di caverne. Sono le Domus de janas,
letteralmente le Case delle Fate, in effetti dei luoghi di sepoltura
scavati nella trachite rossa, una roccia di origine vulcanica,
circa 3000 anni prima di Cristo. Alcune di queste Domus si fanno
ammirare per la tecnica di costruzione, come la Tomba a capanna
che sembra riprodurre un'abitazione. Splendidi gli affreschi policromi
della Tomba del Capo. Sono di epoca bizantina quando fu trasformata
in una chiesa cristiana. Su tutte le immagini dipinte spicca una
figura femminile molto espressiva. Questa è la tomba più
grande, racchiude ben diciotto vani comunicanti. È curioso
apprendere che per secoli sono state usate dai pastori come ricovero.
Se da una parte questo uso costante le ha conservate, dall'altra
ha favorito lo spoglio dei corredi funebri, i celebri bronzetti
che venivano posti accanto al defunto. Dalla cima più alta
del costone, dove è sistemata una scultura raffigurante
forse un toro, si gode un'ampia veduta dell'altopiano verde e
fiorito.
Comincio a chiedermi dove sia la Sardegna arida, facile preda
degli incendi. Questa domanda posta ai Sardi avrà sempre
la stessa risposta: "Tra un paio di mesi sarà tutto
secco". Difficile da immaginare.
Si parte per il ristorante Il carrubo di Thiesi dove un gruppo
di solerti e gentili ragazzi ci attende per servirci un tipico
pranzo "alla sarda". Gustiamo una serie di piatti i
cui ingredienti base sono il formaggio pecorino e la carne di
pecora. Questi sapori, robusti e semplici nello stesso tempo,
sono lo specchio di questa terra che cominciamo a conoscere.
Nel pomeriggio si torna a Bonorva per visitare il Museo archeologico.
Nell'attesa che il gruppo si prepari scopro il piccolo gioiello
della chiesa di Sant'Antonio. La costruzione e l'interno sono
del '600. Un bell'altare ligneo copre tutta la parete di fondo;
lungo quelle laterali delle cappelle barocche si alternano a semplici
muri bianchi. In alcuni locali del convento francescano annesso
alla chiesa sono collocate le collezioni del Museo. Si tratta,
in massima parte, di una ben esposta raccolta di cippi e pietre
miliari dal neolitico all'epoca romana ritrovati nella zona. Purtroppo
la visita si conclude in fretta. C'è ancora un posto da
vedere: il villaggio abbandonato di Rebeccu e la fonte sacra Su
Lumarzu. Francamente quest'ultima visita, fatta sotto la minaccia
della pioggia, risulta essere poco interessante. In compenso la
simpatica chiacchierata con il nostro accompagnatore fornisce
parecchie informazioni per meglio comprendere la realtà
locale.
Il Lunedì di Pasqua è dedicato al mare. Costeggiata
la splendida e quasi deserta baia di Porto Conte si raggiunge
Capo Caccia, bellissimo promontorio roccioso che si tuffa a picco
nelle onde dall'alto dei suoi 270 metri. Da lassù la vista
spazia su un lungo tratto di costa; guardare in giù verso
il mare blu cupo, che furiosamente si infrange contro la roccia,
fa girare la testa. Proprio a causa del mare grosso la Grotta
di Nettuno è chiusa.
Sulla strada del ritorno al campeggio avviene il primo incontro
con un nuraghe. La guida assegnataci per visitare il nuraghe Palmavera,
Marcello, è molto preciso nello spiegare i segreti della
costruzione di questa torre, tutta in blocchi di calcare a secco
che stanno in piedi da più di 3000 anni, nel farci "vedere"
le fortificazioni e le capanne che circondavano l'edificio principale.
A domande del tipo: Perché torre e capanne erano di forma
rotonda? Che funzione avevano i nuraghi? ecc., non può
che rispondere con ipotesi perché non si è mai trovato
né un nuraghe intero né alcun tipo di documentazione
certa. Nei giorni seguenti, visitando altri complessi nuragici,
avremo la conferma che questa è la situazione generale,
come se gli antichi abitanti di questi villaggi abbiano voluto
di proposito lasciare avvolto nel mistero il loro tempo.
Pomeriggio a Stintino. La località è una di quelle
cosiddette IN e si vede, soprattutto nel tratto che va dal paese
a Capo Falcone di fronte all'isola dell'Asinara. Gruppi isolati
di villette, oggi quasi tutti sprangati, interrompono la folta
macchia mediterranea che una volta certamente copriva tutto il
territorio. Alcuni complessi sono decisamente brutti, del tutto
incompatibili con il paesaggio naturale. Meglio il nucleo vecchio
che si stende su una penisola affiancata da due profonde insenature.
Qui le ex case dei pescatori, magari ristrutturate in modo discutibile
ma sostanzialmente le stesse nell'aspetto esterno, sono un insieme
gradevole. E poi, essendo stabilmente abitato, non è un
paese fantasma che si risveglia due mesi l'anno.
È giunto il momento di spostarci a sud verso Oristano.
Tra la superstrada Carlo Felice e la litoranea Alghero-Bosa noi
scegliamo la seconda. Sarà un viaggio attraverso l'Eden;
panorami incomparabili lungo chilometri di costa disabitata, troppo
impervia per essere urbanizzata. Dentro la fitta vegetazione,
che come una soffice coperta imbottita copre la roccia, s'indovina
l'esistenza di una impalpabile vita animale. Il verde cupo è
punteggiato dal giallo delle ginestre fiorite. Verso il mare il
panorama è ampio. Ad ogni curva della strada si apre una
scena nuova fatta di promontori rocciosi che s'immergono nelle
acque, calette di sabbia bianca impreziosita da fioriture fucsia,
schiuma bianca che segna il confine tra terra e cielo, perché
il mare e il cielo sono una cosa sola, il primo si prolunga nel
secondo. Dal turchese, al blu, al violetto, all'azzurro, è
un susseguirsi di sfumature. Pochi chilometri prima di Bosa il
paesaggio cambia. Le alte cime sono meno aspre, compaiono i pascoli.
Una sosta alla spiaggia di sabbia rosata di Bosa Marina sarebbe
piacevole se non fosse per la pessima strada che la costeggia
nella parte a ridosso della torre spagnola, dove si corre il rischio
di distruggere il camper. Altrove non c'è posto per parcheggiare.
La strada prosegue lungo i tornanti che portano a Cuglieri; si
passa in mezzo ai vigneti che producono il Malvasia doc di Bosa,
poi si ritorna al mare per incontrare la fertile piana di Oristano
dove abbondano i campi di carciofi e le siepi di fichi d'India.
Marina di Torre Grande ci accoglie con l'estate piena, zanzare
comprese. Il campeggio è confortevole, a due passi dal
mare. Essendo giorno festivo la lunga passeggiata sul golfo di
Oristano, su cui si affaccia la torre spagnola del '500, brulica
di folla; ai bar all'aperto si fa la fila per trovare un tavolino
libero.
Sorge spontanea una domanda: "Come sarà nel mese di
agosto quando tutte le case fronteggianti il mare, oggi chiuse,
saranno abitate?".
La giornata seguente è impegnata in due visite importanti.
Tharros, isolata sulla punta estrema della penisola del Sinis,
è un insieme di rovine che dall'alto digrada verso il mare.
La bravura e la passione della guida che ci accompagna illustrandoci
gli edifici, le strade lastricate, gli scoli fognari, insieme
con uno sforzo della fantasia, consente di immaginare la città
fondata dai Fenici, poi abitata dai Cartaginesi e, in seguito,
dai Romani. Dalla cima del Capo San Marco la vista spazia dal
golfo di Oristano al mare aperto, dall'intera penisola del Sinis
fino all'isola Mal di ventre. Il retroterra è una tavolozza
fiorita di margherite gialle, papaveri rossi, convolvoli rosa.
Ancora una volta riesce difficile immaginare un luogo come questo
trasformato in un arido deserto.
Il villaggio nuragico di Santa Cristina di Paulilàtino
è sparso in mezzo agli ulivi. La chiesa cristiana di Santa
Cristina convive accanto ad un antico santuario sotterraneo dedicato
al culto dell'acqua.
Dagli antichi riti pagani a quelli cristiani. In maggio si tiene
una grande festa in onore di Santa Cristina; altrettanto nel mese
di settembre per l'arcangelo Raffaele. Il santuario o pozzo di
Santa Cristina appartiene al periodo tardo nuragico (1200 a.C.).
Scavato nella roccia basaltica riporta alla mente le tombe degli
antichi Egizi. Una scala scende nel ventre della terra fino all'acqua
che, forse, i nuragici adoravano come simbolo di vita più
che come elemento necessario alla sopravvivenza. Poco distante
si vedono i resti di due costruzioni di forma circolare. Dai bronzetti
ritrovati sul luogo si è dedotto che fossero un'arena per
combattimenti e un'aula per le riunioni. Poco distante è
un nuraghe con accanto una grande capanna il cui soffitto è
costituito da spessi lastroni di pietra poggianti sui muri a secco
delle pareti laterali.
L'insieme di tutto il complesso di Santa Cristina dà una
sensazione di pace interiore, come un sito lontano dal mondo.
Ulivi, profumo di erbe, silenzio.
La lunga colonna dei nostri camper che, preceduta da vigili motociclisti,
si dirige verso il centro della città di Oristano suscita
la curiosità dei passanti. Chi saranno mai? Dove stanno
andando? sembra di leggere sui loro volti.
Stiamo andando a parcheggiare in un'area gentilmente messa a disposizione
dall'Arcivescovado e poi in giro, a vedere questa città
fondata nel 1070 dagli abitanti di Tharros che cercavano un luogo
sicuro per sfuggire le incursioni dei pirati saraceni. Primo appuntamento
nel palazzo del Comune che si affaccia sulla deliziosa Piazza
Eleonora d'Arborea, la cui statua si erge al centro.
Dopo essere stati ricevuti nella sala del Consiglio comunale dall'Assessore
al Turismo e rifocillati dal rinfresco cortesemente offertoci
(cortesia ancora più apprezzata venendo a sapere che oggi
in tutta l'isola si festeggia Sa Sardinia a ricordo della cacciata
dei Piemontesi avvenuta nel XVIII secolo), siamo pronti per il
giro turistico. Si comincia col visitare l'Antiquarium Arborense
dove sono esposti retabli provenienti da chiese locali, diverse
pintaderas (timbri per marchiare il pane), un plastico di Tharros
com'era al tempo dei Romani e una bella raccolta di oggetti cartaginesi
e romani di terracotta e vetro, questi ultimi incredibilmente
integri. Anche questo Museo è piccolo, ma ben ordinato
e fornito dei servizi più moderni.
Si prosegue con la visita alla Torre di Mariano II, emblema di
Oristano. Questa torre è l'unico reperto rimasto delle
antiche mura medievali che cingevano la città; il resto
è crollato, oppure è stato distrutto. Una passeggiata
lungo le vie del centro, dove si vedono bei palazzi bisognosi
di restauro, conduce alla Cattedrale davanti alla quale a Carnevale
si corre la famosa Sa Sartiglia.
La chiesa, esternamente, è un edificio armonioso anche
se sono evidenti degli ampliamenti appartenenti ad epoche diverse.
L'interno è barocco, tranne la Cappella gotica sul cui
altare è posta la statua di una Madonna col bambino. La
"stranezza" di questa immagine è di essere "umana".
Nulla di solenne né statico, come di solito; è terrena
come una madre che sposta il baricentro del proprio corpo per
bilanciare il peso del figlio che tiene in braccio.
Il tempo che passa velocemente impedisce di visitare altro di
Oristano. I partecipanti al raduno sono attesi al Centro Servizi
di Villasanta, un'accogliente area di sosta a lato della strada
Carlo Felice, dotata di tutti i comfort.
Si vivranno tre giorni pieni di sorprese e di allegria, serate
animate da spettacoli, musica e balli. Ma andiamo con ordine.
Una giornata è dedicata ad approfondire la conoscenza delle
tradizioni e degli usi locali. Si assiste alla preparazione del
tipico torrone con mandorle intere, si apprende come si costruiscono
le launeddas, i flauti di canna il cui suono accompagna tutte
le manifestazioni tradizionali, si va a curiosare dove un pastore
tosa le pecore, si assaggia la ricotta preparata sotto i nostri
occhi.
Nel pomeriggio c'è Sa Sartiglietta corsa dai ragazzi che
si preparano a diventare gl'intrepidi cavalieri di domani. Sono
così bravi da coinvolgere tutti quanti; gli spettatori
s'immedesimano nella gara tanto da diventare partecipanti. Urla
di trionfo e applausi per il cavaliere che infila la stella con
la spada. Mormorii di rammarico quando la manca. In serata il
gruppo di danzatori di Segarìu ci rallegra con le danze
tradizionali.
L'uso della danza per festeggiare matrimoni o l'arrivo di un ospite,
per ringraziare di un buon raccolto o per qualsiasi altro fausto
avvenimento, si perde nella notte dei tempi e non è mai
stato interrotto.
La musica, i passi e le figure sono tramandati oralmente di generazione
in generazione. Nulla è codificato, ogni variazione suggerita
dalla fantasia è permessa. Anche noi "continentali"
possiamo quindi accogliere l'invito a buttarci sulla pista.
Penultimo giorno del raduno. Pensando alla partenza vicina una
sottile malinconia comincia a farsi sentire, ma ci pensa la bellezza
selvaggia della Giara di Gèsturi a dissolverla. Su questo
altopiano basaltico, che dai suoi 500 metri di altitudine domina
la pianura offrendo panorami mozzafiato, cresce una rigogliosa
e varia vegetazione spontanea fatta di lentischi, corbezzoli,
euforbie, orchidee, ranuncoli acquatici che coprono un vasto stagno
come una nevicata fuori stagione. Le piante d'alto fusto, come
i sugheri e le roveri, per combattere il vento ed il poco ancoraggio
offerto dal sottile strato di terra che copre la roccia, sono
meno alte e maestose che altrove, ma non meno belle con quei tronchi
che sembrano sculture.
S'incontrano anche i famosi cavallini dagli occhi a mandorla ed
i maiali che vivono liberi in questo Paradiso terrestre. Si pranza
alla Giara alla maniera dei pastori, cioè sotto le piante
seduti su un masso. È un piacevole diversivo ottimamente
organizzato dall'équipe del Centro Servizi di Villasanta.
Il paese di Tuili, ai piedi della Giara, è un concentrato
di tipiche case rurali del Campidano. Cespugli e rampicanti fioriti
impreziosiscono i muri di solida pietra locale. La chiesa di San
Pietro esternamente ricorda le chiese spagnole dell'America Latina,
mentre all'interno è ricca di intarsi marmorei e di affreschi.
Ai lati del portale si fronteggiano due cappelle con retabli cinquecenteschi.
Non poteva mancare la visita a Barumini, il villaggio nuragico
più grande di tutta la Sardegna, scoperto solamente nel
1947 quando un archeologo incuriosito dal nome della collina,
Su Nuraxi, incominciò a scavare.
Mai avrebbe pensato di trovare un complesso così vasto
e significativo di quell'antica civiltà. Grossi blocchi
di basalto formano un insieme di fortificazioni che si affacciano
su di una fertile pianura. All'esterno della doppia cinta muraria,
di cui una con torri angolari, si stendeva un vasto villaggio
di capanne. Oltrepassate le mura si accede al secondo piano della
torre centrale, il mastio. Si ritrova quanto già visto
a Palmavera ed a Santa Cristina, però qui è tutto
più grandioso. Uno stretto passaggio all'interno di un
muro conduce allo scenografico cortile del pozzo. Lo sguardo scorre
lungo le pareti, sempre più su fino a quel fazzoletto di
cielo azzurro che sembra un coperchio smaltato appoggiato sulle
antiche pietre.
Siamo giunti all'ultimo giorno del raduno. C'è ancora un
appuntamento con un nuraghe. Quello di Genna Mària (Porta
del mare) a Villanovaforru. Come gli altri è posto su di
un'altura ed è circondato di mura e capanne, tuttavia è
diverso. Appartiene alla generazione più recente (si fa
per dire, considerato che si parla di oltre il 1000 a.C.) perché
le pietre con cui fu costruito sono tagliate e squadrate. Le capanne
hanno perso la forma circolare per assumere quella rettangolare
e sono raccolte attorno ad un cortile comune. Ci sono tracce d'incendio
che, insieme al rinvenimento di molti oggetti di uso comune ammassati
in una sola stanza, fanno pensare ad un abbandono precipitoso
causato da un attacco nemico. I reperti sono esposti nel museo
al centro del paese.
Sul traghetto che ci riporta a casa s'inganna il tempo con i ricordi
di una bella vacanza ormai conclusa.
La Sardegna la si sente già tanto lontana da essere diventata
un ricordo, mentre l'abbiamo lasciata da poche ore. Sarà
per questo strano sentimento di veloce distacco che i Sardi quando
partono per altre località italiane dicono che vanno in
continente? Oppure perché la loro isola è così
speciale da non assomigliare a nessun altro posto? Chissà.
Lasciamo la risposta al poeta dialettale:
…………..
De cussu magiu chi ch'est tantu attesu
Restan bios sa lughe,
su profumu, su silenziu, sa oghe.
…………………..
Di quel maggio che è tanto lontano
Restano vivi la luce,
il profumo, il silenzio, la voce.
Mario Pinna - Unu magiu - da "Le parole di legno" a
cura di Mario Chiesa e Giovanni Tesio
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