Qualche tempo fa mi è capitato di accompagnare un gruppo
di camperisti in una passeggiata per Torino. Fu un percorso
veloce, una panoramica fatta parte in pullman, parte a piedi.
In quell’occasione m’improvvisai guida turistica
della mia città, cercando d’illustrare al meglio
le bellezze che man mano incontravamo. È stato, almeno
per me e spero anche per i miei compagni d’avventura,
un pomeriggio divertente, però, ebbene si, c’è
un però. A chi mi chiese perché il più
antico Parco torinese si chiami Valentino non seppi rispondere.
Mi accorsi con stupore che tale domanda non me l’ero mai
posta, dando per scontato che “si è sempre chiamato
così”.
Riflettendo nei giorni successivi mi sono detta che ci sarà
un motivo perché qualcuno l’abbia battezzato con
un nome che non appartiene né alla tradizione piemontese,
né ad alcun avvenimento storico particolare e neppure,
per quanto ne sapevo, ad un Santo vissuto su queste terre. Detesto
le domande senza risposta perché mi tornano insistenti
alla mente finché il mistero non sia svelato.
Mi sono tuffata a fare delle ricerche ed ecco le probabili soluzioni,
alquanto incerte, ma sempre meglio di nulla.
In un documento del 1275 appare il nome Valentinium. Alcuni
storici attribuiscono questo nome ad un San Valentino martire
(pare non si tratti del vescovo Valentino venerato a Terni)
le cui reliquie erano conservate in una chiesetta situata vicino
all’attuale parco.
Nel corso del XVIII secolo la chiesa fu abbattuta e le reliquie
trasportate in quella di San Vito situata sulla collina oltre
il Po, proprio di fronte al Parco. Altri studiosi affermano
invece che in riva al fiume, nel luogo dove sorge il Parco,
il 14 febbraio di tempi lontani era consuetudine celebrare una
festa galante durante la quale le dame chiamavano Valentino
il proprio cavaliere.
La prima progettazione e realizzazione di un parco si deve all’architetto
Carlo Cognengo di Castellamonte (anno 1630) che s’ispirò
ai modelli francesi dell’epoca. Il progetto, che si sviluppava
su un’area agricola ed inglobava il Castello, fu proseguito
dal figlio Amedeo che vi lavorò fino al 1660.
Per due secoli non vi furono cambiamenti sostanziali; nel 1864
l’architetto-giardiniere francese Barillet-Dechamp, famoso
costruttore di giardini in patria, modificò parzialmente
l’aspetto del Valentino. I viali subirono una diversa
sistemazione, furono inseriti boschetti e vallette artificiali,
perfino un galoppatoio ed un laghetto che durante l’inverno
era usato come pista di pattinaggio; oggi sono entrambi scomparsi.
Alcuni anni dopo fu ampliata la superficie del parco e circa
un secolo dopo il Valentino subì altre modifiche. In
occasione della celebrazione del Centenario dell’Unità
d’Italia del 1961 fu costruita una valletta fiorita percorsa
da ruscelli ed un bel giardino roccioso.
L’attuale Parco ha un’estensione complessiva di
quarantacinque ettari, di cui ventuno attrezzati a prato. Sulla
superficie rimanente si ammirano boschetti, fontane, aiuole
fiorite, viali alberati, caffè ed alcune belle costruzioni
che andiamo a visitare in una tranquilla passeggiata lontano
dal rumore del traffico.
L’emblema del parco più amato dai torinesi è
lo splendido Castello, la cui architettura può tranquillamente
rivaleggiare con i famosi castelli francesi. Emanuele Filiberto
di Savoia, detto Testa di Ferro, colui che aveva trasportato
la capitale del suo ducato da Chambery a Torino, nel 1564 acquistò
un castello in riva al fiume, forse come residenza estiva. Il
figlio Carlo Emanuele lo regalò a Maria Cristina, meglio
conosciuta come Madama Reale. Questa principessa d’origine
francese chiamò a corte gli architetti Carlo e Amedeo
di Castellamonte che trasformarono la primitiva dimora in un
tipico castello francese del secolo XVII con i tetti di ardesia
molto inclinati, un ampio cortile acciottolato, scaloni interni,
fastosi saloni.
Alcuni sono ancora visitabili mentre gli altri locali, dopo
essere stati utilizzati fin dal 1861 dalla Regia Scuola di Applicazione
per gli Ingegneri, sono attualmente frequentati dagli studenti
della Facoltà di Architettura.
Alla destra del Castello, immersa negli alberi di un boschetto,
si erge la Palazzina della Società Promotrice delle Belle
Arti, iniziata nel 1914 per accogliere esposizioni artistiche
temporanee, funzione che conserva tuttora.
Poco distante è situata Villa Glicini dove nacque, nel
1844, la prima Società di ginnastica d’Italia.
Dal 1879 è la sede del Club di Scherma Torino.
Alla sinistra del Castello si trova l’Orto Botanico, attuale
sede del Dipartimento di Biologia vegetale dell’Università
di Torino. Fondato da Vittorio Amedeo II nel 1729, lo stesso
anno in cui fu istituita la Facoltà di botanica, favorì
lo studio e la ricerca scientifica delle proprietà medicamentose
delle piante, contribuendo a mettere ordine in un settore dove
regnavano fantasia, superstizione e tradizioni popolari. Un
erbario che conserva 700.000 esemplari, una ricca biblioteca,
laboratori scientifici, arboreto, serre e giardino, fanno di
questo Orto botanico un’istituzione d’importanza
internazionale.
Passeggiando tra i colori delle aiuole ed il profumo della natura,
mentre le acque del Po scorrono con ritmo "lungo, strascicato,
pigro”, come scriveva Cesare Pavese, giungiamo al Borgo
Medioevale, un affascinante falso storico che si specchia nel
fiume. Il complesso fu costruito per l’Esposizione del
1884 ed è la fedele riproduzione di un borgo chiuso entro
mura merlate, con ponte levatoio su fossato, botteghe artigiane
(tuttora in attività), chiesa, case di civile abitazione,
castello. Il progetto lo si deve ad un gruppo d’intellettuali
guidati da Alfredo d’Andrade, portoghese di nascita ed
italiano di adozione, nonché profondo conoscitore del
medioevo piemontese. I modelli a cui costoro s’ispirarono
furono i castelli valdostani, in prevalenza quello di Fenis
da cui proviene, per esempio, l’idea del mirabile albero
di melograno di ferro battuto che orna la fontana del cortile.
Alle spalle del Borgo, affacciato sul Corso Massimo d’Azeglio,
è posto l’edificio di più recente costruzione
(1948): il Complesso Torino Esposizioni. Ideato da Pierluigi
Nervi come sede prestigiosa del Salone dell’auto, comprende
anche un teatro. In anni recenti il Salone dell’auto è
stato spostato al Lingotto, mentre in questa sede si svolgono
altre manifestazioni. Al centro del piazzale, a sinistra del
complesso, troneggia la statua equestre di Amedeo di Savoia,
figlio di Vittorio Emanuele II, ritratto alla battaglia di Custoza.
Aggirato il Complesso Torino Esposizioni troviamo la Fontana
dei Mesi, un’opera in cui si accostano e si fondano due
stili, il barocco ed il liberty, quasi la rappresentazione visiva
di un’epoca agli sgoccioli accanto ad una nascente. Tra
cascate d’acqua che si gettano in un laghetto, statue
che simboleggiano i mesi ed un gruppo scultoreo che rappresenta
i fiumi di Torino, opere di artisti diversi, l’effetto
è molto scenografico. Fu realizzata da Carlo Ceppi ed
inaugurata nel 1898 allorché si celebrò il cinquantenario
dello Statuto Albertino.
Per completare la conoscenza di tutto quanto nel Parco del Valentino
non è natura bisogna spostarsi sul Corso Vittorio Emanuele.
Qui, all’angolo di Corso Massimo d’Azeglio, si trova
la Fontana luminosa (1961), centoquarantadue zampilli d’acqua
vestiti di mille colori danzano sulle note musicali. Vicino
al ponte monumentale Umberto I è posto il monumento all’Artigliere,
un’opera della seconda metà degli anni ’20
che Pietro Canonica immaginò a foggia di arco trionfale
e per realizzare la quale occorsero settemila chilogrammi di
bronzo.
È giunta l’ora di una sosta, le panchine sparse
nel verde o sulla riva del Po sono pronte ad accoglierci. Mentre
ci godiamo un meritato riposo dopo la lunga passeggiata, lo
sguardo spazia sulle colline e sul fiume su cui in estate scivolano
silenziosi Valentino e Valentina, i due battelli che portano
a spasso i turisti dai Murazzi ai confini di Moncalieri. Oppure
scegliamo il tavolino di un caffè e sorseggiando una
bibita vediamo sfilare davanti ai nostri occhi un campione di
torinesi dei nostri giorni: famiglie con bimbi che si rincorrono,
un cane che trotterella al fianco del padrone, due giovani abbracciati,
persi nel loro mondo, uno studente in ritardo per la lezione,
un africano che si guarda attorno un po’ spaesato in un
ambiente non ancora suo, una coppia di anziani che forse rimpiange
il tempo che fu.