Inizio questo articolo citando la famosa frase di Martin Luther
King “I’m a dream” (Ho un sogno) perché
anch’io ne ho uno, molto più piccolo del suo. Forse
sarebbe meglio definirlo un desiderio: quello di parlare delle
residenze sabaude in Piemonte, un patrimonio non ancora ben
conosciute da tanti, forse troppi, turisti italiani e stranieri.
La mia regione è stata messa in un angolo, non soltanto
in senso geografico, eppure meriterebbe ben altra considerazione.
Negli ultimi anni c’è stato un risveglio positivo,
però penso che ci sia ancora tanto da fare e quindi ben
venga ogni contributo ad una maggiore informazione, anche se
modesto come il mio.
Il sogno si è subito scontrato con la realtà.
Le residenze sabaude in Piemonte sono tante! Si dice siano ben
sessantadue tra Palazzi, Castelli, Residenze di caccia, Abbazie,
ecc. ecc. Impresa titanica. Però non mi scoraggio e per
ora mi limito al territorio che appartiene strettamente al Comune
di Torino.
Nella centralissima Piazza Castello, il “cuore”
della città, ne troviamo due: il Palazzo Reale ed il
Palazzo Madama.
Il Palazzo Reale, preceduto dalla piazzetta che porta lo stesso
nome ed è delimitata dalla bella cancellata in ghisa
di Pelagio Palagi (1835), ha linee architettoniche abbastanza
semplici e un po' severe. La grandiosa costruzione fu progettata
tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600 dall’architetto
Ascanio Vittozzi. Nel 1640 il Palazzo subì gravi danni
a causa di un incendio. A porvi rimedio furono chiamati gli
architetti Carlo e Amedeo di Castellamonte, padre e figlio.
Essi modificarono in gran parte gli interni e Amedeo progettò
una nuova facciata. Le modifiche e gli ampliamenti si susseguirono
nei secoli successivi con l’intervento di parecchi artisti
di fama. Per citarne due fra tutti, ricordo l’architetto
messinese Filippo Juvarra al quale si deve, tra l’altro,
la geniale “scala delle forbici” e Benedetto Alfieri,
zio del poeta Vittorio, autore della Galleria Beaumont oggi
sede dell’Armeria Reale.
Il barocco senza fronzoli dell’architettura esterna non
inganni su quanto si può vedere nell’interno del
Palazzo. Le sale sono ricche di decorazioni barocche, rococò
e neoclassiche, sono arredate con autentici mobili d'epoca (bellissimi
quelli intarsiati dal Piffetti), espongono collezioni di quadri,
vasi orientali ed altro ancora. Gli ambienti più notevoli
sono: nella Sala degli Svizzeri il grande quadro che rappresenta
la “Battaglia di San Quintino” di Palma il Giovane,
la Sala del Trono, il leggiadro Gabinetto delle lacche cinesi,
la Camera da letto di Carlo Alberto ornata da una pala di Defendente
Ferrari, la Galleria degli specchi e… ora lascio al visitatore
il piacere di scoprire il resto.
La residenza dei duchi di Savoia, divenuti in seguito Re di
Sardegna e poi Re d'Italia, non fu soltanto un lussuoso luogo
di delizie per i suoi abitanti, fu anche il centro della politica
piemontese a partire dal 1563 e la fabbrica in cui si tessero
le fila dell’Unità d’Italia.
Alle spalle del Palazzo si trovano i giardini disegnati dall'architetto
francese Le Nôtre. In questa oasi di verde e di silenzio
la città sembra lontana, ma basta volgere lo sguardo
attorno per scoprire il profilo della Mole e capire che, invece,
ne siamo al centro.
Palazzo Madama occupa il centro di Piazza Castello. L’aspetto
esterno è come un libro aperto che riassume la storia
di Torino. Nella parte posteriore, quella che guarda il fiume
Po, ancora oggi si notano le quattro torri dell’antica
Porta Decumana. Nel XIII secolo il Marchese Gugliemo VII del
Monferrato, all’epoca signore di Torino, costruì
un edificio nel quale inglobò la Porta Decumana con le
sue torri. Nel 1248 l’imperatore Federico II assegnò
il feudo di Torino a Tommaso II di Savoia, ma le lotte intestine
e le varie alleanze con Francia o Spagna, fonte di guerre ben
più vaste, concessero ai nuovi signori di prendere possesso
del feudo soltanto a periodi alterni.
Bisogna arrivare al 1600, con Torino diventata la capitale del
Ducato di Savoia, per vedere una svolta nella storia di Palazzo
Madama. Questa svolta si deve a due Madame Reali (da qui il
nome del Palazzo), due principesse straniere andate spose a
duchi di Casa Savoia: Maria Cristina d'Orléans moglie
di Vittorio Amedeo I e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours
moglie di Carlo Emanuele II. Le due donne, in pratica suocera
e nuora, rimaste vedove si ritirarono a vivere nel palazzo costruito
quattro secoli prima dal Marchese del Monferrato, poi ampliato
ed elevato nel XIV secolo dalla famiglia Savoia-Acaja che ne
era entrata in possesso.
Appena Maria Cristina d’Orléans si insediò
nella sua nuova dimora, diede il via a grandi lavori di ammodernamento.
Altrettanto fece Maria Giovanna Battista di Nemours sessant’anni
dopo, non limitandosi soltanto alla disposizione interna ma
rivoluzionando l’aspetto esterno con la splendida facciata
di Filippo Juvarra, un nome che ricorre spesso nelle opere della
Torino barocca.
Ai giorni nostri il Palazzo Madama è la magnifica sede
di raccolte d’arte che vanno dai dipinti alle sculture,
dai mobili antichi alle ceramiche, vetri, oreficerie, codici
miniati.
Non lontano da Piazza Castello troviamo la piccola Piazza Carignano
dominata dalla sinuosa facciata di mattoni a vista di Palazzo
Carignano. Fu edificato su progetto dell’architetto di
corte Guarino Guarini, autore anche della Cappella della Sindone,
nella seconda metà del 1600 per essere la residenza cittadina
dei Savoia-Carignano, un ramo collaterale della famiglia che
all’epoca non immaginava di diventarne il ramo principale.
Breve spiegazione di quanto scritto sopra. Nel 1831muore il
re Carlo Felice senza lasciare eredi, né ci sono figli
maschi discendenti dal fratello che l’aveva preceduto
nel governo del regno di Sardegna. Il trono piemontese passa
così al primo pretendente maschio nella lista di successione:
Carlo Alberto di Savoia-Carignano.
Sulla facciata del Palazzo, sopra le finestre del primo piano,
si nota un fregio raffigurante la testa di un indiano. Ricorda
la partecipazione vittoriosa di un reggimento dei Carignano
durante la colonizzazione francese del Canada. Più in
alto, ai limiti del tetto, è posta la targa che ricorda
che in questo Palazzo nacque il primo re d’Italia Vittorio
Emanuele II.
Palazzo Carignano, come il già descritto Palazzo Madama,
ha due facce, ossia due facciate molto differenti. Infatti,
a quella seicentesca di Piazza Carignano fa da contrappunto
quella di fine ottocento sulla Piazza Carlo Alberto. Tra il
1864 ed il 1867 ci fu un ampliamento della parte posteriore
per edificare la nuova Aula del Parlamento italiano essendo
diventata troppo piccola la sede del Parlamento Piemontese,
conosciuto anche col nome di Parlamento Subalpino, che era stata
ricavata dalla Sala da ballo del Palazzo. Si dovette così
rifare anche la facciata.
Nelle sale interne di Palazzo Carignano è ospitato il
Museo Nazionale del Risorgimento, il più importante d’Italia.
La visita comprende le sedi dei due Parlamenti e ventisei sale
dove sono esposti documenti storici, ricordi e cimeli di un
periodo basilare della nostra storia. Per gli studiosi è
disponibile una Biblioteca ricca di volumi e documenti.
Ci spostiamo ora sulle rive del fiume Po dove si trova il Castello
del Valentino, altra residenza sabauda. L’emblema del
parco più amato dai torinesi ha un aspetto molto simile
ai famosi castelli francesi, occorre però partire da
lontano per raccontarlo. Emanuele Filiberto di Savoia, detto
Testa di Ferro, colui che aveva trasportato la capitale del
ducato da Chambery a Torino, nel 1564 acquistò un castello
in riva al fiume, forse come residenza estiva. Il figlio Carlo
Emanuele I lo regalò alla nuora Maria Cristina d’Orléans,
la Madama Reale che abbiamo già incontrato. Questa affidò
a Carlo e Amedeo di Castellamonte i lavori di ammodernamento.
In un trentennio la primitiva dimora si trasformò in
un tipico castello francese del secolo XVII con i tetti di ardesia
molto inclinati, i piani mansardati, un ampio cortile acciottolato,
scaloni interni, fastosi saloni. Alcuni sono ancora visitabili
mentre gli altri locali sono attualmente frequentati dagli studenti
della Facoltà di Architettura.
Maria Cristina ed il suo amato Castello furono oggetto di molte
chiacchiere. Si diceva che vi incontrasse i suoi amanti, che
per liberarsene quando era stanca di loro li facesse gettare
in fondo ad un pozzo, che avesse fatto costruire una galleria
sotto il fiume per collegare il Castello alla Vigna Reale dove
incontrava il suo consigliere-amante Filippo d’Agliè.
Molta parte di questi pettegolezzi si deve a quella nobiltà
che mal sopportava la presenza di una duchessa che Luigi Cibrario
così descrisse: “... ebbe alcune qualità
veramente regie: coraggio, grandezza d’animo, liberalità,
anzi quasi prodigalità, non mediocre ingegno, labbro
facondo, con cui passando fra le squadre arringò talora
i soldati…”. Una donna forte, molto in anticipo
sui tempi.
Al momento la visita al Castello è possibile soltanto
su prenotazione.
Altro luogo sabaudo è la Villa della Regina situata sulla
collina dietro la Chiesa della Gran Madre di Dio. Appartenne
al cardinale Maurizio di Savoia, una figura poco limpida e intrigante.
Terzo figlio di Carlo Emanuele I fu destinato alla carriera
ecclesiastica com’era in uso a quei tempi nelle famiglie
nobili (siamo nel 1600). Diventò cardinale senza mai
pronunciare i voti sacerdotali (mistero della chiesa!). Ad un
certo punto della sua vita lasciò la porpora per sposarsi.
I suoi interessi erano di tipo intellettuale e politico più
che religioso. A lungo combatté la cognata Maria Cristina
(sempre lei), divenuta reggente del ducato per il figlio minorenne,
con lo scopo di impadronirsi del potere. Non la spuntò,
dovette accontentarsi della sua bella villa in collina da cui
guardare la capitale del Ducato non conquistato.
Dobbiamo ad Ascanio Vittozzi o ai due Castellamonte il progetto
costruttivo di questo paradiso nel verde? Gli studiosi hanno
pareri diversi. Ciò che importa a noi posteri, turisti,
o amanti del passato, o soltanto curiosi, è di poter
ancora ammirare una bella villa seicentesca, passeggiare nei
giardini sulle orme di dame e cavalieri incipriati ammirando
fiori e fontane ornate di statue, salire lo scenografico scalone
ed immergersi nelle sale affrescate del piano nobile.
I Savoia, trasferitisi a Roma dopo l’Unità d’Italia,
spogliarono degli arredi la Villa della Regina portandoli al
Quirinale. L’edificio fu abbandonato al suo destino per
tanto tempo, subendo anche i danni di un bombardamento durante
la seconda guerra mondiale. Un restauro durato dieci anni, non
ancora del tutto concluso, ne permise la riapertura nel 2006.