È passato un anno e sembra ieri. I ricordi di quelle giornate di euforia
e palpitazione sono sicuramente ancora vivi nella mente di chi
ha partecipato al grande raduno del Guiness. In quei giorni
di un caldissimo giugno della torrida estate 2003 anch’io
ero là tra i 1011 equipaggi, a sudare nella zona bianca
come si sudava nelle zone rossa, verde e blu, a respirare il
leggero profumo di vino che aleggiava nell’aria benché
la vendemmia fosse ancora lontana, a contare i camper già
arrivati, a guardarci e chiederci: “Ce la faremo?”.
CE L’ABBIAMO FATTA, IL GUINNESS È NOSTRO.
Si, nostro, di tutti i camperisti iscritti a questo o ad un
qualsiasi altro club, o semplicemente amanti dei viaggi in libertà.
La conquista di un primato omologato dal celebre Ente inglese
è una pietra miliare, un record che rimane perennemente
nella storia del turismo in camper. A maggior ragione ne andiamo
fieri ed orgogliosi noi della Granda che abbiamo risposto con
entusiasmo all’invito di ritrovarci a Canelli per dimostrare
che un’idea grandiosa, un’apparente utopia, può
diventare realtà ed anche per ribadire, ancora una volta,
che siamo tanti a praticare questo tipo di turismo che non è
certamente di serie zeta come qualcuno sembra ancora qualificare.
Per un Club è senz’altro un grosso risultato riuscire
a mobilitare per tre giorni una massa di circa tremila persone,
ma dietro a questa soddisfazione c’è un grande
sforzo organizzativo. Contattare e coinvolgere i vari Enti interessati,
predisporre i luoghi per la sosta di tanti mezzi, organizzare
la sfilata di oltre mille camper e quant’altro richiesto
affinché la conquista del Guiness fosse possibile, coordinare
il tutto, non è uno scherzo. Eppure, come dicevo, gliel’abbiamo
fatta tutti insieme, gli organizzatori, i “lavoratori”
volontari cui era affidato il compito di sovrintendere alle
varie zone di sosta, gli amici camperisti che hanno partecipato
per il solo piacere di esserci. Il mondo del turismo in camper
è forse un po’ strano per chi non lo conosce. Al
camperista piace sentirsi libero, viaggiare anche da solo o
con un paio di amici, fermarsi e ripartire quando gli pare,
però gli è altrettanto gradito ritrovarsi con
tanti altri per divertirsi in compagnia.
Mentre scrivo si riaffacciano i ricordi che si srotolano come
un film. Non ero mai stata a Canelli se non di passaggio, meno
che mai nei giorni della rievocazione dell’Assedio del
1613. La prima immagine che mi colpì fu il Palazzo Gancia
pavesato a festa, due enormi striscioni rossi con la croce bianca,
le insegne dei Savoia. Mentre i miei compagni d’avventura
arrivavano a frotte, sette, otto, dieci, tutti insieme e per
gli addetti a riceverli, ed erano parecchi, non c’era
un attimo di tregua, andai a zonzo a curiosare. Oltre la porta
d’ingresso al quartiere storico, le case esponevano gli
stendardi con le insegne comunali e quelle dei Savoia. Ovunque
si lavorava per trasformare le strade in quelle di un borgo
contadino seicentesco. Man mano che mi allontanavo dal fiume
scoprivo alcuni bei palazzi del ‘700, dei ricchi portali
e poi, in una silenziosa piazzetta, la chiesa barocca di San
Tommaso interamente affrescata con di fronte un’altra
chiesa barocca, quella sconsacrata dell’Addolorata. Ormai
non potevo più fermarmi, volevo arrivare lassù,
in cima. C’era un’atmosfera silenziosa ed accattivante
che mi attraeva come una calamita. Imboccai la “Stërnía”,
così si chiamava nel passato la strada che si snoda come
le spire di un serpente attraverso tutto il borgo collinare
di Villanuova. In quell’atmosfera rarefatta il rumore
dei miei passi solitari sull’acciottolato si amplificava.
Tranne gli addetti ai lavori di trasformazione, pochi in verità
perché qui non c’era molto da modificare, non incontrai
che un paio persone e qualche gallina. Sotto un sole implacabile
continuai a salire. Alla prima curva scoperta ecco il panorama
sulle verdi colline di fronte; più su la vista si allargava
comprendendo anche la città bassa. Un’immagine
superba accompagnata da una brezza deliziosa che rendeva più
sopportabile il caldo. Mi fermai a guardare e mi sfiorò
la mente una frase di Cesare Pavese “scendere a Canelli……..”.
Ripresi il cammino. La Stërnía termina un una piazzetta
con due chiese: quella di San Leonardo, simile esternamente
a San Tommaso, e quella di San Rocco, più piccola e più
antica. Questa era la chiesa del Castello, oggi il palazzo privato
della famiglia Gancia che, infatti, la sovrasta qualche metro
più su. Trovai entrambe le chiese aperte. San Rocco è
quella che mi affascinò di più. Un bellissimo
edificio di pietre e mattoni dalle morbide linee tonde. L’interno
circolare la fa sembrare più grande di quanto non lo
sia effettivamente; qua e là resistono alcuni affreschi
a trompe-l’oeil. Peccato che sia usata come magazzino
e quindi non la si possa visitare se non in casi eccezionali.
Tornai al camper ripensando alla passeggiata. Canelli, che conoscevo
superficialmente, si era rivelata come un luogo dove l’arte,
purtroppo, a mio parere, non valorizzata, le attività
industriali, commerciali ed agricole convivono fianco a fianco.
Trovai la parte bassa della città invasa dai berretti
blu dei camperisti della Granda. Mi fermai a chiacchierare con
alcuni di loro. L’argomento principale era ovviamente
il Guiness al cui proposito non raccolse che commenti entusiastici
da camperisti venuti da diverse regioni italiane.
Nel pomeriggio del sabato cominciò la rievocazione dell’Assedio
posto dal Duca Gonzaga a cui i Canellesi si erano ribellati.
Uno spettacolo corale, storicamente e coreograficamente perfetto,
avvincente, pieno di colori, costumi, stendardi, rullate di
tamburi, musica, sparatorie e combattimenti, che ebbe il suo
momento più spettacolare (450 figuranti) verso sera con
la battaglia sotto il Castello. La rievocazione continuò
la domenica concludendosi la stessa sera, dopo la vittoria dei
Canellesi aiutati dalle truppe dei Savoia, con l’immancabile
festa della vittoria.
Ed infine come dimenticare le visite alle famose aziende enologiche
altamente automatizzate, dove tutto è lucido, perfetto,
inodore, quasi asettico, vivacizzate dalla degustazione di un
vino degno della coppa degli Dei?