I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Le Cinque Terre"

di Elisabetta Grazia

Le Cinqueterre ormai ricordano un territorio superato dal tempo, si prestano ad una realtà romantica irrimediabilmente perduta. Strette tra le scogliere ed il mare rendono la testimonianza della risolutezza alla sopravvivenza umana. Un paesaggio selvaggio ed un tempo inaccessibile della riviera ligure: Monterosso, Riomaggiore, Vernazza, Corniglia e Manarola sono stati emarginati per secoli, prigionieri in un”fazzoletto di terra” quando le moderne vie di comunicazione quali la via “Aurelia” a monte e la ferrovia a valle non erano state ancora realizzate. Questi luoghi erano raggiungibili a piedi o via mare e pertanto hanno conservato la loro bellezza. I terrazzamenti a secco sono più lunghi della mitica muraglia cinese, in totale 11.000 chilometri furono necessari per queste popolazioni per la pura sopravvivenza. Un gioco d’incastro di pietre su pietre, un modo per strappare la terra alla ripida costiera. Una situazione di vita nel susseguirsi di circa 1.000 anni di generazioni. Quella terra era troppo preziosa per coltivarne cereali, frutta e verdura. Hanno saputo adattarsi alle dure condizioni dettate dalla natura. Gli abitanti delle Cinqueterre sono viticoltori da sempre piantando vitigni al vento fresco e salmastro del Libeccio. Per raggiungere i terrazzamenti alle spalle dei loro villaggi con gli impervi sentieri costruiti intorno agli anni sessanta hanno inventato il “trenino”, la moderna ferrovia dei vigneti che non è altro che un montacarichi su una monorotaia che sale i vertiginosi terrazzamenti dove il mare in basso mugghia minaccioso. Il lavoro nei vigneti era affidato soprattutto alle donne, la maggior parte degli uomini praticavano impieghi stagionali a Genova oppure all’arsenale della Spezia1. L’architettura degli abitanti delle Cinqueterre è particolare in quanto sovente dovevano difendersi da attacchi improvvisi dei nemici ma dal mare venivano anche i mercanti. Il mare fu per lungo tempo il loro unico collegamento con il mondo esterno. Talvolta non c’era nulla da vendere, i parassiti, la siccità e la grandine riducevano drasticamente i già magri guadagni e bisognava attendere l’anno successivo. Molti, troppi uomini erano costretti a prendere il mare, un mare che faceva paura e troppo spesso significava morte. Tutte le chiese delle Cinqueterre narrano di naufragi. Nei paeselli le “cose” più improbabili era incontrare animali a quattro zampe, pesci, carne od un medico, così scriveva Telemaco Signorini2, grande pittore trentino che in occasione della sua prima visita, gli abitanti si ritraevano spaventati e schivi alla vista dello “straniero” il quale sarebbe diventato un cronista delle loro vite studiando e dipingendo il loro lavoro ed ogni festa che interrompeva la loro avara e dura quotidianità. Signorini posava lo sguardo sul mare color smeraldo davanti al quale la vista percorreva l’ azzurra immensità. Agli abitanti delle Cinqueterre il mare riservava soltanto disgrazie, il male maggiore erano i pirati che non cessarono mai di battere questa costa sino al 18° secolo. Essi con tutta la miseria delle popolazioni avevano intravisto una ricchezza del tutto particolare, rapivano donne e bambini rivendendoli come schiavi. Le case delle Cinqueterre sono fatte di pietra. Il mare non l’hanno mai amato davvero, si sono adeguati nei loro piccoli porti naturali come a Vernazza e Monterosso dove ancora oggi s’incontra qualche pescatore che con mille manovre di paranchi e funi debbono essere impiegati per posare dolcemente l’imbarcazione dalle rocce sull’acqua sempre troppo lontana. Nel 1870 molte cose cambiarono. Furono scavate gallerie ferroviarie che collegarono le Cinqueterre a La Spezia. La costruzione della ferrovia creò posti di lavoro ed opportunità per una vita migliore. I primi viaggiatori scoprirono i cinque villaggi e gli abitanti nel contempo il vasto mondo esterno. Il sentiero che inizialmente rappresentava il collegamento più breve tra Rio Maggiore e Manarola un giorno divenne il “sentiero dell’amore”, un luogo dove era possibile incontrarsi non visti da occhi indiscreti. Forse ancora oggi nella speranza di costruire un futuro per il loro amore turisti provenienti da tutto il Mondo percorrono probabilmente quella che è il percorso più famoso d’Italia. Tutti i cimiteri della Liguria sono rivolti al mare quale omaggio filiale ai defunti. A coloro che giungono dal mare appare sulla costa Portovenere con alle spalle le colline incantate dal delicato splendore. Portovenere non appartiene alle Cinqueterre, non ne fa parte affatto, molti ritengono che sia la naturale continuazione di questa costa. Presto la Repubblica Marinara di Genova riconobbe la sua posizione strategica che trasformò in un avamposto militare rivolto contro la nemica di sempre, l’altra di Pisa. A Portovenere anche le variopinte case affacciate sul porto alludono ad un passato militare. Le “palizzate”così venivano chiamate, costituivano un fronte inespugnabile contro le aggressioni nemiche e le costruzioni a sette piani erano al tempo stesso mura cittadine in caso di pericolo e case di abitazione. Un patrimonio che dalle Cinqueterre a Portovenere è unico con i suoi vigneti terrazzati, tuttavia destinato a restringersi inesorabilmente per il progresso della macchia mediterranea in quanto il numero dei viticultori tende inesorabilmente ad assottigliarsi. Le condizioni di lavoro non sono più compatibili con la nostra epoca. Un abitante delle Cinqueterre ne parla così: “la ricchezza astratta delle Cinqueterre e dei figli della completa miseria del passato ora a ragione la popolazione vuole dimenticare”. Una miseria generata dalla povertà della terra e dal suo secolare isolamento. L’atmosfera delle Cinqueterre è sempre stata intrisa da tormenti e sacrifici.

1 Il golfo della Spezia è detto anche “Golfo dei poeti” a ricordo di P.B. Shelley e G.G.Byron, esponenti del romanticismo inglese che vi soggiornarono all’inizio dell’800. Il primo a S.Terenzio ed il secondo a Portovenere. Lord Byron era un ottimo nuotatore, si recò più volte da Portovenere a Lerici attraversando il golfo a nuoto, suo rifugio preferito era la grotta marina dell’Arpaia. Il soggiorno di Shelley a S.Terenzio nel 1822 si concluse tragicamente per il poeta con il naufragio della sua barca a vela di fronte a Viareggio dal ritorno da Livorno.

2 Pittore (Firenze 1835-1901). Risiedette sovente a Riomaggiore. Qui è legata la sua ultima e sovente felicissima attività artistica.


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