I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Cerveteri, cronaca del raduno"

di Graziella Vignazza Santi

Il cielo limpido si distende come un velo sulle verdi colline dove pascolano greggi belanti. Qualche casa sparsa occhieggia dalle cime. Sullo sfondo le vette dei monti. È il quadro sereno della campagna romana che ho già visto in qualche pinacoteca, ma ora lo sto osservando attorno a me. Mi volto e vedo la striscia blu del mare e le bianche case dell'etrusca Kaisria, l'Agylla greca o la Caere romana, insomma l'attuale Cerveteri, raccolte sullo sperone di tufo.
Che sarà mai questo odore strano che volteggia nell'aria? Verrà dagli ovili sparsi o dalla gabbia di due struzzi spaventati dal nostro andirivieni? Nulla di tutto questo. È l'acqua solforosa della polla che gorgoglia laggiù nel fondo della piccola valle. Mi avvicino. Curioso, sembra una pentola in ebollizione, ma l'acqua è fredda. Bene, mi dico, mi farò passare il raffreddore che mi sono portata da casa con inalazioni in plein air.
Guardo ancora una volta il paesaggio in cui è immerso il Centro Vacanze Sasso dove siamo parcheggiati per il raduno di questa Pasqua 2003, poi mi avvio al salone del Centro per il primo incontro con i compagni d'avventura. Prima sorpresa, anzi, le sorprese (è Pasqua, no?). Alla presenza di alcune autorità locali accompagnate dai vigili, il Presidente del Camper Club comunica la nascita della nuova sezione Etruria con sede a Cerveteri, poi presenta il dottor Raffaele Jannucci, direttore del prestigioso mensile "Plein air" che i turisti "fai da te", di cui i camperisti sono il portabandiera, conoscono molto bene. Con passione il dottor Jannucci, dopo aver dato il benvenuto ai circa duecento presenti, intrattiene parlando di argomenti importanti nel settore del turismo itinerante. Seguono le informazioni relative alle questioni pratiche dei giorni a venire (assegnazione ai pullman, orari delle partenze, ecc.), poi tutti al rinfresco. Si ritorna ai camper per una cena veloce; la serata danzante ci aspetta.
Il mattino dopo, Venerdì Santo, il vento spazza il cielo che si presenta azzurro intenso. Il primo appuntamento della giornata è con Cerveteri. Dalla piazza principale una breve passeggiata porta alla Piazza Santa Maria, cuore della città storica. È questo uno spazio raccolto tra la Rocca medievale, attuale sede del Museo nazionale Cerite, le mura merlate che si appoggiano su precedenti strutture etrusche, la lineare facciata cinquecentesca del Palazzo Ruspali, appena alleggerita da una doppia fila di arcate, e la chiesa che dà il nome alla piazza. L'insieme non è omogeneo, stili, colori, epoche diverse, ma la sensazione è di un ambiente deliziosamente sereno e distensivo. La visita al Museo è interessante e sorprendente, sia per i bellissimi ed ariosi locali con mattoni a vista ed i soffitti a botte, sia per la quantità e la varietà dei reperti che mette in mostra. Tra statue, vasi, bruciatori di profumi, sarcofagi e gioielli, spiccano i corredi funebri esposti al completo come sono stati ritrovati. La maggior parte del materiale proviene dalle necropoli della zona di Cerveteri, soprattutto dalla Banditaccia, dove si andrà appena conclusa la visita in corso. Ripensandoci adesso, è curioso che non ci sia nemmeno un'arma in tutto il Museo.
Mentre il gruppo si ricompone ne approfitto per infilarmi nella chiesa di Santa Maria entrando dalla porta principale aperta nella facciata di stile romanico. L'interno è tutt'altro che romanico. Soltanto osservando meglio capisco che questa parte dell'edificio è l'ampliamento di una chiesa più antica che, lasciata qual'era, ha assunto le funzioni di transetto. In questa parte è allestito il Santo Sepolcro, un tripudio di fiori bianchi profumatissimi. Esco da una porta laterale e così scopro la facciata antica semi nascosta dal Palazzo Ruspoli.
Un paio di chilometri nel verde della campagna separano Cerveteri dalla Banditaccia, la più estesa, per ora, (gli scavi qui e altrove sono sempre aperti) e la sola visitabile delle necropoli etrusche che, come un anello, circondano quella che fu una città-stato. Il ritrovamento avvenne per caso. La Banditaccia era una cava di pietre usate nella pavimentazione stradale; a furia di scavare apparvero le prime tombe. Da quel momento, siamo nel 1800, è diventato un luogo importantissimo per lo studio e la conoscenza di un popolo che sembrava svanito nel nulla. Con i ritrovamenti di tombe rupestri, sotterranee, a fossa, a tumulo ed a schiera, dei corredi funebri in esse contenuti, la Banditaccia si è rivelata un concentrato di storia che ha contribuito a svelare il mistero dell'estinzione degli etruschi. Molto semplicemente essi s'integrarono nel sistema romano quando le loro terre furono conquistate da quel popolo.
Il luogo dove sorge la necropoli della Banditaccia è bellissimo. In un bosco dove stormiscono le foglie e cantano gli uccelli si aprono radure e sentieri che portano da una tomba all'altra. Si coglie un senso di pace, ma non quella eterna. Sarà che gli etruschi di una certa epoca costruivano i sepolcri ad immagine della casa dei viventi, saranno le spiegazioni precise ed appassionate di Benedetto Zapicchi, profondo conoscitore di storia etrusca che ci ha fatto da guida, sarà che queste tombe, a differenza di quelle di Tarquinia, sono in maggioranza a tumulo, si alzano cioè verso il cielo anziché sprofondare sotto terra, nella necropoli si sente aleggiare la vita, non la morte.
Raccontare le bellezze della Banditaccia vorrebbe dire scriverci un libro. Mi limito ad alcuni accenni da visitatrice curiosa. La tomba Capanna col soffitto spiovente e la porta d'ingresso a trapezio che garantiva sempre la chiusura (funzionava come quelle dei saloon americani). Le tombe rotonde, inizialmente un semplice cerchio, più tardi arricchite di tumulo e tetto. La tomba dei Letti Funebri, quasi un appartamento con stanze e finestre; molto belli i giacigli di tufo scolpito, soprattutto quelli dei "padroni di casa". La tomba dei Vasi Greci, un tri-locale in cui furono trovati ben 180 vasi, in maggioranza greci. La tomba dei Capitelli, ampia ed ariosa (ci stanno comodamente cinquanta persone), bellissima per le colonne con capitelli ed il soffitto decorato. La tomba della Cornice, così chiamata per una cornice pensile, ma anche importante perché mostra la riproduzione di due sedie. Ed ancora la romba dei Rilievi scavata nel tufo in fondo ad una lunga scala. Un vetro impedisce l'ingresso, ma non la vista dei bellissimi dipinti che decorano le pareti e le colonne. Un altro esempio di decorazione colorata è la tomba Policroma, le cui pareti sono coperte di fasce multicolori. E poi la tomba dei Leoni dipinti, la tomba degli Scudi e delle Sedie, ed altre ancora, fino alle tombe a schiera, del tutto simili, per concezione urbanistica e risparmio di spazio, alle attuali ville a schiera.
Il pomeriggio del venerdì è dedicato alla visita del castello di Santa Severa. Sorge su parte del Castrum romano del III secolo d.C., sulla riva del mare, un po' staccato dalle case del paese. È un borgo-castello costruito dalla famiglia Barberini, il cui stemma decora l'ingresso. Nel 1482 fu venduto ai monaci del Pio Istituto del Santo Spirito che lo utilizzarono in vari modi fino al 1980. Fu ospedale, lazzaretto, tenuta agricola, centro per vacanze. Oggi a chi appartenga non si sa bene. C'è un contenzioso in atto tra il comune di Santa Marinella, di cui Santa Severa è una frazione, ed una ASL di Roma o Civitavecchia. Il risultato di questa lunga procedura giudiziaria è sotto gli occhi di tutti: nessuno fa nulla, il complesso sta andando verso lo sfacelo, in special modo la parte più antica prospiciente il mare.
La visita inizia dal Battistero, in realtà una cappella con i muri interamente affrescati e con al centro un fonte battesimale moderno ricavato da un'antica macina romana. Ciò che colpisce immediatamente, come il classico pugno allo stomaco, è il soffitto abbassato che ha decapitato alcune delle immagini dipinte. Questa "meraviglia" si deve ai lavori effettuati nel 1600 per costruire degli appartamenti sovrastanti la cappella. Tornando agli affreschi, risalenti agli anni a cavallo del 1400-1500, essi raccontano una storia, quella di una nave sulla quale era probabilmente scoppiata un'epidemia di peste. A bordo c'era un monaco dell'Ordine del Santo Spirito, Gabriele de Salis, che si salvò per intercessione di San Biagio. In ringraziamento per lo scampato pericolo fece dipingere la cappella. Nell'abside, insieme con immagini di Santi, tra cui Santa Severa e Santa Lucia, si nota quella di Gabriele de Salis che si rivolge alla Vergine.
La chiesa dell'Assunta, eretta nel 1594, si trova accanto al Battistero. Sull'altare un affresco dipinto nel 1595 mostra la Madonna col Bambino ed ai lati Santa Severa e Santa Marinella con i rispettivi castelli. Quasi una fotografia di com'era questa parte del litorale laziale. L'immagine che associa il valore artistico a quello storico si è salvata per caso. Nel corso del 1700 le pareti furono intonacate e così scomparvero per sempre i dipinti che le decoravano. Stranamente l'affresco dell'altare non subì la stessa sorte. Fu coperto con una tela che contribuì alla sua conservazione.
Attraversati due cortili su cui si affacciano degli edifici moribondi si raggiunge la Torre dell'undicesimo secolo costruita, pare, su una base più antica. Una stretta e ripida scala a chiocciola sale fino alla terrazza. Sui tre piani in cui è suddivisa internamente è allestito un piccolo museo che narra la storia del borgo. La sosta alle bacheche permette di ricaricare le energie per affrontare la salita successiva. Giunti alla terrazza si è compensati da un panorama stupendo che spazia dalla costa ai Monti della Tolfa, dal quadrilatero di una peschiera di epoca romana, oggi sommersa, agli scavi di Pyrgy. La bellezza è subito offuscata da note dolenti. Gli scavi, difesi da una recinzione verso terra, appaiono completamente esposti dalla parte del mare. Come dire: entri chi vuole. Un insulto alla città etrusca che fu lo scalo portuale di Cerveteri a cui era collegata da una strada larga dieci metri, molto ampia per l'epoca. Il porto di Pyrgy era tanto importante da entrare nelle mire dei Romani che lo conquistarono nel III secolo d.C. L'attività portuale continuò fino al Rinascimento. La Torre, restaurata nel 1995, è collegata da un passaggio aereo all'edificio del Castello vero e proprio, un fabbricato inagibile che attende urgenti lavori di consolidamento.
L'intensa giornata di questo Venerdì Santo non è ancora terminata. La sera si torna a Cerveteri per assistere al Processo a Gesù. Il palcoscenico è la bella scalinata che s'infila tra le mura duecentesche della Rocca e le case medievali, collegando la piazza moderna alla Piazza Santa Maria. La scena è resa ancora più suggestiva dalle luci, dalle musiche, dalla bravura e dai costumi degli attori. Terminato il Processo a Gesù inizia la processione che simboleggia la salita al Calvario. Il corteo si snoda lungo le strade strette, poco illuminate, del centro storico. Il Cristo sotto il peso della croce pungolato dai centurioni, l'indifferenza delle guardie e dei notabili giudei, i soldati romani che montano cavalli nervosi, il rumore degli zoccoli sul selciato, la Confraternita della morte che segue portando la statua della Vergine Addolorata, la gente che s'inginocchia pregando. L'illusione della realtà è totale. Il finale si svolge ancora sulla scalinata. Travolta da una musica che comunica tutto il senso del dramma, abbagliata dai bellissimi giochi di luce e dai fumogeni colorati, tutta la piazza assiste alla crocifissione in un profondo silenzio. La partecipazione è così intensa che l'applauso liberatorio finale aspetta qualche secondo ad esplodere. Tutti siamo stati profondamente coinvolti in questo spettacolo, rito, cerimonia, rievocazione storica, non so come definirlo con una sola parola. Forse è tutto questo, forse altro ancora. Emozionante e struggente sicuramente si. Torniamo ai camper sotto un cielo chiaro, le stelle sono cancellate da una splendida luna piena.
Il sabato mattina c'inoltriamo su una strada a saliscendi tra i verdi boschi dei monti della Tolfa. La meta è Tuscania. La città si allunga su una terrazza di tufo come una bella dama distesa sul triclinio. Località importante, perché posta su una via di comunicazione tra il mare e l'interno, fu conquistata dai Romani che ne fecero un punto dominante sul territorio. Seguirono le invasioni dei barbari, finché Carlo Magno donò la città ed il territorio alla chiesa. La struttura del centro storico è quella di una città medievale inalterata dai tempi del papa Bonifacio VIII (1300) signore di Tuscana, come si chiamava allora. Dopo una rivolta del popolo contro il papa il nome fu alterato in Toscanella, in senso dispregiativo. Rimase tale fino al 1911 quando fu ribattezzata con il nome attuale. La Tuscania dei nostri giorni deve parte del suo aspetto al "benefico" terremoto del 6 febbraio 1971. Sembra un paradosso, ma non lo è. Le scosse telluriche fecero crollare i muri che celavano le balconate che alleggeriscono ed abbelliscono tante facciate.
Un delizioso profumo di pane fresco riempie la Piazza del Duomo. Qui la cosa più notevole non è la chiesa, una delle trenta della città, bensì la fontana detta del Bramante. Stradine e scalette portano ai giardini delle mura, sorti dopo il terremoto al posto degli orti precedenti. Lo sguardo spazia sulle colline, sulle mura e sulle torri, anche su quanto è rimasto delle mura antiche che una volta inglobavano la chiesa di San Pietro e le rovine del Palazzo del Capitano del Popolo, ora isolati su due colli. Queste rovine, scheletri svettanti al cielo, mettono in moto la mia fantasia. Mi sembrano luoghi di fantasmi e licantropi ululanti nelle notti di luna piena.
La passeggiata lungo le mura offre bellissimi scorci sulle case di Tuscania. Si lascia il centro storico per imboccare la strada che porta alla chiesa di San Pietro, fortunatamente in discesa tranne lo strappo finale per raggiungere il piazzale. Questo sembra un mondo a sé, lontano dalla città che gli fa da sfondo, raccolto tra un paio di torri medievali, il Palazzo episcopale e la chiesa romanica la cui facciata policroma, risalente al 1200, brilla alla luce del sole. Il portale centrale è incorniciato da colonne e da un nastro di mosaici interrotto da dodici scene di personaggi al lavoro. Simboleggiano il calendario dei lavori agricoli. Sopra il portale sta una loggetta sovrastata da un bellissimo rosone inquadrato dai simboli degli evangelisti. L'ampio interno, al momento oggetto di restauri, è suddiviso in tre navate da colonne. Conserva la struttura romanica con finestrelle strette, la navata centrale affiancata da lunghe panche di pietra dove, nel medioevo, i tuscanesi si riunivano in assemblea, il pavimento originale in mosaico del XII secolo, resti di affreschi di gusto bizantino nell'abside, un bellissimo ciborio su colonne. Sotto la chiesa si apre una romantica cripta abbellita da colonne di spoglio, cioè di tipo diverso, portate qui da altri edifici probabilmente demoliti.
Dal colle alla valle, ossia da San Pietro sul poggio a Santa Maria Maggiore in una conca silenziosa fuori le mura. L'edificio nasce nell'ottavo secolo su di una costruzione precedente, ma ne impiega ben cinque per arrivare all'aspetto finale. La scenografica facciata (1200) è nascosta dalla torre campanaria, tozza, larga quanto la facciata stessa. Una leggenda locale racconta che, essendo la facciata di Santa Maria contemporanea a quella di San Pietro, la torre aveva lo scopo di nascondere il procedere dei lavori a "quelli di San Pietro" affinché non copiassero. Comunque sia, le due facciate sono assai diverse. Luminosa quella di San Pietro, quasi barocca quella di Santa Maria. Sul muro di mattoni rossi spicca tutta una serie di figure scolpite nel marmo bianco: colonnine a tortiglione, immagini di leoni e chimere, una rozza Madonna con Bambino, scene bibliche, San Pietro, San Paolo, per finire con il grande rosone centrale contornato, anche questo, dai simboli degli evangelisti. La struttura dell'interno è simile a quella di San Pietro, del resto le due chiese si possono considerare contemporanee. Si nota il pulpito di aspetto moresco, margherite e simboli zodiacali scolpiti sotto gli archi, resti degli affreschi che una volta coprivano tutte le pareti della chiesa, il più famoso dei quali, il Giudizio Universale di scuola giottesca, è visibile soltanto in parte perché in restauro.
Anche la Tomba della Regina si trova fuori dal centro storico, in mezzo ad un parco. Da qui la vista di Tuscania è veramente affascinante. Mi allontano a malincuore da questo quadro attraente per entrare in una grotta che si presenta come un locale sostenuto da colonne a capitelli. Da qui partono diversi cunicoli che ancora non si conosce dove portino. Di questa tomba scavata nel tufo parlò la prima volta uno scrittore inglese dell'ottocento. Nel suo libro descrisse anche un affresco rappresentante una donna con diadema. Nessuno lo trovò mai, però la descrizione servì a dare un nome alla tomba. Essa pare risalga al IV-III secolo a.C., ha una struttura strana, finora unica tra le tombe etrusche, per cui sono state fatte tante ipotesi che al momento non hanno risposta.
Si torna in città per visitare il Museo Nazionale Tuscanese ospitato nell'ex convento francescano del XV secolo adiacente la chiesa. Bellissimo il chiostro con resti di affreschi sulle pareti e bellissimo e ricco il Museo. Tra tutto quanto è esposto, sarcofagi, corredi funerari, bronzetti ed altro, sono veramente notevoli, per fattura e bellezza, i sarcofagi della famiglia Curunas con le belle ed opulente donne ingioiellate distese come in attesa di partecipare ad un banchetto.
Il sabato pomeriggio si torna a Cerveteri. Non ci sono visite in programma, tranne una puntata nella deliziosa frazione Sasso, una manciata di case a ridosso di un'alta parete rocciosa, le "famose Dolomiti laziali". Effettivamente qui pare di essere in un borgo montano, del tutto particolare però. Le poche case ed una chiesa, come le pareti di un salotto, chiudono la piazzetta a cui si accede da un porta aperta nelle mura merlate.
In città ognuno è libero di trascorrere il tempo come preferisce. Chi va a fare la spesa, chi al bar e chi a zonzo. Scelgo di andare in giro a conoscere la Cerveteri, diciamo, meno importante e qualcosa scopro. Per esempio lo stemma comunale composto da una cerva con tre teste. Perché tre teste? L'impiegato della Pro Loco a cui mi rivolgo spiega che riproduce un'immagine trovata nella tomba dei Rilievi alla Banditaccia, un cerbero con tre teste. Passeggiando per le stradine del centro storico attraverso la Piazza del Comune dove mi soffermo a guardare il bel palazzetto merlato e la fontana ottocentesca, torno alla piazza della Rocca, poi scendo la scalinata dove la sera prima era avvenuta la celebrazione del Venerdì Santo. Strano, non mi pare la stessa. Purtroppo è ora di rientrare, chi ha prenotato le cena presso il ristorante del Centro Vacanze Sasso, poeticamente chiamato "Il fenicottero rosa", deve essere puntuale. Ci fermeremo ancora a comprare dell'ottimo formaggio pecorino prodotto artigianalmente da un allevatore.
Campane lontane annunciano la Pasqua del Signore, giorno di festa e di gioia. Ai camperisti, appena svegli, non sembra un giorno tanto festoso. Nuvole nere coprono il cielo promettendo pioggia a volontà. Infatti, chi ha deciso di trascorrere la giornata a Roma non farà in tempo ad arrivare alla stazione ferroviaria che si prenderà la sua benedizione pasquale. Fortunatamente la pioggia cesserà durante il viaggio, salvo ricomparire ad intervalli fino al pomeriggio inoltrato. Insomma, una Pasqua romana con un clima da estate londinese. In città il gruppo si divide in tanti gruppetti. Chi vuole assistere alla messa papale si ferma in una blindata Piazza San Pietro, altri vanno a visitare i musei ed i palazzi aperti per l'occasione, come Palazzo Madama, altri ancora scelgono di passeggiare in una Roma priva di romani, ben sostituiti dai forestieri e dai soliti giapponesi. Noi ce ne andiamo vagando alla ricerca di ricordi perduti (e così faremo decine di chilometri a piedi).
La pioggia ed il vento rallegrano la notte del lunedì. Il mattino, sui pullman diretti a Viterbo, nessuno parla, parecchi sonnecchiano. Nonostante il tempo incerto (sta ancora piovigginando), sulle ondulate strade della Tuscia che portano alla città dei Papi s'incrociano file di auto che scendono al mare. È la classica gita fuori porta, come la chiamano qui, è Lunedì dell'Angelo, ovvero Pasquetta. Viterbo è deserta, almeno fin verso la fine della mattinata quando si aprirà qualche negozio.
La città dei Papi, ma anche delle cento fontane, e se ne vedono parecchie sparse ovunque, ha origini etrusche. Poco rimane di quell'epoca, ed anche di quella successiva dominata dai Romani. Fu soltanto verso il 1100 che incominciò ad espandersi sul territorio diventando un libero comune, abbastanza prestigioso da poter ospitare, nel 1145, il papa Eugenio III cacciato da Roma. Successivamente, grazie ad una politica di alleanze, ora con l'imperatore, ora con il papa, secondo la convenienza, Viterbo accrebbe il suo potere. Lo testimoniano i cinque chilometri di mura ed il centro storico d'impianto medievale, sebbene deturpato in certi punti da edifici moderni costruiti dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale la città fu pesantemente bombardata. Il soprannome di "città dei Papi" non è usurpato. Dopo il soggiorno di Eugenio III, Viterbo ospitò Alessandro IV (1257) che la nominò sede papale. Da allora i pontefici vi soggiornarono spesso, vi tennero dei conclavi, da qui lanciarono scomuniche, famosa quella di Clemente IV a Corradino di Svevia. Queste presenze contribuirono a rendere la città più forte ed architettonicamente più bella. Dopo alcuni anni di rapporti freddi con il papato (i viterbesi erano stati scomunicati per essersi ribellati a Martino IV), nel 1500 il potere della Chiesa ebbe il sopravvento. Tale situazione durò fino al 1870 quando la città fu annessa al Regno d'Italia.
Dal grande parcheggio del Sacrario si raggiunge in pochi minuti la Piazza del Comune, o Piazza del Plebiscito, centro del potere locale fin dal XIII secolo. Su di essa si affacciano la Torre dell'Orologio, il Palazzo del Podestà di origine medievale, il Palazzo della Prefettura rimaneggiato nel 1700 ed il Palazzo dei Priori, anche oggi sede del potere civico. L'edificio fu eretto nel XV secolo per volere di Sisto IV il cui stemma è visibile sulla facciata. Dal portico si accede ad un cortile interno con fontana, balconata ornata di statue etrusche e bella vista sulla valle. Essendo giorno festivo non è possibile vedere le sale del piano nobile, cosa che raccomando vivamente di fare a chi visita Viterbo.
Dalla piazza del Plebiscito si sale la Via San Lorenzo fino alla piazza del Gesù, un piccolo slargo con l'immancabile fontana, una torre abitata, alcune case ricavate da altre torri (Viterbo potrebbe anche essere definita la città delle cento torri, soltanto che ne rimangono ben poche visibili) e la chiesa che fu testimone di un omicidio storico. Nel 1271 due francesi, Guido e Simone di Monfort, uccisero l'inglese Enrico di Cornovaglia per vendicare la morte del padre, episodio citato anche da Dante nella Divina Commedia. Al momento la chiesa è chiusa.
La Via San Lorenzo porta dritta alla Cattedrale, dopo aver scavalcato un ponticello sotto il quale ci sono tracce delle antiche mura etrusche e rasentato Palazzo Farnese dalla bella facciata con finestre a bifora. La Piazza della Cattedrale è chiusa da una casa medievale detta di Valentino della Pagnotta, dalla chiesa e dal Palazzo Papale con la splendida loggia traforata che pare un pezzo di Venezia trasportato fin quaggiù. Purtroppo, per noi, non è possibile ammirare il Palazzo Papale, al momento coperto dalle impalcature del restauro; è un lieve dispiacere pensando che questi lavori sono necessari alla conservazione del nostro patrimonio storico-artistico. Dato uno sguardo allo snello campanile, in parte rifatto dopo la seconda guerra mondiale, alle movimentate linee rinascimentali della facciata della Cattedrale, si entra nella chiesa dove si ha la sorpresa di trovare un ambiente romanico. A questo punto occorre tornare agli eventi bellici. L'edificio, costruito negli ultimi anni del 1100, fu centrato in pieno da una bomba. I segni sono ancora visibili sulle colonne che lo dividono in tre navate. Il soffitto sfondato portò alla luce quello precedente, romanico appunto. Nel restauro che seguì fu deciso di smantellare le sovrastrutture, di ricostruire soltanto due altari dei cinque o sei andati distrutti, ed ecco che l'interno riebbe l'aspetto romanico originale. Gli altari sono dedicati ai quattro (non c'è errore: quattro) patroni di Viterbo, uno a San Lorenzo e Santa Rosa insieme, l'altro ai martiri Valentino ed Ilario dei quali conserva le reliquie. La Cattedrale accoglie anche il sepolcro di papa Giovanni XXI, medico e teologo, unico pontefice di nazionalità portoghese. Accanto al sepolcro un cartellone in lingua portoghese, con pessima traduzione in italiano, ne racconta la storia. Qualche visitatore infastidito ha provveduto alle correzioni con la biro. Uno spettacolo poco decoroso che spero sia presto rimosso.
Tornando sui propri passi si arriva alla Piazza della Morte, nome affatto piacevole per chi ci abita. Ricorda ai posteri che qui aveva sede la Confraternita dell'Orazione e della Morte, il cui compito era di dare sepoltura ai defunti abbandonati. Il centro della piazza è occupato dall'ennesima fontana, questa, però, è particolare. Intanto è la più antica del suo genere ed una delle più belle di Viterbo, poi ha un ingegnoso sistema di raccolta e distribuzione dell'acqua eventualmente traboccata dalla vasca superiore. Una serie di bocchette nell'anello di base e di tubazioni sotterranee la convoglia in altre parti della città.
Di fronte alla fontana la strada in salita porta al quartiere San Pellegrino, un intatto e spettacolare agglomerato medievale di case, palazzi, stradine, porticati, torri. Non un freddo museo, bensì un borgo vivo, abitato, con attività commerciali, specialmente antiquarie, con i fiori alle finestre ed i bambini che giocano sulla strada. Si è presi da un tale coinvolgimento emotivo che sembra strano incrociare gli abitanti del borgo vestiti con abiti contemporanei. Che dire della Piazza San Pellegrino? Le parole appaiono inadeguate a descrivere un simile concentrato di bellezza e di storia. Tre lati sono occupati dal Palazzo degli Alessandri (XIII secolo), nobile e potente famiglia guelfa che decorò tutti i muri esterni con lo stemma gentilizio, una semplice stella di diamante. L'edificio è movimentato da archi, portici, finestre, portali, per finire con una scala esterna, un corpo di guardia con camino ed un bel giardino fiorito racchiuso nelle mura. Le due massicce torri sullo sfondo sembrano custodire per sempre questo luogo fuori dal tempo.
La mattinata trascorsa in una visita interessante e piacevole ed il sole tornato a splendere hanno rianimato tutti. Siamo pronti a godere al massimo la merenda organizzata nel pomeriggio. Nel Centro che ci ospita, sui prati digradanti verso il laghetto, ci ritroviamo per gustare i tipici prodotti locali: porchetta, pecorino e fave, innaffiati da vino e bibite per tutti i gusti. Ai bimbi è riservata la sorpresa di un grande uovo pasquale di cioccolato che si affrettano a rompere. I grandi partecipano al rito assaggiandone qualche pezzetto. Si raccontano barzellette, si ride, si fa musica a tutto volume, si canta, si premia a suon di fave l'ugola più bella, un chiasso tale che il pescatore dal laghetto ci guarda perplesso. Il suo viso sembra dire: "Chi saranno mai tutti questi matti?". La nostra allegria attrae le famiglie sparse sui prati, venute a trascorrere una tranquilla giornata in campagna. Pian piano si avvicinano a noi. La loro Pasquetta non sarà stata, forse, molto tranquilla, allegra non c'è dubbio.
Le serate si erano svolte tra danze, sfilate di moda estemporanea e di costumi più o meno improvvisati, estrazione a sorte di premi, ma il meglio è stato riservato a quella finale del lunedì. Dal cilindro di un prestigiatore sconosciuto (ma è poi sconosciuto?) salta fuori un gruppo di baldi giovani (baldi? giovani?) che, novelli e caserecci protagonisti di una Full Monty etrusco-piemontese, sculettano come matti in mutande blu. Voila, Signore e Signori, i PON PON BOYS. Magari non più tanto boys, ma molto, molto pon pon i novelli cavalieri delle Pon Pon Girls. Eccoli qui, belli e maschi, qualcuno anche stagionato come il miglior parmigiano. Con urla degne di un Tarzan che non ha lasciato la foresta da un decennio, i neonati Pon Pon Boys afferrano le ragazze e le trascinano nelle danze in un vortice di musica, applausi e risate. Giovani di tutte le età siete avvisati: è nato un nuovo gruppo in seno al Camper Club La Granda. Da dieci a novant'anni, ed anche oltre, siete tutti invitati a partecipare, non ci sono limiti. Serata indimenticabile.
Un'ombra di malinconia segna il momento della partenza. Il raduno è terminato, gioia ed allegria di giorni spensierati sono già chiusi nel libro dei ricordi. Grazie amici della nuova Sezione Etruria per averci accolto con tanta cortesia e disponibilità. In vostra compagnia abbiamo conosciuto le bellezze e le ricchezze del territorio su cui andrete ad operare. Come scrisse Cesare Pavese, il grande scrittore piemontese: "È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante". Lunga e feconda vita alla sezione Etruria.

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