I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Alla scoperta di Bomarzo"

di Graziella Vignazza Santi

“Voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte e stupende venite qua…” Quale miglior invito si può desiderare per visitare Bomarzo? Tale epigrafe la scrisse negli anni attorno alla metà del 1500 il duca Pier Francesco Orsini ponendola all’ingresso del suo giardino fantastico, il Parco dei Mostri, ma ben si adatta anche al borgo perfettamente conservato da quel tempo lontano.
Bomarzo si trova in provincia di Viterbo, sui dolci monti dell’Alto Lazio che dominano la valle del Tevere. Di origini antichissime, fu sede vescovile per quattrocento anni a partire dal VI secolo. L’aspetto rinascimentale lo deve alla famiglia Orsini di cui era un feudo. Alla fine del 1400 Corrado Orsini cominciò la trasformazione del castello medievale in palazzo, una possente costruzione che domina il panorama del borgo. La severità delle linee architettoniche è ingentilita da fregi di peperino, cornici e balconcini. Attorno al palazzo si sviluppa il nucleo antico, stabilmente abitato anche ai giorni nostri, percorso da una ragnatela di stradine, piazzette e scalinate immerse in un silenzio irreale. Magnifica la piccola piazza su cui prospetta la bella facciata a due gradinate della Chiesa di Santa Maria Assunta, costruita anch’essa sul finire del 1400. Sull’altare maggiore una pala rappresenta Sant’Anselmo Vescovo che benedice la città di Bomarzo di cui è patrono. Le sue spoglie furono collocate nella stessa chiesa nel 1600.
Il figlio di Corrado Orsini, Pierfrancesco, detto Vicino, continuò l’opera del padre ed aggiunse quello che oggi attira tanti visitatori: il Bosco Sacro, ribattezzato col nome più commerciale di Parco dei Mostri. Pare che Vicino fosse un uomo inquieto e malinconico, certo è che a trentatré anni aveva già alle spalle otto anni di guerre combattute al servizio dei Papi e tre anni di prigionia nelle fortezze dell’Europa del nord. Forse guardando pensoso dall’alto del palazzo la valle ai suoi piedi, fantasticò di dare vita a quelle pietre sparse nel bosco. Amante delle arti e mecenate di artisti, chiamò architetti, scultori e maestranze affinché scolpissero delle figure in quei sassi inerti. A partire dal 1552, all’ombra delle querce cominciò a crescere una popolazione surreale e bizzarra fatta di fiere, animali veri ed immaginari, divinità pagane, folletti, sfingi, angoli di giardino rinascimentale e perfino una casa pendente. Vicino Orsini spese trent’anni della sua vita alla realizzazione di un sogno. Quest’opera ispirata dalla fantasia e dall’amore, che nulla ha di mostruoso se non lo stravolgimento delle proporzioni, la dedicò all’amatissima moglie Giulia Farnese scomparsa prematuramente.
I successori di Vicino Orsini lasciarono decadere il Bosco sacro. La proprietà passò di mano parecchie volte. Nessuno se ne curò, gli abitanti di Bomarzo se ne tenevano alla larga intimoriti da quei mostri enormi che spuntavano tra gli alberi. La natura ne riprese il possesso coprendo di erbe e cespugli tutte le meraviglie tanto amate da quel duca un po’ folle e un po’ geniale. Per secoli Bomarzo ed il suo Bosco furono quasi dimenticati da tutti, anche dal mondo artistico. Ogni tanto qualcuno ne scriveva senza suscitare molto interesse, Salvador Dalì venne a cercare ispirazione per le sue opere, Michelangelo Antonioni vi girò un cortometraggio. Tutte cose che non risvegliarono il Bosco dal suo sonno secolare.
Bisogna arrivare al 1951 quando capitò da queste parti un certo Giovanni Bettini, romagnolo intraprendente e con il fiuto per gli affari. Comprò il bosco, lo ripulì, fece restaurare le statue danneggiate, costruì alcune strutture accoglienti per i visitatori, compresa un’area per la sosta dei camper fornita di acqua, scarico e barbecue, e lo aprì all’ammirazione del pubblico.
Bomarzo festeggia il patrono, Sant’Anselmo Vescovo, il 24 aprile. È una ricorrenza che per tre giorni coinvolge tutto il paese che si veste di luci e colore con vessilli dei rioni sventolanti da finestre e balconi. Il pomeriggio del 23 ha luogo la benedizione dei cavalli che correranno il Palio due giorni dopo. La sera stessa i rappresentanti dei cinque rioni, abbigliati in costume cinquecentesco, sfilano per le vie del paese. Nella Chiesa di Santa Maria Assunta avverrà il rito della presentazione e benedizione dello stendardo del Palio, l’assegnazione dei cavalli e dei fantini ai rioni, la benedizione del biscotto di Sant’Anselmo. Trovarsi mischiati in mezzo alla folla che segue il corteo storico ed essere coinvolti dalla partecipazione dei Bomarzesi è tutt’uno. La chiesa è strapiena, la piazza sottostante pure. Tutti attendono con ansia di vedere il Palio che fino alla fine della cerimonia mostra al pubblico soltanto il lato posteriore. È emozionante sentire lo scrosciare degli applausi e l’urlo liberatorio della folla quando finalmente lo stendardo sarà voltato. La serata si conclude con la distribuzione del biscotto benedetto, una ciambella dolce, soffice, profumata di anice, in ricordo del pane col quale Sant’Anselmo sfamava poveri e pellegrini.
Tra spari e mortaretti il mattino del giorno successivo ha luogo la processione in onore del Santo patrono. L’effigie del Santo non c’è, ovvero, c’è una volta ogni dieci anni. Così vuole la tradizione. La giornata prosegue tra sfilate di majorettes, concerti musicali ed una spettacolare esibizione pirotecnica. Non c’è modo di annoiarsi.
Il mattino dell’ultimo giorno di festa, Bomarzo si presenta come un grande mercato. Centinaia di bancarelle sono schierate sulle strade, i negozi sono aperti, i ristoranti offrono la cucina locale. S’inganna il tempo in attesa della disputa del Palio. Gruppi di persone discutono animatamente e, allungando l’orecchio, di che parlano? Ma della corsa, naturalmente, di cavalli e fantini, di festa nei borghi, anche se soltanto uno sarà vincitore. Con l’aria fina si respira una grande attesa. Ed eccoci al pomeriggio. Personaggi in costumi rinascimentali, venuti anche dai centri vicini, sfilano per le strade, gli sbandieratori danno spettacolo, le autorità, sindaco in testa, precedono la folla. Tutti convergono al campo del Palio. La corsa, in sé, si conclude in pochi minuti; ancora una volta, pur essendo soltanto spettatori, si è sommersi dall’entusiasmo generale e si finisce per tifare per l’uno o per l’altro.
Chi si trovasse a visitare Bomarzo nel periodo attorno al 25 aprile, non si perda questa festa grandiosa. Noi ci siamo capitati per caso, per starci mezza giornata, il tempo necessario a visitare il Parco dei mostri. Siamo rimasti tre giorni scoprendo un piccolo paese bellissimo che sa valorizzare la propria storia ed il patrimonio delle tradizioni secolari.

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