I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Gorizia"

di Graziella Vignazza Santi

(dal giornale del Camper Club La Granda "INSIEME" N. 2 2/2000)

Terra di Frontiera. Sembra uno slogan creato su misura per Gorizia e le colline del Collio, senza avere, però, il significato un po' negativo che si è soliti dare alla frase. A causa della posizione geografica, questo territorio, abitato fin da prima dell'anno 1000, è quasi sempre stato decentrato rispetto alla sede del potere politico da cui dipendeva; di frontiera, appunto. Limitandoci a questo secolo, in cui la Storia sembra aver giocato proprio qui una partita a scacchi, esso è appartenuto all'impero austriaco fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Conquistato dall'esercito del Regno d'Italia, fu perso dopo la sconfitta di Caporetto e riconquistato a seguito della vittoria del 1918. Poco più di venti anni di stabilità e la partita riprende. Annesso alla Germania dopo l'8 settembre 1943, occupato dalle truppe del maresciallo Tito nel 1945 poi, nello stesso anno, posto sotto l'amministrazione alleata anglo-americana, finalmente ritorna all'Italia nel 1947. Tanto per tirare le somme, tra il 1914 e il 1947, ha cambiato bandiera ben sette volte!
La zona che torna ad essere italiana è un territorio mutilato, come se un chirurgo impazzito avesse deciso di amputare a casaccio. Il nuovo confine taglia l'abitato di Gorizia appena sotto il Borgo Castello, il nucleo antico attorno al quale si è sviluppata la città, smembra tutta la zona del Collio tra l'Italia e la Jugoslavia (oggi Slovenia), lasciando al di là dei nostri confini circa il 90% del territorio della provincia con tutti i suoi abitanti, i Monti Sabotino, San Martino, San Gabriele, l'altopiano della Bainsizza, tutti luoghi dove tanti giovani hanno perso la vita per strappare questo pezzo d'Italia allo straniero. Non voglio fare della retorica né del patriottismo a buon mercato. Ciò che voglio comunicare è l'amarezza e il disagio che io, piemontese, ho provato nel trovare continuamente la rete di confine a fianco della strada che stavo percorrendo, nell'imbattermi nella stessa rete che interrompe brutalmente una normale via goriziana proprio di fronte a quella che era la stazione cittadina architettonicamente più bella, ma che ora appartiene alla Slovenia, nell'osservare i profili dei monti che sono una parte importante della nostra storia recente e che non ci appartengono più. Quasi un senso di soffocamento.
Gorizia, oggi, è una piccola, tranquilla città bilingue, di impianto asburgico e sapore mitteleuropeo. L'amministrazione austriaca è ancora ricordata come un esempio di efficienza. Gorizia era la "Nizza" degli austriaci che ci venivano a svernare per il clima non troppo freddo, essendo riparata dai venti siberiani dalle montagne del Carso che la proteggono a est. Fianco a fianco, senza problemi, convivono la comunità di lingua italiana, quella di lingua slovena che ha proprie scuole e proprie chiese, e quella ebraica con la sua sinagoga. Il carattere cordiale e tollerante della gente, il continuo contatto con lo "straniero", l'abitudine e l'adattamento ai cambiamenti di "padrone", ne hanno fatto un laboratorio di convivenza tra "diversi" e anche un luogo dove vivere ha ancora una dimensione umana. I malanni che affliggono altre città sono quasi sconosciuti, assorbiti dalla slovena Nova Gorica con i suoi Casinò e locali notturni che di notte punteggiano di luci la montagna. Se proprio vogliamo trovare dei difetti si può parlare di un certa carenza di iniziative, soprattutto promozionali per far conoscere la città ed il territorio circostante agli Italiani, mentre è ben conosciuto e frequentato da Tedeschi e Austriaci.
Gorizia ha molto da offrire al visitatore, a cominciare dal Borgo Castello. La stradina che s'inerpica sulla collina è fiancheggiata da antiche case colorate; si incontra, poi, la graziosa chiesetta del Santo Spirito e quindi le imponenti mura del Castello. Una passeggiata lungo il perimetro murario permette di ammirare un vasto panorama. Prima di tutto la città, sul cui profilo spiccano la cupole bizantine dei campanili di Sant'Ignazio, poi le verdi colline boscose che, precedendo quelle del Collio, le fanno da sfondo; in mezzo al verde spicca una massiccia torre bianca, il Sacrario di Oslavia, che ci porta un momento di riflessione. Chiudono l'orizzonte a nord i monti carsici, vicini e lontani nello stesso tempo. Passeggiando in città, nell'antica Via Rastello, oggi pedonale e fulcro commerciale, nei larghi viali alberati, nella Piazza Vittoria, si ritrovano i palazzi di stile asburgico che danno a Gorizia le caratteristiche di una città austriaca.
Va ricordato che qui nacque Nicolò Pacassi, uno degli architetti preferiti dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Per la sua città natale produsse, tra le altre, due opere pregevoli: la barocca fontana del Nettuno e il Palazzo Attems dalle linee più classiche. Attualmente è sede del Museo Provinciale. Da non dimenticare il Duomo. La semplice facciata moderna (1924) potrebbe trarre in inganno. L'interno è ricco di stucchi barocchi bianchi e oro; in fondo alla navata destra si trova la Cappella gotica, la cui volta conserva degli affreschi prerinascimentali purtroppo bisognosi di restauro.
Ho avuto la fortuna di poter visitare Villa Coronini, non ancora aperta al pubblico per i lavori di adeguamento dei locali alle norme di sicurezza e la sistemazione delle collezioni. Si trova in città, sulla strada che porta al ponte sull'Isonzo, in mezzo ad un bel parco visitabile. L'ultimo conte della famiglia Coronini, raffinato e appassionato collezionista nonché studioso di storia, la lasciò in eredità al Comune, compreso l'arredamento, i quadri, i libri, i tappeti, le cristallerie, ed altro ancora. Questa villa è uno scrigno di gioielli. Tutto ciò che si vede è autentico 700/800, è la memoria di due secoli di vita goriziana ed europea.
Pochi chilometri ed eccoci in mezzo alle vigne del Collio goriziano, distese al sole su dolci colline dai profili tondeggianti. La vite è coltivata da tempo immemorabile se già gli antichi Greci conoscevano il vino di Gorizia. Piccoli, deliziosi paesi, come San Floriano del Collio (per i locali semplicemente San Florian), spuntano qua e là sulla cima dei colli, vigneti e frutteti circondano linde cascine sparse. Un paesaggio rilassante, se non fosse per quella frontiera in cui ci s'imbatte continuamente appena si devia dalla strada maestra. Ovunque si vende vino, soprattutto bianco. Un vino DOC così speciale che avrebbe fatto leccare i baffi a padre Bacco: Pinot grigio, Sauvignon, Tocai, Riesling, Malvasia, ecc. Anche i rossi Cabernet, Merlot e Pinot nero sono degni di nota. Accompagnano magnificamente qualunque piatto di carne o pesce e la particolare cucina locale dai sapori, oserei dire, internazionali: goulash, iota (minestra di fagioli e cavolo cappuccio acido), gnocchi ripieni di susine, oppure i dolci come la pinza, il presnitz, le putizze e il classico strudel. Non c'è nulla di più delizioso di una sosta per uno spuntino di pane e salame accompagnato da un bicchiere di questo vino.
Riconcilia con la vita.

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