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di Osvaldo Ferretti
(dal giornale del Camper Club La Granda "INSIEME" N. 3 4/2000)
Per oltre 20 anni, e ancor prima dell’avvento dell’E45
che peraltro ho visto crescere viadotto dopo viadotto e tunnel
dopo tunnel, ho percorso (per affari di cuore si dice in gergo)
la statale romagnolo/tiberina che congiunge Cesena a Sansepolcro.
Centodieci chilometri lungo un tracciato drammatico, contorto,
sanguigno come le terre romagnole. Uno stillicidio infinito di
curve, controcurve, dossi strettoie, ponti e salite che mi impegnavano
non poco nella guida. Tuttavia lo snodarsi sinuoso del percorso
consentiva di ammirare il paesaggio da angolazioni sempre diverse,
una sorta di passerella con la natura a far da scenografia.
Già dopo aver lasciato Cesena là dove la pianura
comincia a corrugarsi in dolci e bucoliche colline, la strada
inizia il suo zigzagare ingaggiando un metaforico duello, un "face
to face" con il fiume Savio accarezzandone le rive protette
da lunghi filari di pioppi e salici e attraversandolo dispettosamente
per decine di volte.
L’incubo era rappresentato dai camion lenti e ansimanti
e dall’infinito corteo di mezzi che forzatamente si formava
e a loro volta i brevi ed illusori rettilinei che spesso terminavano
su acute curve o a ridosso di un ponte, centellinavano i tentativi
di sorpasso.
Quando capitava, ad esempio nei pressi di Mercato Saraceno (il
suo toponimo nulla ha a che vedere con i saraceni ma con un certo
Saracino di Alberici Onesti feudatario ravennate), preferivo effettuare
una sosta magari presso uno dei tanti chioschi adibiti alla vendita
di piadine e crescioni disseminati lungo il percorso fin su a
Bagno di Romagna.
Casotti tozzi e bruttini ma straordinari contenitori di sapori
e di folclore; capitava spesso appunto che come in un quadretto
di felliniana memoria, una procace e sorridente figura femminile
mi allungasse una "sleppa" di piadina fumante e un bicchierone
di gioioso sangiovese. Momenti sublimi e fuori dal tempo a volte
deliziati dalle variate note di un valzer romagnolo. Satollo e
riposato riprendevo la strada che con i suoi ghirigori disegnati
nella verde campagna dava la possibilità di ammirare l’agreste
bellezza della valle.
Sarsina, la successiva tappa, appollaiata su una terrazza panoramica
sembrava voler proteggere l’accesso alla valle del Savio
che più oltre si faceva più stretta. Paesone dai
trascorsi importanti, Sarsina è meritevole di una sosta
proprio per la presenza di numerosi monumenti e di un ricchissimo
museo archeologico.
Superata questa località, la strada si faceva ancor più
nervosa e angusta, un tratto seghettato ( spesso con code da exodus)
tra alte pareti stratificate di arenaria. Un quarto d’ora
di autentico calvario poi, dopo Quarto, la valle si apriva in
un paesaggio ameno e suggestivo con prati verdissimi che si allungano
sui pendii e più su, il verde intenso di ombrosi boschi
che ricoprono le tondeggianti cime delle montagne.
Finalmente la "Route 71" concedeva un po’ di respiro
nella guida con alcuni rettilinei (della serie prendere o lasciare)
che invitavano all’allungo. A San Piero in Bagno (Bagno
di Romagna è il paese contiguo e sede degli stabilimenti
termali noti manco a dirlo già ai tempi dei romani), borgo
dalla caratteristica architettura e adagiato in una ridente conca,
la statale romagnola passa il testimone alla "tre bis tiberina"
.
Ogni velleità di effettuare un percorso più rilassante,
viene immantinente smorzata; infatti dopo un breve tratto in piano,
la strada s’inerpica decisamente con sinuoso percorso lungo
la stretta e boscosa valle ( sempre del Savio) per raggiungere
il passo di Verghereto.
Il paesaggio lunare che si apre alla vista è di selvaggia
bellezza; la natura ha disegnato profondi e grigiastri calanchi
e fanno da quinta le pendici boscose del monte Fumaiolo e più
oltre verso mezzogiorno una lunga teoria di monti scuri e aguzzi.
M’illumino per un attimo d’immenso poi proseguo il
viaggio per Sansepolcro. La statale tiberina si getta a capofitto
in territorio toscano con insistenti serpentine a strapiombo sul
sottostante giovane e non ancora biondo Tevere impaziente di correre
verso la storia. La zona è poco antropizzata, è
il regno di scuri boschi di cerri che in autunno s’incendiano
di colori stupefacenti (sembra di essere nel Vermont) e radi pascoli
appesi come quadri ai fianchi dei monti.
Dopo Pieve Santo Stefano ( l’antica città del "Diario")
la lunga e snervante discesa si placa, le montagne incombenti
lasciano il posto alle colline.
Ora il percorso si fa rilassante, la statale, fiancheggiata da
pini maestosi, si adagia sorniona in una placida piana tra campi
coltivati e oliveti. Infine un ultimo sussulto di curve e il paesaggio
si stempera nell’ampia valle tiberina dove, tra la bruma
mattutina, sale il profumo di storia, d’arte e di cultura.
Non per niente è la terra del grande Pier della Francesca.
"Amarcord…. !" Ora con l’E45, la superstrada
sorta tra le grida di protesta degli ambientalisti., è
un’altra storia. Viadotti e tunnel hanno accorciato il tragitto
confinando nell’oblio molte località e criptando
più volte il paesaggio. Non solo, se si vuol gustare una
deliziosa piadina non rimane che abbordare svincoli simili a montagne
russe mentre il Savio e il Tevere sono rimasti soli a scorrere
nel tempo all’ombra degli indifferenti piloni di cemento.
Ma non è tutto, molti tratti della vecchia statale sono
stati risucchiati dai terrapieni della superstrada e il lungo
rettilineo alberato del tratto finale prima di Sansepolcro, termina
la sua corsa nelle acque del lago artificiale di Montedoglio che
inesorabilmente avanza sommergendo ogni cosa.
E’ questa una rassegnata constatazione dei tempi e delle
situazioni che cambiano ?. No ! E’ un esplicito invito a
ripercorrere, laddove è possibile, quest’itinerario
per il semplice motivo che siamo viaggiatori e non turisti e la
differenza sta nella capacità di meravigliarci e nel grande
desiderio di vedere, di conoscere e di capire cosa c’è’
dietro l’angolo. Ecco che d’incanto, al di là
dei contenuti della meta finale, svincoli e uscite di superstrade
e autostrade, stimolano la curiosità rendendo attuali le
parole di Plinio il Giovane …. Tu non crederai di veder
terre ma un paese dipinto con artificioso pennello.
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