I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"Passeggiando per Pompei"

di Giovanna Bonfiglio

“La Storia”, dice Manzoni, “si può definire una guerra illustre contro il tempo perché togliendole di mano gli anni suoi prigionieri, anzi fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia”.
È ciò che mi è venuto in mente mentre percorrevo le strade di Pompei, immaginavo la città brulicante di uomini e di donne, espressione di una fantastica civiltà che il Vesuvio ha “fossilizzata” nel 79 d.C. per indurci a considerare con attenzione la civiltà romana. È vero che Pompei ha un’origine osca, sannitica, greca ed infine romana, ma il popolo che in modo determinante diede le basi per una civiltà evoluta, fu il popolo romano che da un piccolo villaggio del Colle Palatino seppe, a partire dal III sec. a.C., esercitare un ruolo importante sulla scena internazionale di allora traendo esperienza dai popoli che conquistava e adattando alla propria “forma mentis” ciò che più appariva utile e giusto principio di diritto. Polibio, nato sul finire del III sec. a.C. giustifica l’imperialismo di Roma dicendo che “….. se uno stato riesce a dar vita ad un’ottima costituzione è giusto che questa sia imposta anche a quei popoli che non sarebbero in grado di governarsi con equilibrio….”
La società di allora era una società schiavista: i popoli si organizzavano per conquistare altri popoli, era una legge naturale “conquistare o essere conquistati”.
Da un fugace sguardo ai reperti archeologici di Pompei, al Teatro, all’Odeon, alle botteghe, al Foro, percepiamo un vissuto che giustifica il principio di Etos e Cratos ci cui parla lo storico Cassio Dione. Infatti i Romani giustificavano la loro egemonia (Cratos) perché oltre ad allargare il proprio dominio potevano apportare l’Etos, cioè la civiltà. Una civiltà che era nata dall’aver assimilato gli Etruschi e i Greci. Tutto ciò lo vediamo in quelle rovine, in quei colonnati, in quei pochi affreschi che gli archeologi hanno riportato alla luce.
Ci sembra quasi di sentire il passo marziale delle legioni attraversare il Decumano per dirigersi verso la Porta di Nola, e di vedere i soldati che furono invincibili finché combatterono per un ideale: Roma.
Seduti sugli spalti del teatro, abbiamo ascoltato la nostra guida che con passione ci ha illustrato quanto le rappresentazioni teatrali fossero importanti come mezzo per divulgare cultura e per educare la mente alla riflessione.
Nell’Odeon venivano recitati i versi dei poeti o si discutevano principi filosofici per coadiuvare l’autorevole potere dello Stato o per dissertare su ciò che le fazioni avverse proponevano.
Immaginare il mondo di allora fra poesia e mistero, leggende e curiosità ci ha affascinato. Ricordo il racconto un po’ intrigante del “diritto del bacio” che la nostra guida ci ha raccontato subito dopo aver visitato il Thermopolium delle Aselline, la locanda (thermopolium) più completa scoperta a Pompei con una scala interna che conduceva al piano superiore dove gli avventori potevano intrattenersi piacevolmente, ovvero quando il marito rimaneva fino a tardi fra bagordi e vino, rientrando a casa la moglie aveva il diritto di chiedere “un bacio” ed accorgersi così di quanto avesse gozzovigliato, a tal punto se lo avesse ritenuto opportuno avrebbe potuto chiedere il divorzio. Tale curiosità ha fatto sorridere un po’ le mogli presenti. Poi la nostra attenzione fu attratta da un peristilio, un cortile circondato da un porticato con colonne. Lì certamente aveva abitato un “pater familias”, sacerdote degli Dei domestici, la cui autorità sovrana era indiscussa, ma io pensai subito alla madre che educava i suoi figli in un clima di venerazione e forte rispetto per il mos maiorum ovvero per i costumi degli antenati. Questi fortissimi legami e soprattutto la tutela della famiglia ha permesso a quel popolo di estendere la propria egemonia su tutti i territori allora conosciuti.
Eccoci entrare nella Villa dei Misteri, qui forse i dipinti raggiungono i più alti livelli artistici, mescolando liturgico e mistico. Le figure hanno una solenne impostazione, non sono più simboli che descrivono cose o fatti ma con la loro solenne severità sembrano essere un’anteprima di quella che sarà la pittura del Rinascimento.
La delicatezza degli affreschi documentava la vita della città in pieno rigoglio culturale, mentre guardando il calco di gesso, gli ossicini e addirittura il cranio degli uomini, soldati o schiavi, non importa, con l’espressione di dolore che li rende universali al di fuori del tempo, non si può non considerare quanto siano vicini all’uomo moderno nel suo tormentato mistero della morte. In realtà essi sono una tangibile traccia di un popolo sorto nel 754 a.C. e vissuto come una meteora per illuminare con la sua storia la nostra civiltà. Attraverso l’ordinamento politico dalla monarchia alla repubblica e all’impero, ha diffuso un modus vivendi unico e sui generis riguardo ai popoli antichi finché un’altra fatidica data, 476 d.C. ne segna la fine per lasciar posto ad altre organizzazioni che sorgeranno dalle sue ceneri.
Newton affermava:”se ho visto così avanti è perché sono salito sulle spalle di giganti…”, se oggi l’Europa ha un’organizzazione sociale tanto evoluta lo deve alla filosofia di Socrate, Platone e Aristotele e alla civiltà greca di cui Roma ha saputo fare tesoro assimilandola e diffondendo arte e cultura ma soprattutto i principi del Codice di Giustiniano che sono alla base del codice civile e penale di tutti i paesi europei.
Dinnanzi a tali testimonianze mi chiedo quale obbligo abbiamo verso la storia. Forse possiamo rispondere che la storia del passato deve essere guardata con rispetto per poterne trarre “esperienza”.
“I popoli futuri potranno credere, quando le messi ritorneranno, che popolazioni e città inghiottite giacciono sotto i loro piedi….. scomparse in un mare di fuoco?” (Publio Papinio Stazio)
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