I VIAGGI E I DIARI DI BORDO
"La sagra dell'uva di Riccia"



Fin dai tempi antichi gli uomini hanno celebrato con riti e feste le fatiche della vigna e della vendemmia. Il dio dell'ebbrezza, ma anche protettore dei campi e della fertilità della terra, era Dioniso (per i latini Bacco o Libero) a cui erano dedicate numerose feste, i baccanali, molto affollate e amate dalla gente.
Questi riti, che ad intervalli temporali differenti venivano svolti nel corso dell'anno, avevano una natura licenziosa e segnatamente liberatoria nello sfogo dei sentimenti e delle passioni, e una più misteriosa, ugualmente eccessiva e orgiastica, della quale vi è scarsa conoscenza.
Tra le feste principali dedicate al Dio vi erano: le Liberalia (17 marzo), durante le quali si celebrava una sorta di rito di passaggio dall'età della fanciullezza a quella adulta; le Vinalia urbana (23 aprile), quando si introduceva nelle città il vino del precedente raccolto; le Vinalia rustica (19 agosto), in cui si compiva il sacrificio di una capra, offerta propiziatoria per un abbondante raccolto; le Meditrinalia (11 ottobre), che comprendevano la cerimonia della degustazione rituale del vino nuovo essendo terminata da poco la vendemmia.
Ora vi starete chiedendo che attinenza abbia questa brevissima lezione di storia romana con la sagra dell'uva di Riccia. Ebbene, l'origine di questa sagra è ricollegabile proprio ai riti bacchici delle feste Meditrinalia della Roma pagana, sopravvissute, a differenza di moltissime altre festività antiche, all'inesorabile avanzare dei secoli.
La prima edizione di questa sagra risale al 1932, quando il regime fascista dispose che "Feste dell'Uva" fossero svolte in tutti i comuni d'Italia. Carri addobbati con foglie e tralci di vite sfilavano per le vie della città, seguiti da ragazzine con cesti stracolmi di uva, canti, balli e naturalmente… vino a fiumi!
La festa subisce una battuta d'arresto all'inizio degli anni '50, quando viene ridotta a semplice offerta devozionale dei prodotti viticoli nella chiesa del Rosario.
Con gli anni '60 in occasione della festa (che è anticipata alla prima metà di settembre, mentre inizialmente era svolta ai primi di ottobre) vengono fatti allestire carri allegorici dapprima molto piccoli nelle dimensioni e semplici nella fattura, poi sempre più grandi e sofisticati negli addobbi viticoli e nelle composizioni figurative.
Da allora tutta l'attenzione degli spettatori è concentrata attorno al "carro dell'uva", agli uomini e alle donne in abiti contadini che mimano scene di vita e di lavoro tradizionali in ambienti agricoli e domestici abilmente ricostruiti, alla musica, al canto e alla cucina. A Riccia, infatti, non soltanto si beve, ma si possono assaporare deliziosi piatti tipici di una volta.
In un'atmosfera allegra, pregna del penetrante profumo dell'uva e del vino versato, i carri percorrono le strade dell'intero centro abitato, preceduti da un corteo di gruppi folk e sbandieratori.


Un po' di storia

Riccia è una cittadina del centro-sud Italia, in provincia di Campobasso, domina la valle del Fortore di cui è il centro abitato maggiore.
L'economia prevalente è quella agricola legata all'attività del terziario.
Sulle origini del nome "Riccia" sono state formulate diverse ipotesi. La più interessante è quella secondo cui l'abitato, nei secoli passati, essendo geograficamente alquanto sicuro da attacchi esterni, abbia preso il nome dal riccio, animale che riesce a difendersi molto bene con i propri aculei dai nemici. Sulla porta di ingresso della vecchia casa comunale, infatti, resta scolpito lo stemma del paese consistente in un riccio con la scritta in latino undique tutus (dovunque sicuro).

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