ISTRIA
– GOLFO DEL QUARNARO – DALMAZIA
di Nirvana Kucich Carion
La storia
Esuli famosi
Tra i tanti costretti all'esilio dall'Istria, Quarnaro e Dalmazia
ricordiamo alcuni celebri esuli:
• Ottavio Missoni, stilista e nazionale azzurro di atletica
• Nino Benvenuti, pugile campione olimpico di categoria
welter il 1960 e campione mondiale
• Gianni Cucelli, tennista campione internazionale
• Orlando Sirola, tennista campione di livello mondiale
nella specialità del doppio
• Abdon Pamich, marciatore campione olimpico su 50 km
il 1964
• Agostino Straulino, velista campione olimpico di classe
star il 1952 e campione mondiale
• Nicolò Rode, velista campione olimpico di classe
star il 1952 e campione mondiale
• Alida Valli, attrice
• Laura Antonelli, attrice
• Sergio Endrigo, cantante di musica leggera
• Enzo Bettiza, scrittore
• Fulvio Tomizza, scrittore
• Leo Valiani, politico
• Mario Andretti, pilota campione mondiale d'automobilismo
che andò negli Stati Uniti
• Ezio Loik, calciatore della nazionale
• Aldo Duro, lessicografo
• Silvio Ballarin, scienziato
• Marisa Madieri, scrittrice
• Anna Maria Mori, scrittrice
• Valentino Zeichen, poeta
• Piero Tarticchio, pittore e scrittore
• Giorgio Luxardo, industriale e produttore del Maraschino
di Zara
Testimonianze
: da http://www
arcipelagoadriatico.it
1.
Da Pola a Rovereto di Annamaria Marcozzi Keller
Aerei
nel cielo di Pola.
I rifugi a Pola erano tutti costruiti nella roccia, perciò
sicuri, bisognava però arrivarci in tempo ed essere
attenti, soprattutto la notte, al rumore degli aerei: da noi
c’era la bora che spesso ne copriva il rombo, succedeva
così che le bombe e gli allarmi fossero contemporanei
Così fu l’8 giugno1944, giorno del Corpus Domini,
mia mamma mi aveva mandato al forno a Monvidal, per far cuocere
uno strudel (usava così), di ritorno dal forno , per
caso ho avvertito un rumore ed alzando la testa ho visto nel
cielo gli aerei, ho iniziato a correre disperatamente verso
il rifugio, sono entrata che i tacchi mi toccavano la testa.
In rifugio c’era solo una donna anziana, immediatamente
si spensero le luci, il rifugio cominciò a tremare
con boati assordanti ed a sgretolarsi nelle sue parti più
friabili, “no pianser picia, prega “mi diceva
la donna….
…Dopo, uscendo dal rifugio, fumo, polvere, macerie e
silenzio di morte; fu uno dei bombardamenti più devastanti.
……Verso Rovereto, esuli
Le case si vuotarono, a metà gennaio si concretizzarono
le partenze, il sette febbraio toccava alla mia famiglia.
A mio padre erano state proposte tre mete, sedi della manifattura
tabacchi, la scelta cadde su Rovereto.
Era un gelido e grigio mattino , il sette febbraio a Pola,
con poche valigie ci recammo alla Piazza del mercato, era
già piena di gente, chi in piedi, chi seduto sulle
valigie;via via arrivavano i camion militari con i quali si
raggiungeva il molo ove era in attesa la motonave “Toscana”;
prima destinazione, via mare, Venezia e poi tutti fummo inghiottiti
nel nulla:avevamo come meta il nome di una città o
di un campo profughi, nessun indirizzo preciso, rione, via
numero civico: nulla!
Si scomposero famiglie, rapporti parentali, amicizie di una
vita.
Di notte arrivammo a Rovereto, con noi c’era un’altra
famiglia: ricordo una stazione buia, gelida, silenziosa. Fino
ad allora eravamo stati nella confusione totale, ma con un
destino comune, con un unico filo conduttore. All’improvviso
ci sentimmo soli ed estranei
Fuori le lampadine elettriche illuminavano i mucchi di neve
gelata ai bordi dei marciapiedi: era notte in un inverno gelido.
Fummo ospitati per alcuni giorni all’ Hotel Rovereto,
poi ci fu assegnato un appartamento in un’area la sistemazione
era provvisoria, ci fu detto.
Un altissimo muro ci divideva dalle altre case, ma il muro
lo avevamo anche dentro di noi.
A parte la famiglia di mia zia che volle ospitare almeno me
e per un lungo periodo, l’indifferenza ostile fu totale.Neanche
l’Italia ci voleva, ma la terra dove eravamo arrivati
non mi sembrava tanto essere Italia.
…Ripresi la scuola, inserita in seconda media niente
sapevo né di latino né di matematica, a Pola
avevano ben altro per la testa che essere esigenti a scuola.
…Una pessima insegnante mi mise in fondo alla bancata,
imparai che c’erano due trattamenti diversi per i “siori”
e per i “ poreti” e noi “profughi”
eravamo fra questi: poveri, sporchi e fascisti.
Altra delicatezza in classe, sempre in fondo alla bancata
non avevo chiuso la porta, era entrato il Preside che disse
ridendo :”..e già perché nell’Arena
di Pola non c’erano porte !”
Altra pugnalata, l’allora Sindaco di Rovereto a cui
si erano rivolte alcune madri esuli per ottenere condizioni
più umane, le apostrofò dicendo :”…cosa
volete, cosa siete venute a fare a Rovereto, ritornate da
dove siete venute “ diede loro un’immagine della
Madonna ed un consiglio “ Pregate”
…e c’era di che pregare, ma chi?
2.
La partenza… addio Zara di Caterina Fradelli
Lasciammo
Zara il 2 gennaio 1947…
…Faceva molto freddo e la bora soffiava forte.
Alle 6 del mattino del 2 gennaio lentamente ci imbarcammo
sul piroscafo di linea Zara- Fiume; era buio, la luna e le
stelle erano coperte da nubi fitte, ma almeno non pioveva.
La strada era disastrata, ci accompagnarono alla nave illuminando
i nostri passi con una lanterna.
Tutt’intorno vi erano le macerie della chiesa della
Madonna della Salute, tanto cara alla storia ed alla memoria
degli zaratini, la chiesa era distrutta ma, come per miracolo,
rimase in piedi l’altare maggiore.
…. Il viaggio fu lungo, alle bocche di Segna trovammo
mare mosso:”la bora nasse nel Quarnero, la se sposa
a Segna dove la ciapa forza per sufiar”.
Arrivammo a Fiume nel tardo pomeriggio, c’era tanta
gente in transito che lasciava la Jugoslavia.
Prendemmo alloggio nell’unico albergo di infima categoria
che trovammo disponibile.
Solo due letti, in uno Vittorio con Gianna, nell’altro
io e Giorgio, passammo la notte senza quasi dormire.
Il mattino dopo noleggiammo un camion per poter trasportare
le poche casse che contenevano le nostre povere cose salvate
dai bombardamenti e ci dirigemmo verso Trieste, verso la libertà.
A Trieste ci lasciarono fermare solo una notte…
Prima di riprendere il viaggio subimmo una accurata visita
del medico provinciale, la definizione era :” provenienti
da zona infetta “
Zara bombardata, saccheggiata, incendiata, sacrificata ed
anche infetta, nulla ci fu risparmiato !
Ripartimmo col treno per Piacenza…
Iniziò un lungo girovagare, dopo Piacenza ancora Chioggia
e Padova…
…poi Belluno, là ci lasciò per sempre
mamma Ida, infine ancora Padova, dove il 21 luglio 1967 mancò
Vittorio il compagno della mia vita.
Dovunque abbiamo trovato una grande ed umana solidarietà,
ma altrettanti comportamenti ostili.
Chiedo perdono ai miei figli d’aver vissuto di ricordi
quasi per fermare il tempo, nel bene e nel male Zara è
rimasta sempre con me, quella dei giorni felici della gioventù
e della maturità, come nella disperazione dell’esilio.
Mi rivedo bambina in braccio a mio padre che mi impartisce
i primi insegnamenti di scuola, poi educanda al collegio San
Demetrio e nei giorni della redenzione di Zara nel 1918, quando
in ogni famiglia si confezionavano bandiere italiane.
Il diploma magistrale ed i mille volti dei miei bambini della
scuola materna con negli occhi il desiderio di imparare, le
nuotate e le ore passate in mare vogando nel “sandolin”
lungo le rive della città.
Penso ai miei morti, agli amici ed ai caduti che riposano
in pace per sempre nel nostro cimitero.
Ancor oggi questi ricordi mi aiutano a vivere nell’attesa
del dolce ritorno.
“ Parce mihi Domine quia Dalmata sum
Il
ricordo di Fiume in versi
Pensando a te di Luigi Papo
S’increspano
l’onde, spumeggiano
e contro gli scogli
biancheggiando, s’infrangono.
Rare, sul mare danzano,
barche di pescatori.
Non piove più. Nella schiarita
il vento fa fuggire le ultime nubi.
Porto Re, Fiume, le scoscese vette
che il Quarnero cingono da tutti i lati.
Cherso, Veglia e ogni piccolo scoglio
si scorgono nettamente. Non c’è foschia.
Guardo questo scuro mare burrascoso,
l’azzurro infinito cielo, i gabbiani
che, velocissimi, cercano la preda.
Sono tristemente solo,
ansiosamente solo.
Guardo tutto attorno, cerco,
mi affanno. Pensando a te, lontana.
Freddo profumo di bora di Marina Campacci
……Quando
la bora, d’inverno, soffia violenta, l’aria è
limpida e trasparente come cristallo, il mare è di
un azzurro aggressivo, spruzzato di bianco e tutto un barbaglio
sotto il sole ed il freddo punge i polpastrelli delle dite
e sferza il volto: allora la mia città è bella
tutta bianca sul declivio delle colline pietrose, affacciata
come ad un balcone sul golfo chiuso tra le morbide isole e
la linea netta ed ondulata del Monte Maggiore…..
Esule
di Enedina Zec
Urlava
quel treno
Nel greve mattino
Squarciando il silenzio livido
d’aride pietre carsiche.
Il babbo stava immobile,
lo sguardo dentro il vuoto,
la mamma, tutta bianca,
sol gli occhi eran rossi,
stringeva al petto un bimbo,
l’unico che sognasse
mirabili visioni.
Al ritmo del convoglio
ripetevo all’infinito
l’ossessivo ritornello:
mangerai bianco pane
mortadella e salame
saprai quanto son buone
arance e banane
noccioline americane.
Ma il suo cuore ostinato
si aggrappava tenace
agli affetti lasciati
alla casa ridente
su un’aprica collina
tra immensità di prati
e azzurrità marine,
rifiutando quel viaggio
senza ritorno
senza meta
senza illusioni
dal quale avrei compreso
quanto sia vero il detto
-libertà non ha prezzo-
ovunque straniera
esule perpetua
pianta senza radici
che ancor oggi nel sogno si perde
del lontano eden
sempre verde.