| “I
PENSIERINI DEL VIAGGIO"
di Gian Luigi Bonardi
|
VIAGGIO
IN CROAZIA....SENZA REMI
REDIPUGLIA
4 MAGGIO 2007
EQUIPAGGIO E STAFF
Proprio
sotto l’altare del ricordo
mi guasta il sonno un gallo dispettoso;
addento il mio cuscino, faccio il sordo,
stamani ormai non ci sarà riposo.
Così mi alzo, prendo un quadernino,
ci provo sopra quattro biro vuote,
ma alla quinta inizio un pensierino
che narra di casette a quattro ruote.
Ventiquattro equipaggi, tutte coppie,
un assessore single scompagnato
e due famiglie con lenzuola doppie:
un gruppo certamente preparato.
Il capo, con la sua casetta grigia,
eminente banchiere di Bolzano,
ricalca col suo fare le vestigia
d’un ammirato console romano.
Abbiamo doppia scopa e l’assistenza
di due baffoni in mezzo alla colonna,
due medici votati all’emergenza
e per il resto...veglia la Madonna.
Solo i miei remi son rimasti a casa
dimenticati in mezzo alla cantina,
la notizia s’è sparsa ed è pervasa
d’una sottile e acuta risatina.
VERSO POLA CON SOSTA A BASOVIZZA E ROVIGNO 5 MAGGIO 2007
NEL RICORDO DELLA FOIBA
E’ prima tappa, un poco addormentati
si sperimenta il viaggio a serpentone,
per imparare a stare compattati
da capo a scopa, senza imperfezione.
I segnali dal camper che ci guida
vengon comunicati al baracchino;
ogni navigatrice poi si affida
in ciò che ha scritto sul proprio taccuino.
Crocicchi, stop, semaforo, parete
sono oggetto di tutta l’attenzione:
se uno parla, dodici ripete
e la scopa ne dà la sua versione.
Così, nel verde d’un Istria ridente
inizia l’avventura della Granda
verso Basovizza, e la foiba dolente
che il segno dell’eccidio ci tramanda.
Semplici fiori, ma tanto dolore
per ciò che sotto quella croce giace;
leggiam “della “giustizia e dell’amore...
sulle quali fiorisce vera pace...”.
Un rapido saluto, una preghiera.
“Carte d’identità, tenerle pronte
che ora attraversiamo la frontiera”
e Nirvana deterge la sua fronte:
“L’ho messa qui, son sicura dov’era!”
Per ovviare a quello smarrimento
si crea un vieni e vai di volontari,
ma passa il tempo e cresce lo sgomento
per quell’inconveniente fra i più rari.
Il baracchino urla di sollievo
“è solo una questione di cerniera,
vi giuro, anche io non ci credevo”
e andiamo via prima che venga sera.
Saranno adrenalina o distrazione,
fatto sta che la strada per Rovigno
subisce svolta e controdeviazione
suggerite di certo dal maligno.
Bella città di marca veneziana
che di Nevea gode un affetto fiero,
la sosta è breve, e il tempo ci allontana
ma torneremo a quell’imbarcadero.
Tra viottoli di pietra stretti e lindi
non v’è negozio che mi venda remo,
non c’è più tempo, e con i camper, quindi,
al campeggio di Stoija ce ne andremo.
POLA
6 MAGGIO 2007
VISITA, RISTORANTE E COMPOSIZIONE DIGESTIVA
Oggi di Pola abbiamo varcato
qualsivoglia confine culturale,
e le vestigia di un sacro passato
ci hanno portato nel bene e nel male.
Da Madonna del mare, nella Pieve,
fino ai segreti dell’anfiteatro,
sono trascorse tre ore in breve.
Come nell’ampio solco di un aratro
abbiamo sparso dei semi preziosi
per una storica acquisizione.
Dopo la sosta, spazio ai più golosi
con un gelato di panna e lampone.
Un lungomare di vento sottile
obbliga tutti a coprirsi alla meglio;
penso ai miei remi, e mi viene la bile,
li cercherò l’indomani al risveglio.
Guardo sculture vicino al porto
e riconosco: una conchiglia,
un grosso astice che pare morto,
cozze di mare (un gruppo somiglia),
e la scultura dell’occhio divino
che dalla pancia del pesce ci scruta
e osserva Carlo, che fa l’occhiolino
alla cubista che manco saluta.
Passo ora alla cosa più importante:
dopo una grappa coi fichi, mi siedo,
pronto a goder la cena al ristorante,
ma presto a quel cibarmi soprassiedo...
come non detto, Nirvana protesta:
“ci vuole un pensierino, che facciamo?”
prendo la biro, poi chino la testa
e a tutto quanto sopra metto mano...
La cena polesana al Vela Nera,
che, credo, hanno apprezzato tutti quanti,
pareva aver concluso quella sera
di un sei di maggio a piedi, itineranti;
ma dopo quella fase culinaria,
terminata con grappa e palacinca,
di barzellette s’è creata un’aria
simile a quella di chi troppo trinca.
Sollecitato, Carlo di Bellano,
microfonando con voce robusta,
racconta come nacque il baciamano,
e con risate ognuno apprezza e gusta.
Le risate proseguono anche dopo
sul sentiero di Stoija, fra le stelle.
Ogni battuta allegra ha il solo scopo
di farci sganasciare a crepa pelle.
Non certo il vino, ma la distrazione
regala a Ludovica un brutto scherzo:
barcolla, inciampa, e nella confusione
si lancia avanti, poi con uno sterzo
s’abbandona a un gigante ruzzolone.
Sgomento fra i presenti, e soprattutto
rabbia di Vitto, che non è riuscito
a contrastar quel volo sull’asciutto.
Risultato? La contusione a un dito.
Ghiaccio, pomata, fasciatura stretta,
prognosi buona del dottor Degara.
Perri e Pepita escono di fretta
dal camper, per la solita cagnara.
Fra gli alti pini il richiamo del merlo
si perde nell’argento della luna;
resto coi cani sul prato a goderlo,
non costa né una lippa né una cuna.
Poi mi rifugio anch’io, come voi tutti
nell’accogliente piccola dimora.
Mi assalgono i ricordi, belli e brutti,
mentre il silenzio cresce...piano...ancora.
Chiudo gli occhi, e nel sogno, guarda caso,
un canottino gonfio mi trasporta
senza remi sul mare: rotta a naso...
mi cullo, e l’occasione mi conforta.
A POLA DALLA COMUNITA’ ITALIANA 7.5.2007
IN COMUNITA’
Pola, terra di esuli e rimasti,
storia nascosta da interessi vari,
deposta insieme ai crimini ed ai fasti
nei banchi vuoti di troppi scolari.
Terra di eroi, come Vittor Pisani,
che a Brioni si coprì di gloria,
terra che apparteneva agli Italiani
dei quali va scemando la memoria.
Terra di Sergio Endrigo, il cantautore
che ci ha donato tanta poesia,
al cui ricordo daranno l’onore
d’essere intestatario di una via.
Con un nodo alla gola, e con passione,
i rimasti consegnano alla Granda
cori, musica e tanta commozione,
pregandola di fare propaganda
all’autoctona loro itala etnia,
che a bassa voce al mondo va chiedendo
di riservarle un posto in compagnia
di un’Europa che oggi sta crescendo.
Le parole così si fanno ascolto,
dai presenti ricevono attenzione,
poi divengono suono, con il volto
d’una mandolinata d’eccezione.
Ci si accompagna a voce, fra le note
delle riconosciute tradizioni;
la “mula di Parenza” poi ci scuote
e un lungo applauso rompe le emozioni.
La cena è un tavolone ben guarnito
dei prodotti più tipici italiani,
un buffet freddo, per il caldo invito
a pasteggiare con i Polesani.
Salumi, lardo, crostole ed olive
vengon presi d’assalto, e i beveraggi
risvegliano intenzioni sempre vive
di giovani e attempati personaggi.
Così la fisarmonica dà fiato
a chi vuol cimentarsi in compagnia.
Il termometro sale, è un complicato
amalgamare voci e sinfonia.
Senza progetto, vige l’intenzione
di dedicarsi a canti d’ogni sorta;
quel che non conta è l’interpretazione,
perciò puoi far la voce anche contorta.
Si tenta di creare un girotondo,
ne esce un barcollante serpentone.
Si pensa anche ad un “io vagabondo”
ma poi se ne rimanda l’occasione.
Fra un gruppo di maschioni eccezionali
Ludovica si fa protagonista
di virtuosismi alcolico-vocali.
Per par condicio invito una cubista
a fare un “cic to cic” di aggregazione.
Volteggiando in un valzer travolgente
ho seguito la raccomandazione
di affratellarmi senza dire niente.
L’omaggio floreale alle signore,
documentato in fotografia,
è il segnale che “ci piange il cuore”
ma noi dobbiamo andare proprio via.
Al Polesano con la sbronza acuta
propongo un “cinque” da scambiarci forte,
lui mi dà un “dieci”, e il braccio si tramuta
in un insieme di ossa contorte.
“La festa appena cominciata...è già finita”
ma i saluti non sembrano un addio,
tratteniamo il ricordo fra le dita
progettando fin d’ora un nuovo invio.
Ripenso all’atmosfera che si crea
quando una nostra terra si allontana,
scopro il pianto segreto di Nevea
e l’esule rimpianto di Nirvana.
Penso ai traghetti, ai carri, alle tradotte
brulicanti di esuli Italiani,
e forse un canottino nella notte
che, senza remi, li porta lontani.
DA POLA SI VA VERSO MEDVEJA 8.5.2007
SFILATA ALL’ANFITEATRO E ARRIVO A MEDVEJA
Fra cipressi, querciole, lecci e pini
scivola la colonna compattata,
è l’otto maggio, e ancora son vicini
i ricordi di un’epica serata.
C’è in programma una rapida sfilata
dei nostri camper, di prima mattina
sotto l’anfiteatro concordata.
C’è maretta fra pubblici ufficiali.
Vigili e polizia, nel disaccordo,
ci appioppano le colpe più banali
elevando ai Carion “multa ricordo”.
Traffico in tilt, non ci diamo per vinti,
realizziamo ugualmente il nostro impegno
con qualche camper...gli altri son respinti,
ma avremo certo un risultato degno.
A rivederci Pola, forse è vero
che in te, oltre che cuori trepidanti,
c’è “via dei matti”, col “numero
zero”
ove stanno turisti lestofanti.
Il viaggio oggi esige compostezza.
Si formano due gruppi, uno va in fretta,
l’altro, con encomiabile lentezza,
osserva il panorama fetta a fetta.
Non c’è problema, anzi, nel silenzio
gli spiriti bollenti trovan sosta;
sopiti fra i profumi dell’assenzio
comprendono che non s’è fatto apposta.
Attratti dai contorni della terra
ritratta in seni e anfratti contro il mare
la piccola colonna si rinserra
fino al camping d’arrivo, ove sostare.
Volere della sorte, è ribaltato
il diritto di scelta nel parcheggio
e il nostro gruppo, ultimo arrivato,
risulta primo nel nuovo sorteggio.
Il mare, a destra della carreggiata,
sembra pronto a piacevole accoglienza...
Peccato, Vitto, che non hai portata,
per l’occasione, né canna né lenza.
Oggi è giorno di lunghe pennichelle,
gonfio il mio canottino, finalmente,
m’infilo dentro, con le gambe ad elle,
socchiudo gli occhi e non odo più niente.
Un sogno malandrino mi ripete
“Chi sa domani che cosa faremo?”
Ed io, nel sogno, sotto ad un abete
sfilaccio un ramo per formarne un remo.
VITA IN CAMPEGGIO A METVEIJA 8.5.2007
TENDALINI – SEDIOLE E ACCAPPATOI
A Medveija una sosta senza impegno.
Il camperista sfrutta la giornata
sviluppando con arte e con ingegno
l’otto di maggio fino alla nottata.
Sbucano fili stesi e biancheria,
compaiono sediole e tavolini,
ma soprattutto trovi per la via
accappatoi con dentro gli inquilini.
La solerzia del bravo camperista
si nota quando attacca la corrente,
là, dove un esperto elettricista
di certo non farebbe proprio niente.
c’è poi l’esagerato intenditore
che mostra agli altri ciò che s’ha da fare.
Tra brevi spiegazioni e buon umore
giunge presto anche l’ora di pranzare.
Un profumo invitante di grigliata,
le tavolate sotto i tendalini,
la tovaglietta tutta colorata,
si pranza a gruppi, con i più vicini.
Dopo una scorpacciata di gelato
s’attenua pur la perfida allergia,
bevo un grappino e poi via sul prato
con i cagnetti sbronzi di allegria.
Quando Perri e Pepita son stremati
dò loro croccantini e mozzarella;
con loro dentro al camper sistemati
tutti quanti facciamo pennichella.
Il riposo mi dà soddisfazione,
allora ne approfitto, finché sento
che qualcuno ha attirato l’attenzione
di Pepita, che approva il complimento.
Davvero una dormita assai profonda.
Ludovica si mostra contrariata,
la conduco per mano sulla sponda
d’una marina ancora soleggiata.
Passeggiamo fra voli di gabbiano
che planano con ali aperte al vento;
osserviamo le barche da lontano
su un orizzonte che si fa d’argento.
Al camping di Medveija c’è riunione:
Vitto rivela i tempi programmati.
A semicerchio, senza confusione
ad ascoltarlo siamo accomodati.
La sera abbiamo libertà di scelta
se cenare da soli o in compagnia;
io mi aggrego al gruppetto che alla svelta
decide dove e invita chi ci stia.
Al ristorante, fuori dal campeggio,
mezz’ora di abbuffata sopraffina,
un’ora e mezzo per fare il conteggio
e usciamo che già spunta la mattina.
Si torna alle casette a quattro ruote;
cantano ancora i merli innamorati,
il ronzio delle api crean le note:
musica fin che siamo addormentati.
Tornano i remi a farmi compagnia,
ridacchiando mi danzano davanti,
li inseguo, ma son già scappati via
è certo che stanotte non li agguanti.
VISITA AD ABBAZIA 9.5.2007
NEL MILLEOTTOCENTOOTTANTASEI
Mentre l’alba fa ancora capolino
ho già il volto cosparso di sapone
che l’acqua scioglie dentro il lavandino.
Oggi è giorno di grande ispirazione:
un premere di rime che hanno fretta
di porsi insieme con abilità
ed alternarsi a comporre la fetta
di una torta che avrà notorietà.
Il pensierone occupa le ore
di un’intera speciale mattinata,
del pranzo solo odore, non sapore,
è già l’ora di andare in scampagnata.
Alle tredici si va verso Abbazia;
chi sa quali esperienze, e che cultura
avremo dalla guida lì natìa
che d’ogni albergo spiega la struttura?
Per chi ricerchi storia o poesia
è meglio che si sfili dall’ascolto
cercando alternative per la via,
tanto non ci si perde forse molto.
Così riscopro il mondo dei murales
e le grate natìe del varesotto,
costretto a far come Speedy Gonzales
nel ricompormi al gruppo e farmi sotto.
Però non perdo “la donna e il gabbiano”,
la “madonna” che il clero ha conservato,
Fiume, che s’intravede da lontano,
due ospiti d’albergo del passato.
Del simpatico impegno della guida
il “milleottocentoottantasei”
resta nella memoria. Come sfida
andrò a cercare fra gli “o bei o bei”
un testo che mi doni la certezza
di quella incontestata precisione.
Nel frattempo mi godo anche la brezza
che vien dal mare alla mia posizione.
Si andrà così alla seconda tappa,
ci attende Fiume, patria di Nirvana.
Passiamo da un negozio che ci “scappa”,
anche stavolta il remo si allontana.
FIUME (RIJEKA) 9.5.2007
SOPRA IL GOLFO DEL QUARNARO
Stessa la guida, pullman verso Fiume.
Sulla strada tortuosa, un po’ in collina...
ogni tanto c’è odore di bitume.
Strettoie per lavori, e dalla china
scendiamo a serpentone lungo il mare
che si presenta in tutto il suo spLendore.
Tempo per ciò che andremo a visitare?
in tutto, all’incirca, son due ore.
Lo stadio del Rijeka, i grattacieli,
il porto con le navi da crociera,
turisti sulla spiaggia, senza veli,
son la periferia di primavera.
Più avanti ha perso il nome quella via
che “corso Roma” un tempo si chiamava.
Alla stazione: la tabaccheria
ove nell’anteguerra lavorava
la fuoruscita nonna di Nirvana,
un pezzetto di storia interessante.
Il cicerone ha soltanto una strana
voglia di tralasciar ciò ch’è importante.
Tagliamo il centro passandoci a stento;
scendiamo, e, alla collina di Tersatto,
saliamo nel castello a pagamento
a rimirar dall’alto un lungo tratto.
Davanti a noi c’è il golfo del Quarnaro
e la vista si perde all’orizzonte
fermandosi a un lumino, che da un faro
s’insinua nella luce, sopra un ponte.
Poi si raggiunge un famoso santuario
davanti al quale il Papa sta in preghiera;
chi di dovere scriverà nel diario
di avere visto la Madonna nera.
C’è poi la bella icona bizantina
posta a ricordo di un fatto inconsueto:
si dice vi sostò, sera e mattina,
la sacra casa diretta a Loreto.
La tradizione, spinta a briglie sciolte,
cavalca una credenza popolare:
avrà la grazia colui che tre volte
percorra un cerchio e passi dall’altare.
La Granda, fatta propria la ragione,
in colonna fa il giro, compattata,
certa che l’improvvisa devozione
le porti grazie almen per un’annata.
Ma ci vuol altro, forse un doppio remo
che diriga la rotta nel buon senso,
e allora sì che poi ce la faremo
a ritrovar l’eterno Suo compenso.
FIUME...LA
VISITA CONTINUA 9.5.2007
VISITA ALLA COMUNITA DI FIUME
Facciamo ancora visita a San Vito,
ove ascoltiam l’”adagio” di Albinoni.
La guida fa un accenno divertito
perché la chiesa è accanto alle prigioni.
Non trovo divertente la battuta,
mi faccio strada e giù nella discesa
vado a cercare una forma più astuta
di far buona cultura nell’attesa.
Meglio la piazza, il gioco del calcetto,
la gente che ci osserva incuriosita,
la torre, l’orologio, il pupazzetto
nel quarto d’ora di libera uscita.
Alle diciotto abbiamo appuntamento
per un abboccamento un po’ speciale
e prepariamo umore e sentimento
perché l’incontro non resti banale.
Auguri alla Comunità Fiumana
in un salone antico e principesco.
Scambi di doni, elogi all’italiana,
balli, sorrisi e piccolo rinfresco.
Ci resterà inoltre nel pensiero
la nipote del nostro Vittorino,
e il suo sorriso timido e sincero
tra tanti nonni arzilli, lì vicino.
Dall’alto, stretti sulle balconate
osserviamo Teatro, Corso e mare...
Carlo rammenta tante sue regate
dentro il Quarnaro, prima di ormeggiare.
Incontro breve, molti arrivederci
quindi tutti ad attender la corriera.
Avremo ancora tanto da goderci
prima che il pomeriggio giunga a sera.
Fin dal mattino tutti hanno cercato
di procurarsi “IL PICCOLO” e l’inserto
della “voce del popolo” stampato
con l’articolo scritto dall’esperto
sull’incontro che abbiamo avuto a Pola.
Ardua ricerca: giornale esaurito,
comunque la notizia già s’invola
per raggiungere anche il nostro “sito”.
Tutti in pullman, si torna ad Abbazia.
Carlo si affretta, dopo un baciamano...
“è tardi, su, saliamo, andiamo via”
e già Fiume ci guarda da lontano.
Passiamo ancora avanti a quel negozio
che mostra remi nella sua vetrina,
ci abbandoniamo alla stanchezza e all’ozio,
la fame è forte, e il pasto s’avvicina.
RITORNO AD ABBAZIA 9.5.2007
CENA TIPO FAMIGLIA ADDAMS
Ad Abbazia c’è brezza stimolante.
La guida ci saluta, ed i commenti
sciamano fin davanti al ristorante
dove si acquietan tutti i sentimenti.
In breve tempo, senza confusione,
ciascuno ha i piedi sotto un tavolino
ed una comprensibile emozione
ci versa nel bicchiere il primo vino.
La bibita non è delle migliori
ed il servizio è d’una serietà
che ci trasforma tutti da signori
a un gruppetto investito da pietà.
Si dice che quel giorno, a tarda sera,
ad Abbazia c’è un urgenza che incombe:
per assumere qualche cameriera
i ristoranti fan scoprir le tombe.
Così la Granda, a caccia di un sorriso,
si sente apostrofar “piatto no buono?”
E’ meglio trangugiar, fare buon viso
con espressione triste, giusto a tono.
La cameriera di nostro dominio
forse ha un’ascendenza transilvana
oppure ha fatto tutto il tirocinio
nella famiglia Addams (triste fama).
Non ci lasciamo certo intimidire
e sfoggiamo buon gusto ed appetito,
il migliore sistema per gradire
ottimo pasto così mal servito.
Dissertazione sul cognome BA,
che distingue Luciano e Natalina,
par che sia il più breve che ci sta,
salvi i cognomi usati nella Cina.
A fine pasto un’ultima sorpresa
mette a zittire tutti i commensali,
giran due grasse borse della spesa
si dice siano piene di regali.
I Raise, come dono personale,
consegnano pupazzi a suono acuto
che insieme creano un frastuono infernale
nell’ultimo gradevole saluto.
Tra dolci e libagioni in abbondanza
grappa e caffè son godimenti estremi
e nella notte buia che s’avanza
già il mio sogno si occupa di remi.
DA MEDVEIJA a BUCCARI E A BASKA 10.5.2007
ATTRAVERSIAMO L’ISOLA DI VEGLIA O KRK
STRETTI STRETTI AL CAMPING ZABLACE
Odi dal menestrello camperista
del viaggio itinerante di Croazia
la musica del mare che conquista
e con la propria immagine ti sazia.
Oltre Medveija la strada si stringe
fra verdi braccia: piante d’ogni sito.
La voglia di sapere ci costringe
a chieder lumi, con cortese invito.
Remo è il primo a darci spiegazione
di quella varietà di vegetale.
Acacie, faggi e pini da emozione
sembran pareti di una cattedrale.
Sinfonia di motori nel silente
bucolico tragitto a serpentina.
Lele domanda a Vitto, che acconsente,
di fare una sortita repentina;
dal basso la colonna vien filmata
sui tornanti di Buccari, in discesa,
quindi fa sosta, unita ed ordinata,
il tempo di un passeggio e di una spesa.
Della baia di Buccari la storia
ci ricorda la beffa dannunziana
quando i MAS si coprirono di gloria
affondando la flotta austro-prussiana.
Perri e Pepita, i miei due lestofanti,
son felici di scendere con me;
parecchi remi nuovi, ma pesanti,
sorprendono, e fan rabbia a tutti e tre.
Vado con loro a zonzo sulla riva,
sul paracarro bianco li accovaccio
finché la Ludovica non arriva
con pane e pizza dentro un canovaccio.
Finito il tempo di ricreazione
dai baracchini esce la cultura;
mentre Carlo rinnova l’emozione
dei viaggi con la sua barca d’altura.
Dopo strapiombi in mare a mozzafiato
c’è l’isola di Veglia, che oltre il ponte
attende il nostro rombo incolonnato
che invade tutto, da pianura a monte.
Pecore e zecche fanno convivenza
fra ciuffi di sterpaglie e terra rossa.
Su questa strada senza concorrenza
è l’ora di assestare un po’ le ossa.
Rose canine, fra i muretti a secco
una sosta di asini, sorpresi
che i ficcanaso abbian messo becco
sul loro pranzo, e con gli orecchi tesi
ascoltano con aria intelligente
tutto il vociare sparso dei turisti,
che a loro sembra un poco deficiente,
frutto soltanto dell’averli visti.
Il rosso Velebit ci sta di fianco
col suo dorso possente e maestoso.
Nel campeggio col litorale bianco
siam stretti in uno spazio… un po’ virtuoso.
Io non ci penso, prendo il canottino,
lo lego ad un paletto con lo spago,
infilo sulla testa il cappellino
e mi concedo un intrepido svago.
I remi, dite? Ma non c’è problema:
uso mini taglieri scompagnati…
l’importante è restare sempre in tema
al sole fino ad essere scottati.
Nel pomeriggio è possibile optare
fra wellness, sauna, e, dentro la piscina,
idromassaggio caldo e salutare
ad occhi chiusi, come una sardina.
Mentre tutti si lasciano tentare
da voglie senza impegno e rilassanti:
tepida tintarella in riva al mare,
o lettura di libri interessanti,
Carlo sceglie un contatto stravagante,
si fa abbordare da zecca cubista
che lui non riconosce al primo istante,
forse un tragico amore a prima vista.
Da destra e da sinistra, uno ad uno,
i gabbiani volteggiano nel cielo,
per incontrarsi all’ultimo raduno,
prima che questo giorno oscuri il velo.
Al Baska, nella sera, in mezzo al vento,
tavolata fra i camper, tutti quanti.
Venere già ci illumina d’argento,
poi tutto tace, è l’ora degli amanti.
Perri e Pepita, i due menefreghisti,
decidono di rompere l’incanto,
con qualche abbaiatina da teppisti,
voce del loro naturale vanto.
Del giorno ormai siamo giunti alla fine,
anche l’ultima luce s’è esaurita,
e ancora mi ritrovo al suo confine
senza stringere remi fra le dita.
DA
BASKA A ZARA 11.5.2007
IN VIAGGIO OLTRE IL PONTE SI TORNA IN CONTINENTE
FINO AL CAMPING PEROS
Chiede una cozza al paguro Bernardo
“cos’è questo casino qui di fronte?”
il paguro s’affaccia, ed il suo sguardo
incontra i camper, proprio sopra il ponte.
La notizia perviene ad altri pesci,
giunge ad astice, cozze ed aragosta
che dice al gamberetto “vieni, esci,
fuggiamo, qui c’è gente che ci scrosta!”
Giorno di viaggio, in cui riposa il diario.
La meta è Peros, nei pressi di Zara.
A cielo aperto, su un percorso vario
il top di una natura fresca e rara.
Al campeggio le solite incombenze:
Pierfelice controlla che il parcheggio
sia fatto con le solite prudenze
anche da chi ha il camper a noleggio.
La luce c’è per tutti, non c’è fretta,
e mentre le signore fan la doccia
i signori rovescian la cassetta
fino a che dentro non vi sia una goccia.
Ben presto vien la sera, si fa cena
ci si racconta qualche barzelletta
ed il riso dilaga e rasserena
anche chi ascolta con un po’ di fretta.
La barzelletta che più mi s’addice
è il sogno di quell’isola deserta
raggiunta a remi, insieme ad un’attrice
che di amatorie arti è certo esperta.
VISITA A ZARA 12.5.2007
CULTURA CON GIOVANE CUBISTA
COMUNITA’ ITALINA E LUNGOMARE
Nel campeggio di Peros, la mattina,
c’è voglia di una breve passeggiata
fino alla costa, verso la marina
per una tintarella spensierata.
Io prendo carta e penna, e mi cimento
in un nuovo pensiero di giornata
perché non vi sarebbe altro momento
per aggiornar questa storia rimata.
Dopo pranzo è giornata culturale.
Con Carlo attendo il pullman per la gita,
vedo arrivare una “mica male”
Carlo prende a leccarsi già le dita.
“Una guida cubista?” va dicendo
e prima di aspettare la risposta
lo vedo in fondo al viale...sta correndo
per esser primo a fare una proposta.
Gli altri maschietti, semi addormentati,
tutti, d’un tratto, hanno sguardi da pesce;
le signore li tengon controllati,
ma il furbo “diavoletto” in loro cresce.
La giovinetta dal fare grazioso
sorprende per la sua civetteria
e Carlo, da assessore premuroso,
non perde una parola, qual che sia.
Così lo sport diventa l’occasione
per dissertare di pallacanestro:
di Meneghin, il nostro gran campione,
si dice che fu lì un gran maestro.
Si ascolta di Missoni e maraschino,
del medievale borgo bombardato,
dei cinque pozzi e di quel giardino
che i Dalmati non hanno più curato.
Sotto l’ombra di un albero, ammassati,
s’ammira San Donato, ove le suore
ebbero gote e nasi sbruciacchiati
per esser state al sole troppe ore
ad ammirare il Papa ed ascoltare
le parole di pace e di speranza
che il sacrificio posto sull’altare
regala con amore in abbondanza.
Intanto sulla spalla della Ludo
c’è una zecchetta triste e sconsolata;
Degara se ne accorge e fa da scudo
spostandola con semplice ditata.
A questo punto abbiamo l’occasione
d’una sorpresa in fondo al lungomare:
in silenzio un concerto d’eccezione,
l’onda, che in canne, i buchi fa suonare.
Se l’organizzazione fa concerto
son le canne di un organo lo spunto,
lo dico a tutti, quasi fossi esperto,
nessuno mi comprende, basta e punto.
Un applauso alla sposa, e tutti quanti
saliamo alla comunità Italiana
che con calda accoglienza e senza guanti
aggiunge una sua perla alla collana.
Bandiere, foto, abbracci e libreria
sono la storia di una breve udienza
che resta in cuore, e poi andiamo via
lasciando uno stendardo di presenza.
La cena al ristorante è da primato,
negativo, s’intende, per la fretta
con cui viene servito e sparecchiato
prima che vada giù l’ultima fetta
C’è tempo per un nuovo passeggino
presso il mare che canta dal profondo...
Sotto il lampione acceso, un pensierino,
e si finisce con “io vagabondo”.
Dentro il pullman che ci riporta a Peros
Lele legge in dialetto una storiella
poi si fan strada l’umorismo e l’eros
e tutti tengon ferma una cammella.
Quindi s’odon canzoni anni sessanta,
escluse sono quelle di Sanremo.
Tutta la Granda con fervore canta...
io penso al mio canotto senza remo.
SI VA A TROGIR 13.5.2007
LA TARTARUGA TRA LE ROVINE DI GUERRA
POI AL CAMPING ROZAC
Verso Trogir si fa la deviazione
per la curiosità di un bel laghetto;
si va coi camper in perlustrazione
per un percorso triste e alquanto stretto.
Ci sorprendono case diroccate,
resti di postazioni militari,
zone probabilmente abbandonate
tra fuochi di bazuka, bombe e spari.
Il solo indizio che la pace è fatta
è una tartaruga sul selciato
che, chiusa nella sua casetta intatta,
attende che il frastuono sia passato.
Sergio si ferma, e, cuor di Valsesiano,
la raccoglie, e sul prato la depone;
il baracchino va di mano in mano
per applaudire questa buona azione.
Niente laghetto, ma quello sterrato
ci ha fatto entrare nella brutta storia
d’un odio che, nel recente passato,
ha seminato morte senza gloria.
Giungiamo al camping Rozac, finalmente
ed accerchiamo un estero turista
che al nostro arrivo un poco si risente
ma resta lì a difender la conquista.
A pranzo c’è profumo di spiedini,
cozze in padella, bistecche eleganti,
peperoni alla piastra, poi branzini
e aromi delicati un po’ piccanti.
Nel pomeriggio libero si parte
con l’autobus di linea tutti quanti,
ci attendono negozi, piazze ed arte,
e tutto ciò che ci troviam davanti.
Trogir, gente di mare, un bel mercato,
il canale, le barche ed i traghetti,
il gran castello, la messa in croato,
un medioevo di vialetti stretti.
A sera alcuni vanno al ristorante
con scampi e gamberoni da scrostare...
ricordo a Veglia il monito implorante
che l’aragosta ha fatto sotto il mare.
Il castigo non tarda...il taxi manca,
si torna a piedi, senza un lanternino.
Il pollice mi duole, ho l’anca stanca,
mi concentro, e qui nasce il pensierino.
I camper son nel fiordo, nella quiete,
ma c’è la tortorella dispettosa
che alle due del mattino, ovunque siete
inizia una tubata fastidiosa.
Penso: “se avessi un remo, che farei?”
ma il pensieraccio sfuma in un respiro,
tanto lo so che non lo userei,
e m’addormento come fossi un ghiro.
PARCO
NAZIONALE DI KRKA 14.5.2007
CASCATA, PESCI, RANE, PASSERELLA
VISITA GUIDATA A TROGIR E PRANZO AL RISTORANTE
Natura ha generato fantasia
e fantasia, mischiando il falso e il vero,
ci dona immagini da fotografia
come al parco di KRKA sul suo sentiero.
Quattro casette rustiche, una piazza,
l’asinello che attende la carezza,
il costume che indossa la ragazza
per dir “la tradizione non si spezza”.
Dall’alto belvedere un lago blu
alimentato da un’ampia cascata
ti fa volare l’anima più in giù
nella natura tutta infradiciata.
Nel mezzo sta un intrepido gabbiano,
forse un poeta alato misterioso
che osserva silenzioso di lontano
lo spettacolo ampio e maestoso.
La passerella in curve e ponticelli
snoda su variopinte pozze d’acqua
che creano miriadi di ruscelli
presso i quali la rana si risciacqua.
Osservando dal pullman del ritorno
si abbraccia tutta quanta la visione,
prima di fare sosta, a mezzogiorno,
con risotto, maiale e libagione.
Un pasto un po’ spartano, in verità,
porzioni d’osso e grasso senza polpa
carenti di sostanza e qualità,
e un digestivo per sedar la colpa.
Trogir ci attende ancor mezza giornata.
La guida, dall’altero portamento,
ci propina una colta chiacchierata
di spiegazione ad ogni monumento,
ma l’attenzione nostra è un po’ imperfetta
e diamo alla sua storica porzione
soltanto un ascoltino un po’ di fretta,
e un gelato fa perder la lezione.
A briglia sciolta allora, c’è il mercato,
si fan rifornimento e passeggiata
fino a sederci, tutti senza fiato,
ad attendere l’ora comandata.
Addio Trogir, fra i lumi della sera
con bar e ristoranti già affollati,
la lunga attesa presso la corriera,
particolari già dimenticati.
In pullman, ritornando su dal borgo,
ci blocchiamo a una curva trafficata
subito qui si forma un grosso ingorgo
si teme sia finita la giornata.
Perizia e abilità del conducente
che fa manovra “polacco polacco”
e come se non fosse stato niente
presto ci tira fuori dallo smacco.
Al Rozac già la notte ha il sopravvento,
il silenzio ci accoglie al nostro arrivo,
si sente solo il solito lamento
di chi tuba nascosto in un ulivo.
Lo inseguo, fino a perderne l’ascolto,
poi remo piano in questo nuovo sogno
che, prendendomi in giro, m’ha accolto
nell’angolino che da tempo agogno.
GITA A SALONA E SPALATO 15.5.2007
NECROPOLI, PALAZZO E CENA DELLE BEFFE
L’indomani
mattina non c’è sveglia,
c’è libertà di scelta in cosa fare,
io resto in camper, e nel dormiveglia
penna alla mano prendo a poetare.
Cesarina, in pigiama a fiorellini,
stira camicie sopra il tavolino;
Franco in maglietta e pantaloncini
è in piedi che la osserva da vicino.
Rita, con canottiera in arancione,
ritira già la propria biancheria.
Giovanni, occhiali in mano a ciondolone,
è a dorso nudo in fotografia.
Con il sorriso di metà mattina
sorprese nel vestiario camperista
Adelaide, Gisella e Caterina
non nascondono mire di conquista.
Il gruppetto dei Grazia e dei Rinaldi
osservano con Carmen il programma,
sono un insieme di colori caldi
su ciabatte da vero melodramma.
Prima di pranzo, una puntatina
con Ludovica e i cani sulla spiaggia,
c’è una tiepida brezza stamattina
riscaldata dal sole che c’irraggia.
Pranzo fra amici, pennichella “un ora”.
Nel pomeriggio torna l’adunata
e tutti quanti ci troviamo ancora
sul pullman per trascorrer la giornata.
A Salona, ove nacque Diocleziano,
sostiamo ad osservare la necropoli,
resti e vestigia di un tempo lontano.
Di lassù poi guardiamo una metropoli
soffocata da alti grattacieli,
è Spalato, che appare tanto brutta,
se non si sa che cosa in lei si celi,
prima d’averla visitata tutta.
L’antico cuore del Romano Impero
gronda di storia nella città vecchia
con il palazzo, ancora tutto intero,
che nel vicino mare si rispecchia.
La giunonica Pina, a voce, sprona
il gruppo ad ascoltar la verità:
nel labirinto freddo dei locali
venne ospitato il popolo in difesa,
così che, come dicono gli annali,
contro i nemici non vi fu mai resa.
Dopo il commiato della bella guida
ci siamo sparpagliati in tutto il centro,
pronti a distribuir le nostre grida
in vicoli e negozi, fuori e dentro.
Seduto al bar, senza consumazione,
mi aggrego ai bevitori di caffè;
partecipando alla conversazione
con un americano attento al tè.
La passeggiata porta lungo il viale
col pavimento appena inaugurato,
l’ora è già tarda, e l’appetito sale
“chissà che cosa ci hanno preparato?
Purtroppo è nuova “cena delle beffe”,
presso le risatine giapponesi
stampate in volti gialli e brutte ceffe,
che forse ci han scambiato per inglesi.
Malgrado si digiuni, c’è gran festa
con spumante di Vitto e di Nirvana
che in regalo a ricevere si appresta
corallo rosso e argentea filigrana.
Prima però ciascuno ha ricevuto
un porta appunti in legno decorato
sul quale con perizia sta intessuto
un filo di perline colorato.
Dato che poi lo stomaco protesta,
qualcuno va alla pizza, io al gelato;
reco altri avventori a fare festa
e un cono in più mi viene regalato.
Il gelataio non sa parlar bene,
ma saputo che sono milanista
mi dà un appuntamento per Atene
dicendomi “amico, hasta la vista”.
Nell’attesa del pullman i signori
osservan la femminea gioventù
e sognano i felici loro amori
di un tempo che non tornerà mai più.
Il riposo ci accoglie a tarda sera
con il lamento della colombella;
sogno due remi insieme a una preghiera:
“me li faccia trovar la buona stella.
SPOSTAMENTO AL CAMPING ADRIA DI NOVIGRAD 16-5-2007
FIORDO, PESCHERECCI ED ABBUFFATA
Mattino
presto, ad ora anticipata
per non far danno alla circolazione,
la colonna di camper compattata
ripassa per Trogir, con commozione.
I baracchini tornano a parlare
di lavande selvatiche e vigneti,
di litorali ed isole sul mare,
di luoghi ameni, paesaggi inconsueti.
Purtroppo ci son anche cose brutte,
di nuovo buchi e fori di mitraglia
dentro pareti ancora non distrutte,
malgrado una terribile battaglia.
Oggi dal due dobbiamo rallentare,
dal dodici alla coda vanno avanti
con Vittorino a farsi parcheggiare
finché non siano a posto tutti quanti.
Scegliamo di far sosta, e lì vicino
si allunga verso il mare un’isoletta,
fiori in cespuglio color canarino
attorniano una piccola chiesetta.
Ai lati del percorso c’è un richiamo:
un cartello con scritto “Attenti, mine”.
Alcune curve e infine raggiungiamo,
oltre il ponte che limita il confine,
con tanti pescherecci lungo il fiordo
un paesino da villeggiatura
che dona la sua immagine al ricordo
d’una fotografia fra le sua mura.
A Novigrad, terra di pescatori,
c’è un’atmosfera d’ottima accoglienza,
la gente plaude a noi visitatori
felice della nuova conoscenza.
Al camping Adria Sol c’è gran fermento,
siamo sul bordo, proprio accanto al mare
e se non fosse che vi soffia il vento
si potrebbe pensare di nuotare.
Pepita scende anch’essa verso l’onda
mentre Perri è aggrappato a Luigi Grazia
temendo forse che andando alla sponda
gli possa capitare una disgrazia.
Il vento fa ritrarre i tendalini,
per tutti è una giornata di riassetto,
purtroppo Rosi manca gli scalini
s’appoggia a un piede e cade giù di petto.
Soccorsa mentre ancora è sorridente
mostra l’escoriazione ad una mano,
il piede è gonfio, “spero non sia niente”
ma adesso non può andare più lontano.
La diagnosi purtroppo è sconfortante:
per ora fasciatura e stare a letto
si teme una frattura, ed è importante
che il piede sia bloccato, fermo e stretto.
Mancano a Novigrad i ristoranti,
ma corre voce che un ristoratore
sia in grado di sfamare tutti quanti
con un cenone da imperatore.
Vitto raccoglie allora volontari
che siano in grado di parlamentare:
pesce, crostacei vino e calamari
diventano il principio del cenare.
“Tutti sotto le stelle, su in terrazza!”
e una sera di pacchia luculliana
trascorre con un’abbuffata pazza
e barzellette spinte di Silvana.
S’accende un lume, e in una finestrella
c’è qualcheduno sotto ad una doccia,
poi tocca a suo fratello e a sua sorella...
“possibile? nessuno che si scoccia?
forse non sanno, o forse fanno apposta,
fatto sta che in quella situazione
chiunque avrebbe chiuso quell’imposta
per evitar l’incomodo “guardone”.
Tramonto rosso, tutti in quel momento
s’ammassano per la fotografia,
poi, piano piano, spunta il firmamento,
e copre il rosso che se ne va via.
S’ode un rombo nel fiordo, è un peschereccio;
gesti di mano, grida di saluto,
e la barca s’invola nel libeccio
lasciandoci un suo ultimo starnuto.
Oh, se potessi, con il canottino,
inseguire quel sogno nella notte...
mi stringo dentro il tiepido golfino,
dei remi tanto ormai “chi se ne fotte”.
FINO A PLITVICE NEL CAMPING KORANA 17.5.2007
GIORNO DI VIAGGIO E CINEMA SERALE
Prima della partenza è processione
per un saluto a Rosi, che si scusa,
mostrando a tutti quanti il suo piedone,
per esser un po’ triste e disillusa;
poi dona a tutti sorrisi smalianti,
ringrazia tra gli auguri e le battute:
“Quest’oggi vi precedo, vado avanti,
innanzitutto conta la salute”.
Oggi ci attende un viaggio rilassante
fra natura selvaggia e vento forte.
“Fare attenzione ad ogni tornante,
qui le strade son ripide e contorte!”
Scenari mozzafiato, e lì di fronte,
come gigante spettro dietro un velo,
fra le Alpi Dinariche c’è un monte
impetuoso e sfumato a mezzo cielo.
Siamo ormai sulla strada del ritorno,
ma la fine del viaggio è ancor lontana,
la nostra meta, oggi, a mezzogiorno,
è posta nel campeggio di Korana.
Casette in legno, bungalow sui prati,
in mezzo al verde piazzole abbondanti,
e in breve i camper sono accomodati
sull’asfalto e sui prati tutti quanti.
Non c’è problema per il tendalino,
si stendon corde per la biancheria,
si sciacqua tutto il camper per benino
dopo aver fatto interna pulizia.
A pranzo ci si copre, c’è frescura,
un piatto caldo, pollo, una patata,
si beve vino rosso, fin che dura,
e si finisce con una crostata.
Il pomeriggio è da perlustrazione,
si fa raccolta di timo selvatico.
Pepita si allontana dal padrone
perché ha fiutato un cagnetto simpatico.
Si fa relax giocando anche alle bocce
ci si dedica inoltre alla lettura
mentre si attende il turno delle docce,
e intanto la giornata si fa scura.
Flavio e Nives propongono un filmato
da vedere all’aperto, dopo cena.
Il loro invito non è rifiutato,
si sparge voce, farem luna piena.
La Granda verso il Don, come anteprima,
crea un silenzio attento e commovente
difficile da esprimer con la rima,
meglio guardare senza dire niente.
Seconda parte, c’è il lungometraggio
della “Grotta Impossibile” del Carso,
sono immagini belle, ma il coraggio
di barbellare a lungo un po’ è scomparso.
Qualcuno con la propria seggiolina
torna al suo camper caldo ed accogliente.
Nel nuovo sogno scendo giù in cantina,
dove i miei remi stanno lì a far niente.
GITA
AL PARCO NAZIONALE DI PLITVICE 18.5.2007
LAGHI, CASCATE, TRAGHETTO E TRENINO
Anche questa mattina è l’occasione
di precedere il pullman della gita,
e sarà forse l’ultima emozione
d’un’avventura quasi ormai finita.
A Plitvice vi son sedici laghi
collegati fra loro da cascate,
luoghi di fate, di folletti e maghi
forse abitanti le grotte incantate.
Il simbolo imperante, in legno, è un orso,
posto proprio all’inizio del sentiero.
La Granda si divide sul percorso,
pochi, con noi, lo fanno per intiero.
Nei laghi ci si specchia, e se cammini
gruppi di pesci seguono i tuoi passi,
forse attendono cibo, e stan vicini,
allineati sopra alghe e sassi.
Le cascatelle sono l’emozione
che più attira lo sguardo del turista,
le foto al giorno son più di un milione,
anche le nostre sono nella lista.
Mi trovo solo, e al limite del lago,
papera e paperino stanno accanto
inseguendo il mio passo ed il mio svago;
scatto una foto che sarà uno schianto.
Poi sono spruzzi d’acqua trasparente,
lumache, erbe e fiori infradiciati,
un punto di ristoro, tanta gente
il traghetto tra i fiordi inalberati.
Ad un quarto di strada l’altro gruppo
ci scende incontro, mentre noi saliamo,
consci che dell’età dello sviluppo
non siam più schiavi, e un po’ ce ne vantiamo.
“Attenti, che c’è ancora tanta strada
chissà se giù per tempo arriverete!”
Passo più svelto, tanto, mal che vada,
“se ritardiamo voi ci aspetterete!”
In breve tempo il percorso finisce,
ci mescoliamo a gruppi del Giappone
tutti con un sorriso che stupisce
stampato in volto, senza un’emozione.
Sul trenino a motore del ritorno
Maria Adelaide insegna ai ragazzini,
che le si fanno tutti quanti attorno,
a pronunciar tutti i numeri primi
dall’uno al dieci in perfetto italiano;
e i piccoli croati fanno coro
nel ripeterli insieme, con baccano,
passandoseli a voce tra di loro.
Vorrei saper da una giapponesina
come pronuncia “remo” il sol levante,
ma un immobile e dolce risatina
blocca il mio modo d’essere galante.
RITORNO AL CAMPING KORANA 18.5.2007
PACCHIA CULINARIA E SCALA MALANDRINA
Il nostro gruppo giunge, e sta in attesa
che l’altro gruppo ancor si ricongiunga
dopo d’aver percorso la discesa
che pareva perfino troppo lunga.
Il campeggio ci attende all’imbrunire
non si ha voglia di farsi da mangiare,
tutti insieme così si va a finire
nel ristorante rustico a cenare.
Nell’attesa che altri commensali
lascino posti liberi per noi,
mi siedo al freddo, e ascolto dal Vitali
l’ultimo grido degli affari suoi.
Quando tutti ci siamo accomodati
incomincia la pacchia culinaria,
insieme coi tedeschi, tutti alzati
brindiamo coi bicchieri verso l’aria.
Ottimi piatti, ottimo servizio,
umore a cinque stelle, gran successo,
serata che si ascolta nel giudizio
“vorrei che così fosse un po’ più spesso!”
Purtroppo se si è al colmo d’una gioia
può capitar che il diavoletto rida
e dal suo mondo sapido di noia
ai fortunati lanci la sua sfida.
Così, sorbito l’ultimo caffè,
ciascuno si prepara per l’uscita,
e a questo punto capita che “ahimè”
Fiorella inciampa, e resta lì impietrita,
con occhi fissi, il sangue sulle vesti,
quasi che avesse perso già la vita.
Silvano e Alberto, i medici, son lesti
nel prestare soccorso, controllare,
gestire al meglio quella situazione
mentre qualcuno chiama al cellulare
l’ambulanza per pura precauzione.
Per tutti è un terribile momento,
si attende, nel silenzio che sta in giro,
che quell’imprevedibile sgomento
possa lasciare il posto ad un sospiro.
Lunghi minuti, finché, finalmente
si fa strada il responso meglio atteso,
lei non ricorda di aver visto niente,
e sul volto il colore ha già ripreso.
L’equipe intervenuta rassicura
che non ci sarà alcuna conseguenza,
basteranno due punti di sutura
riposo, calma e convalescenza.
Ciascuno con la pila illuminata
si torna al camping, con un po’ di fretta,
rinviene il buon umore, e la giornata
va a finir dentro a qualche barzelletta.
A notte sogno Selce, ultimo giorno
in cui di fianco al mare stanzieremo,
e la malinconia torna d’intorno,
soprattutto perché mi manca il remo.
SELCE 19.5.2007
VICINI VICINI IN TAVOLATA CON PALACINCHE
IL tempo è incerto, spira un forte vento,
dal due all’undici a Nova Vinoldoski
è d’obbligo che nel trasferimento
si attenda il via, costi quel che costi.
E’ qui che si rivela un caso estremo:
un uomo va tranquillo lungo il viale
recando in mano, indovinate, un remo,
e l’altra mano ne porta uno uguale.
Mi manca il fiato, prendo il baracchino
per annunciare a tutti l’accaduto,
mi ci vorrebbe forse un bel grappino,
mi manca la parola, e resto muto.
Vanno a Selce, dal dodici alla fine,
ciascuno spera un posto accanto al mare
in quel campeggio splendido e sublime
dove poter godere e respirare.
Purtroppo c’ stata ancora un’illusione,
e stretti stretti, in un pezzo di prato,
sostiamo con un po’ di confusione
nello spazio che ci hanno destinato.
Sergio quest’oggi ha un compito speciale,
trasferire in computer ogni foto
sperando che il computer non stia male;
è preoccupato, il digitale è vuoto,
una scheda non ha giusta misura,
il computer si gonfia, si rallenta,
il suo padrone fa la faccia scura
ma accetta tutto, mentre si lamenta.
Il camperista ha spirito verace,
ha collaudato soste in tutto il mondo,
e sa che ovunque può sentirsi in pace
coccolando il suo cuore vagabondo.
Con fantasia, buon gusto e aggregazione
sa crear la migliore compagnia
quando organizza un lungo serpentone
di tavole imbandite in allegria.
Anche stavolta la preparazione
non spetta a me, cui hanno comandato
di stare in camper, per un pensierone
che sia d’augurio, e anche di commiato.
Remi in spalla mi chiudo nell’alcova
e spremo le meningi a più non posso
per far si che una rima sempre nuova
ci doni polpa, e non soltanto osso.
E COSì NASCE, LEGGETE E AMMIRATE
LA PALACINCA IN RIME BACIATE
Gira una voce, c’è la palacinca!
Ma che cos’è, è roba che si trinca?
Ma no, si fa con babe d’eccezione,
ed è una formidabile pozione.
Vitto è il primo a rompere le uova,
per chi partecipa è quasi una prova.
Gli ingredienti di questa ricetta,
che ci ha tramandato mamma Etta,
sono esposti in bacheca, in biro rossa;
ve li indichiamo per quanto si possa:
“dentro due etti e mezzo di farina
mezzo litro di latte di mattina,
zucchero: un etto e mezzo, e si fa impasto
col rosso d’uovo e l’albume rimasto.
Per migliorare poi l’eterea pappa
si aggiunge anche un bicerin de grappa.
Tutto, con olio, va, nella padella,
sopra il gas caldo, come la frittella”.
La Granda palacinca è aggregazione
se frutto è di partecipazione.
Del risultato, grazie a tutte quante
fan parte dell’elenco sottostante.
Grazie a Nirvana, grande condottiera,
a Ludovica voce ragioniera,
a Manuela buona friggitrice,
a cui Franca e Vallì fanno da vice
a Carmen che impasta, smolla e stende,
a Natalina che ciò le contende,
a Mariuccia che osserva le sfornate,
a Nives che fa dolci arrotolate
a Rita che gli impasti fa volare,
ad Adelaide costretta a guardare,
a Silvana che sparge marmellata,
a Elisabetta per l’impadellata,
a Caterina, esperta di nutella
che spalma palacinche con Gisella,
a Lucia B. che insieme a Cesarina
ed Ulderica friggono in cucina,
a Lucia M. pronta a degustare
mentre Carla è intenta a preparare,
a Fiorella che aggiunge ciò che manca,
a Giovanna che aiuta chi è già stanca,
a Nevea che ha pesato l’ingrediente
e a mamma Etta, che non fece niente. ...............
THE
END
E come sempre, il vostro menestrello
ha un ultimo pensiero di commiato:
se il viaggio è stato interessante e bello
ricordatevi di chi l’ha guidato,
di chi ha fatto da ponte in mezzo e in fondo,
di chi ha cantato o fatto l’umorista,
di tutto il nostro insieme vagabondo
che, in fondo, è sempre stato una conquista,
e di chi, senza remi, lì in Croazia,
sul canotto un sol giorno ha navigato,
ed ora tutti quanti voi ringrazia
per tutto il bene che gli avete dato.
con
affetto gian luigi |