I LUOGHI DELLA SPERANZA
"Santa Maria della Steccata"


Un po’ di storia

La chiesa, splendido esempio dell'architettura rinascimentale parmense, sorge sul luogo dove già nel 1392 esisteva un oratorio, eretto per ospitare una miracolosa immagine di S. Giovanni Battista e un affresco con la "Madonna allattante Gesù Bambino".
Verso la fine XV secolo è necessario erigere uno steccato per proteggere l’immagine sacra dai fedeli che sostano in preghiera.
E’ da questa religiosità popolare che deriva il nome della successiva grande chiesa dedicata alla Santa Maria Vergine della “Steccata”.
Nello stesso anno (1521) in cui Francesco Guicciardini prende possesso di Parma, iniziano i lavori per il santuario secondo il progetto di Giovan Francesco Zaccagni e del padre Bernardino, già autore della costruzione della chiesa di San Giovanni Evangelista.
I lavori procedono speditamente fino al 1524, anno in cui sorge una difficile polemica con i D'Agrate (a cui sono stati affidati i particolari) circa la costruzione della loggia esterna.
In seguito tale progetto viene in parte modificato, sino al febbraio 1539 quando la chiesa viene finalmente consacrata dal cardinale Giovanni Maria Dal Monte.
Verso la fine del Seicento si procede all’ampliamento del nicchione meridionale per ospitare il grande coro ad opera di Mauro Oddi e, dal 1702, di Edelberto della Nave.
Nell'Ottocento il sotterraneo della chiesa è adattato a sacrario dei Farnese e dei Borbone per volere di Maria Luigia d'Austria.

Architettura

La chiesa rispecchia la concezione di edificio a pianta centrale ispirata dal Bramante.
La pianta è a croce greca con cupola centrale rotonda incassata fra quattro torri chiuse. Alle torri, o meglio, cappelle angolari a pianta quadrata, si alternano quattro grandi nicchie, che formano i bracci della croce.
All'esterno corre un loggiato con finestre architravate e una balaustra arricchita da statue settecentesche, volute, acroteri, vasi…
Ventiquattro oculi (piccole finestre tonde), sei per ogni abside, si ripetono abbinati fra due cornici al di sopra di alte paraste con capitelli di ordine composito, a foglie, volute e ornati, finemente scolpiti da Giovan Francesco D'Agrate.
Di un classicismo più tardo e freddo è il portale d'ingresso, fiancheggiato da imponenti colonne composite che sorreggono il frontone triangolare.
Fa contrasto a tanto classicismo il coro, con finestre mistilinee in cotto.
L'interno, armonioso nella pianta ideata dagli Zaccagni, dove la croce greca risulta più evidente che all'esterno, è scandito da alte paraste poggianti su uno stilobate. Al di sopra di esso si aprono gli oculi, che ripetono il ritmo tondo delle nicchie e della cupola.
Tutta la parte decorativa è, come per l'esterno, di Giovan Francesco D'Agrate, su disegno del quale sono stati eseguiti anche gli Otto portali di accesso alle cappelle.
Il Coro, di forma ovale, con il preziosissimo altare barocco iniziato da Mauro Oddi e compiuto da Andrea e Domenico della Meschina, ha aspetto scenografico in contrasto alla pura linearità del resto della chiesa.
La Sagrestia Nobile, rettangolare, con abside a scarsella e volte a botte e a vela, è resa più maestosa dai ricchissimi armadi che coprono tutte le pareti.
Il sotterraneo, adattato a sepolcreto dei Farnese e dei Borbone, con volte a crociera rette da due colonne doriche, è di una semplicità spoglia, d'impronta neoclassica.
La decorazione della chiesa è affidata al “manieristico” Mazzola che si impegna ad eseguire l'abside ed il sottarco dell'altare maggiore. Ma, come scrive il Vasari, egli cominciò "come più facile", dal sottarco a cui lavorò per ben dieci anni, lasciando poi l'opera incompiuta.
Ma, nonostante ciò, l’unica opera del Mazzola che è giunta sino a noi è davvero pregevole e degna di un grande artista. Si tratta delle “Tre Vergini” che reggono lampade e portano anfore sulla testa, attorniate da sei figure statuarie e solenni. Il ritmo delle pieghe, tese, si adegua a quello dei corpi slanciati e dei volti e si intona a quello dei tondi.
Michelangelo Anselmi viene chiamato a sostituire il Mazzola e finalmente esegue nel 1541 l'abside dietro l'altare maggiore con l'"Incoronazione e Santi", mentre nel 1554-1556 l’"Adorazione dei Magi" dell'abside opposta.
La cupola (1560-1572) come il tamburo, il fregio e i pennacchi, sono invece una evidente imitazione del Correggio.
Ad eccezione del quadro con la "Madonna in trono e Santi" di Simone Martinazzi, le altre opere della chiesa sono opera di tardi manieristi emiliani o di importazione: Mercurio Baiardi, Giovanni Sons, fiammingo operante a Bologna e a Parma, ….
Il grande quadro raffigurante il "Paradiso" (sulla porta d'ingresso) è invece del cremonese Giovanni Battista Trotti, detto il Molosso.
Parallelamente ai quadri ed agli affreschi, per arricchire balaustre e portali, vengono eseguite nel Cinquecento importanti opere scultoree, come il monumento a Sforzino Sforza di Giovan Francesco D'Agrate o il monumento a Bertrando Rossi del reggiano Bartolomeo Spani.
Ancora di carattere rinascimentale è poi il monumento dedicato al conte Guido da Correggio di Giovan Battista Barbieri.
Lentamente il gusto barocco si accentua fino a prendere il sopravvento all’inizio del XVIII secolo, quando l'architetto e pittore Mauro Oddi è incaricato di apportare vaste modifiche alla struttura della parte più importante e solenne della chiesa, cioè il presbiterio, e alla decorazione interna ed esterna.
Nel 1729 viene realizzato da Giuseppe Della Nave il "Coro dei Cavalieri". Tale coro fa da sfondo al ricco altare ideato dall'Oddi stesso con tutta la ridondanza ed il fasto barocco: marmi pregiati, argenti e volute.
Nel 1718 l’altare si arricchisce della pala con la "Madonna in gloria e S. Giorgio" voluta da Francesco Farnese e del grande quadro con la "Trinità e Santi".
Il Santuario di Santa Maria della Steccata è pertanto un esempio importante di architettura e decorazione del Rinascimento a Parma in cui la struttura e la decorazione barocca si inseriscono, si può dire, senza apparenti contrasti.

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