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Fondatore dell’Abbazia di Goleto fu San Guglielmo che nacque
a Vercelli intorno al 1085. Pellegrino verso la Terra Santa, conobbe
l'Irpinia e vi scoprì la sua vocazione di eremita e, allo
stesso tempo, fondatore dei monasteri e missionario tra quelle popolazioni.
Pio XII, nel 1942, lo proclamò patrono principale dell'Irpinia.
La sua lunga storia, importante per la vita religiosa del Meridione,
ma anche per quella culturale ed economica, si può sintetizzare
in due periodi:epoca delle monache ed epoca dei monaci.
La struttura primitiva comprendeva la chiesa - posta al centro e
con la facciata volta ad occidente -, il monastero grande delle
monache - a fianco dell'abside - e quello più piccolo dei
monaci - davanti alla facciata. I monaci avevano il compito della
guida spirituale e dell'assistenza economica delle monache, che
vivevano in stretta clausura.
Sotto la guida di celebri abbadesse - Febronia, Marina I e II, Agnese
e Scolastica - la comunità crebbe e diventò famosa
per la santità delle monache e il monastero si arricchì
di terreni e di opere d'arte. Vero capolavoro di arte romanica,
presenta incastonati numerosi blocchi con bassorilievi provenienti
da un mausoleo romano. Il periodo d'oro abbraccia circa due secoli,
poi - dal 1348, anno della peste nera - la lenta inesorabile decadenza.
Papa Giulio II, il 24 gennaio 1506, ne decretò la soppressione
che, di fatto, avvenne con la morte dell'ultima abbadessa nel 1515.
Con la fine della comunità femminile goletana, il monastero
fu unito a quello di Montevergine, che provvide ad assicurare la
presenza di alcuni monaci.
Iniziò così una lenta ripresa, che ebbe un impulso
determinante da papa Sisto V, già superiore del convento
francescano di Sant' Angelo dei Lombardi.
Il periodo migliore fu tra la metà del Seicento e la metà
del Settecento e culminò con il restauro completo del monastero
e la costruzione della chiesa grande, opera di Domenico Antonio
Vaccaro.
Dal 1807 al 1973 dopo che Giuseppe Bonaparte soppresse l'Abbazia
dividendo tutti i beni del Goleto con le terre vicine, il monastero
restò abbandonato all’usura del tempo e al vandalismo
degli uomini. Molti dei tesori appartenenti all’abbazia vennero
recuperati solo in seguito, grazie all’intervento del Ministero
dei Beni Culturali, e della Sovrintendenza alle Belle Arti di Avellino.
Una delle bellezze più imponenti dell’Abbazia ancora
visibile è la Torre Febronia, che prende il nome dalla badessa
che nel 1152 ne dispose la costruzione per la difesa del monastero.
La torre una volta era a due piani e presentava numerosi blocchi
incastonati, adornati con bassorilievi provenienti da un mausoleo
romano dedicato a M. Paccio Marcello.
Al centro del complesso monastico poi si accede alle due piccole
chiese sovrapposte, che stanno a segnare il passaggio tra l'arte
romanica (chiesa inferiore, 1200 circa) e quella gotica (chiesa
superiore, terminata nel 1255). La prima che presenta una pianta
a due navate, di inconfondibile richiamo all’arte romanica,
nacque come cappella funeraria, tanto che al suo si conserva un'arca
sepolcrale finemente intagliata su pietra rossa, la seconda è
considerata il vero gioiello dell’Abbazia, e il suo interno
è costituito da piccola sala a due navate coperte da crociere
ogivali, che poggiano su due colonne centrali e su diverse mezze
colonne immerse nei muri perimetrali. All'esterno completano la
struttura due piccole absidi sorrette da mensole e, tutt'intorno
alle pareti, barbacani con teste di animali e motivi ornamentali.
Bellissimi e pregiati gli altari, soprattutto quello costituito
da una lastra di marmo sostenuta da quattro colonnine munite di
eleganti capitelli e di basamenti tutti diversi tra loro.
Nel 1986 un terremoto danneggiò gravemente l’edificio.
La Comunità appartiene al gruppo Spiritualità padre
Foucauld, prevede l’ospitalità per poche persone che
intendono condividere la vita di lavoro e di preghiera. |