“Né
più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che ti specchi nell’onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere, e fea quell’isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali ed il diverso esiglio,
per cui, bello di fama e di sventura,
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.”
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Così
nel 1803 il grande poeta Ugo Foscolo pubblicando,
a Milano, una versione riveduta delle sue Poesie apparse
l’anno precedente sul “Nuovo Giornale
dei letterati”, descrive nel celeberrimo Sonetto
“A Zacinto”, il proprio sentimento di
esule: un sentimento molto intimo, profondo e carico
di tristezza dato dal non poter più rivedere
la terra natia, “le sacre sponde” da cui
è stato costretto a fuggire, dal non poter
più contemplare la bellezza della sua isola
che si specchia nelle onde di quel mare che non è
un semplice specchio d’acqua ma, come cantavano
Omero e Teocrito, il luogo incantato “da cui
vergine nacque Venere”.
Solo chi è stato strappato alle proprie radici,
solo chi ha dovuto abbandonare le proprie origini,
la propria casa e la propria storia può veramente
intendere la profonda sofferenza e tristezza dell’esilio
ma soprattutto, solo un esule sa quale immenso dolore
sia il non poter mai più ritornare a casa,
il non poter riposare in eterno tra le calde ed accoglienti
braccia della terra genitrice a cui non resta che
accontentarsi del canto di un figlio perché
“a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura”.
Questi versi presi in prestito da un delle più
belle pagine della letteratura Italiana nonché
Europea, descrivono in pieno, ciò che è
stato l’esodo dei profughi giuliano dalmati,
descrivono soprattutto quale sia stato l’animo
dell’esule, quali le sue sofferenze e quanta
la sua tristezza nel dover abbandonare così,
da un giorno all’altro, per scelte altrui, la
propria casa, la propria vita, quelle poche cose che
giorno dopo giorno si era riusciti a costruire.
Il sottoscritto è sicuramente troppo giovane
per dare spiegazioni, giudizi o sventagliare verità
storiche più o meno oggettive sull’argomento,
ma per due ragioni molto diverse tra di loro si trova
in una posizione “fortunata” (il virgolettato
rende l’idea della fortuna …) e si è
preso l’onere e l’onore (in verità
molto più onore che onere) di tentare di raccontare,
a chi ancora non la conoscesse, la storia di una piccola
parte d’Italia in terra straniera. La mie fortune
stanno in primo luogo nell’essere un appassionato
di storia e soprattutto di studio della storia, di
quelle metodologie cioè che portano ad uno
studio sistematico, specialistico ed approfondito
degli avvenimenti storici basato su fonti certe, dati
incontrovertibili e … una laurea in storia;
mentre la mia seconda “fortuna” sta nell’essere
figlio e nipote di profughi giuliano dalmati, figlio
e nipote di esuli, figlio e nipote di persone che
con un mitra alla tempia hanno dovuto decidere nel
giro di pochissime ore di abbandonare tutto ed andarsene
verso un qualcosa che non c’era.
Il viaggio “Istria e Dalmazia: alla ricerca
delle radici italiane” organizzato dal Camper
Club La Granda vuole andare a scoprire luoghi intrisi
di storia e di storie, luoghi che da sempre sono al
centro di feroci polemiche, battaglie e sanguinose
guerre ma che da tempo immemorabile sono considerati
come un secondo paradiso terrestre, per la bellezza
delle coste, l’infinta quantità di piccole
grandi isole, i verdi e rigogliosi boschi della zona
settentrionale e che , non per caso, vennero scelti
dagli imperatori romani, dai loro discendenti bizantini,
dai turchi, dai dogi veneziani, dagli imperatori austrungarici
e dai più eminenti italiani come luoghi di
idilliaca e beata residenza.
L’appartenenza al mondo latino sia dell’Istria
che della Dalmazia è un dato storicamente certo
ed ampliamente documentato: la colonizzazione romana
di queste terre avviene intorno al II° a.C. con
la fondazione della città di Aquileia (Forum
Julii) e successivamente con la nascita della X°
Regio Venetia et Histria, colonia di diritto latino
con il compito di proteggere l’Impero dalle
invasioni dei popoli orientali. Sin da subito tale
provincia gode di una forte indipendenza, e nel 56
d.C. la X° Regio stipula un patto difensivo con
Roma e da quel momento tutti gli appartenenti a questa
provincia vengono insigniti del privilegio di cittadini
dell’Impero Romano, pur mantenendo il proprio
governo autonomo ed indipendente. In Dalmazia la penetrazione
romana è quasi contemporanea tanto che nel
180 a.C. Polibio cita già il popolo dalmata
come appartenente alla sfera latina. Nel 156 a.C.
Roma conquista la zona dell’Illiricum (odierni
balcani e ungheria), e dopo un periodo di scontri
ed assestamenti, nel 10 d.C. sotto il regno di Augusto
la provincia viene divisa in due zone, la Pannonia
a nord e la Dalmatia a sud, in cui la cultura e lingua
latina rappresentano le basi sociali e culturali dei
popoli.
La caduta dell’Impero Romano nel 476 d.C. e
le conseguenti invasioni dei popoli barbari provenienti
per la maggior parte dalle zone orientali dell’odierna
Europa, non portarono a grandi sconvolgimenti sociali
e culturali nella penisola istriana che strenuamente
difese la propria radice latina e non permise l’accesso
nel proprio territorio alle tribù d’origine
slava (solo nel X°/XI° alcuni minuscoli gruppi
di etnia non latina si insediarono nella penisola).
In Dalmazia invece le spinte della tribù Avara
di origine slava, portò la popolazione a lasciare
l’entroterra agli invasori e a spingersi sempre
più verso le coste e le isole raccogliendosi
in città fortificate come Zara, Spalato e Ragusa.
Sino a circa agli inizi del XII° sec. la Dalmazia
restò sotto la protezione dell’impero
bizantino, per poi passare di mano varie volte tra
Venezia e l’Ungheria.
Più omogenea fu invece la gestione del potere
in Istria dove a partire dall’anno 800 d.C.
per quasi 1000 anni, sino al 1797 questo restò
nelle mani dei Dogi Veneziani. Dopo la sovranità
Veneziana in Istria arrivarono gli austriaci che vi
regnarono per 121 anni (Pola divenne il più
importante scalo marittimo della marina austrungarica)
cedendo, alla fine della prima guerra mondiale con
il trattato di Versailles la zona della Venezia Giulia
all’Italia. Il trattato venne completato da
altri due: quello di Rapallo del 1920 che assegna
all’Italia le città di Zara e le isole
di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa; e quello di
Roma del 1924 che assegna la città di Fiume
all’Italia. Nell’arco di tempo di reggenza
austriaca troviamo l’eroico e celeberrimo tentativo
del Vate Gabriele D’annunzio e dei suoi legionari
di ridare Fiume all’Italia (o sarebbe meglio
dire di ridare l’Italia a Fiume) che, all’urlo
di “O Fiume O Morte” si impadronirono
della città con un’azione di forza il
12 settembre 1919, dichiarandola libera dalla giurisdizione
austriaca.
Da questa seppur brevissima introduzione storica è
molto facile vedere come le “radici Italiane”
che vogliamo ricercare in questo viaggio non siano
solamente un’invenzione dell’irredentismo
così come un certo tipo di storia, o meglio
di politica, ha voluto far credere, ma 670 anni di
dominazione Romana e 980 di dominazione Veneziana
in Istria; 1100 anni di impero Romano prima e Bizantino
poi, unito da quasi 500 anni di potere dei Dogi Veneziani
in Dalmazia, fanno si che le radici di queste due
“Provincie” siano da sempre estremamente,
saldamente ed indissolubilmente legate alla cultura,
storia e tradizione della penisola Italica e, in un
secondo momento, della nazione Italiana.
Se da un lato rendersi conto di una tale radice comune
tra l’Italia e questi territori è solamente
una pura formalità logico-storica, dall’altro,
ed è quello che a noi più interessa,
ci può forse aiutare a comprendere meglio quello
che è accaduto “di recente” cioè
60 anni fa, può aiutare ognuno di noi nell’edificazione
di quella coscienza storica che dovrebbe far parte
del bagaglio culturale di qualsiasi persona, perché
solo tramite questa coscienza saremo in grado di comprendere
ciò che è avvenuto, tenendoci distanti
dalle fuorvianti e raccapriccianti logiche politiche
e di partito che per decenni hanno fatto sì
che tale argomento fosse uno dei più grandi
tabù della storia italiana contemporanea.
Ma … cos’è stato l’esodo
dei profughi giuliano dalmati? Chi sono questi esuli?
Perché se ne sono andati dalla loro terra?
Perché non se n’è parlato, o meglio
se n’è parlato molto poco, male e a sproposito?
Bene a queste domande sono molto poche le persone
in Italia che sappiano o, attenzione, VOGLIANO, dare
un risposta!
L’esodo della popolazione giulano dalmata è
cronologicamente collocabile all’incirca tra
il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, periodo in
cui alla frontiera orientale d’Italia circa
250.000 (le cifre di questo esodo, come vedremo in
seguito, sono logicamente suscettibili delle più
disparate interpretazioni e manipolazioni a seconda
del credo politico di chi ha condotto l’indagine)
persone, in massima parte italiane, dovettero abbandonare
le proprie sedi storiche di residenza, vale a dire
le città di Fiume, Zara, le isole del Quarnaro
e tutta l’Istria, passate sotto il controllo
jugoslavo gestito dal maresciallo J. Tito.
All’indomani dell’8 settembre 1943 nei
territori precedentemente assegnati all’Italia
si intrecciarono due ordini di avvenimenti che si
accavallarono l’uno all’altro influendo
in maniera più che rilevante sullo sviluppo
futuro di queste regioni: da un lato i proclami di
annessione alla Jugoslavia lanciati dal CPL (Comitato
Popolare di Liberazione) dell’Istria, dallo
ZAVNOH (Consiglio territoriale antifascista di liberazione
nazionale della Croazia) e dall’AVNOJ (Consiglio
antifascista popolare di liberazione della Jugoslavia);
e dall’altro da una durissima ondata di vendette
e violenze a danno di qualsiasi cosa o persona che
fosse italiana. Questa ondata di violenza anti-italiana
è stata più volte interpretata e, a
volte giustificata, come vendetta per i torti e le
violenze subite dai croati, dagli sloveni (e in parte
dai serbi) durante il ventennio fascista e che quindi,
basandosi sull’idea che “sei Italiano?
Allora sei fascista!” si sono arrogati il diritto
di farsi giustizia da soli.
Ora, a bocce ferme, possiamo anche dire che l’equazione
ITALIANO=FASCISTA non sia poi così falsa, anzi
possa essere presa per vera nella maggior parte dei
casi ma, dall’altro lato, bisogna essere storicamente
onesti e rendersi conto del fatto che al tempo, il
non essere fascisti, per lo meno ufficialmente, non
era contemplato, o eri con il regime o eri contro,
ed essere contro significava morte certa o vita da
fuggiasco. Probabilmente il tessuto sociale e culturale
di quegli anni non era pronto per simili ragionamenti,
la vendetta la fece da padrona e il quadro degli eventi
che l’analisi storica ci offre a partire dall’autunno
del 1943 è articolato in logiche composte da
“giustizionalismo sommario e tumultuoso, parossismo
nazionalista, rivalse sociali e faide paesane oltre
ad un disegno di sradicamento del potere italiano
– attraverso la decimazione e l’intimidazione
della classe dirigente – come precondizione
per spianare la via a un contropotere partigiano che
si presentasse in primo luogo come vendicatore dei
torti, individuali e storici, subiti dai croati dell’Istria.”
(R. PUPO, Il lungo esodo, 2006 p.75). In tutta l’Istria
e Dalmazia si scatenò una vera e propria “caccia
all’italiano” in cui il movimento di liberazione
italiano (in gran parte partigiani della prima ora
scappati dalla dittatura nazista instauratasi in Italia
dopo l’8 settembre, ansiosi di vendicare torti
subiti altrove) ed elementi nazionalisti croati, si
fecero trovare pronti di fronte all’occasione
offerta loro dalla dissoluzione dell’apparato
statale italiano di una vera e propria “resa
dei conti”. Se tutto questo da un lato può
in un certo qual modo essere non giustificato ma compreso
come “un atto di ribellione e di sfogo in seguito
ad una pressione a lungo accumulata e che trova rapidamente
una via di sfogo” (G. VALDEVIT, Foibe: l’eredità
della sconfitta, in Foibe: il peso del Passato, 1997,
p. 20), dall’altro la storiografia moderna e
la cultura moderna si ritrovano concordi nel dire
che a violenza non si deve mai rispondere con altra
violenza e che quella perpetrata ai danni della popolazione
italiana in Istria e Dalmazia è stata una vera
e propria opera di “pulizia etnica”.
Molto particolare fu l’esodo degli Zaratini,
gli abitanti di Zara, che iniziò già
nel settembre del 1942 spinti dalla paura che procurava
la vicinanza del fronte partigiano e dalle voci circa
la ferocia anti-italiana che l’avanzata sovietico-slava
portava con sé. La città di Zara, perla
della Dalamazia venne poi ripetutamente ed inspiegabilmente
attaccata dalle truppe alleate che tra il 2 novembre
1943 e il 31 ottobre 1944 la bombardarono dal cielo
per ben 54 volte uccidendo 2000 dei 22.000 abitanti
e radendo al suolo il 40% delle abitazioni (delle
restanti, più del 90% era inagibile), trasformandola
così in una città fantasma, abbandonata
e rasa al suolo. I pochissimi che rimasero in città
(si parla di non più di 1000 anime) dovettero
sopportare anche le violenze che accompagnarono la
presa del potere jugoslava, e venne ufficialmente
impedito loro di lasciare Zara mentre, qualche mese
prima nel maggio del 1944, anche l’ultimo piroscafo
che collegava Zara a Trieste veniva affondato nei
pressi dell’isola di Lussinpiccolo.
La rabbia e la ferocia di questa vendetta anti italiana
costrinse quindi decine e centinaia di migliaia di
italiani a lasciare le proprie terre d’origine,
a lasciare la propria casa (a volte anche qualche
componente della famiglia), le proprie attività
e i propri beni personali per “scappare”,
per correre verso quella che speravano fosse la madre
patria pronta ad accoglierli e che invece, purtroppo,
si rivelò ingrata e tutt’altro che ospitale.
Ciò che più fa impressione è
il come ciò si accaduto: persone, famiglie
intere, giovani, anziani donne e bambini si sono trovati
a dover decidere del futuro proprio e delle proprie
famiglie nel giro di qualche giorno, con l’incubo
di essere uccisi da un momento all’altro, di
sparire dietro all’angolo di un palazzo per
un’imboscata, per il tradimento di un vicino
invidioso o ansioso di farsi giustizia secondo un
proprio codice, con la certezza in quei casi di non
ritornare mai più. Spesso e volentieri queste
decisioni, a differenza di quanto purtroppo per decenni
in Italia si è creduto, sono state prese con
un mitragliatore puntato alla tempia o con l’acre
odore di saliva di uno sputo dei partigiani e dei
militanti croati che colava lungo il viso o, peggio
ancora, mentre si assisteva all’esecuzione dei
propri cari.
Le persone che “esodarono” furono secondo
stime scientifiche all’incirca 250.000. C’è
una parte di letteratura storica che parla di 300.000
o addirittura 350.000 profughi, ma uno dei censimenti
più attendibili quello di Colella, parla di
cifre che variano dai 220.000 ai 250.000 e sono queste
le cifre su cui gli storici tendono a basarsi. Purtroppo
il balletto delle cifre, dei numeri, per anni l’ha
fatta da padrone e continua ad essere motivo di grandi
discussioni ed accuse reciproche, ma credo che una
società come la nostra che si ritiene civile
e democratica avrebbe dovuto scandalizzarsi ed indignarsi
anche per uno, un solo esule o un solo infoibato,
poco importa quanti siano stati 100, 1000 o 100.000,
ciò che importa è che questi numeri
rappresentano persone, vite umane che nel migliore
dei casi sono state completamente distrutte e rivoluzionate,
vite che sono state messe in gioco, a tavolino, dagli
allora potenti della terra che non curanti di quello
che potesse succedere tracciavano confini in base
ad imprecisate teorie linguistiche, etniche o geografiche,
senza mai nemmeno guardare quale fosse la reale situazione
di chi quei luoghi li viveva.
Pur essendo l’Istria, la Dalmazia e i Balcani
in generale terre abituate a grandi cambiamenti, abituate
a spostamenti massicci di intere popolazioni, la particolarità
dell’esodo giuliano dalmata (l’uso della
locuzione esodo, nella storiografia, non è
casuale ed è in riferimento al grande esodo
biblico)sta nel fatto che a sparire fu pressoché
l’intera componente nazionale italiana residente
nei territori passati alla Jugoslavia, costituendo
un momento di fortissima cesura storica nella zona
dell’alto adriatico in quanto con la partenza
della popolazione italiana, l’Istria e la Dalmazia
vennero completamente decapitate sia politicamente
(la quasi totalità delle cariche pubbliche,
degli uffici pubblici e di tutte le istituzioni necessarie
al funzionamento di una società, erano in mano
alla componente italiana della popolazione) che umanamente
dato che a esodare furono in maggioranza persone semplici,
operai e piccoli commercianti.
Questo tipo di migrazione è quindi completamente
nuova, estremamente differente da quelle sino ad ora
registrate, anche perché i precedenti flussi
migratori avvennero in periodi “non sospetti”,
in periodi cioè pre-nazionali in cui era praticamente
impossibile connotare politicamente il mutare dell’equilibrio
tra la componente slava e quella di tradizione latina,
dato che non era ancora stato elaborato quel concetto
di “Nazione” e di appartenenza ad una
nazione che nascerà solo con il romanticismo.
Ciò che quindi impressiona di più dell’esodo
delle popolazioni giuliano dalmate è che questo
riguardò in toto una componente sociale che
si definiva su base nazionale e proprio per questo
motivo costretta ad abbandonare la propria terra che
venne, immediatamente, a sua volta sottoposta ad un
difficilissimo processo di rinazionalizzazione alternativa.
Famiglie intere sono state sradicate dalla propria
terra, a forza, senza nessuna possibilità di
scelta veniva consegnato loro un foglio di carta,
della durata di una settimana, che dava la possibilità
di emigrare “dietro propria richiesta”
come recita il quasi offensivo lasciapassare su cui
venivano stampigliate più stelle rosse possibili,
su cui la lingua italiana passava in secondo piano
mentre la parola Jugoslavia prendeva il sopravvento
su tutto, e che terminava con un inquietante ma altamente
grottesco MORTE AL FASCISMO = LIBERTÀ AI POPOLI.
Questo voleva dire essere profughi, esuli, voleva
dire sopportare i soprusi degli invasori pur essendo
in casa propria, voleva dire morire per la semplice
colpa di essere italiani. E a morire furono molti,
tanti troppi per le strade, in città, nelle
campagne, sulle montagne e una parte considerevole
in quel vergognoso capitolo storico che sono le foibe.
Per sessant’anni in Italia e nel mondo s’è
parlato pochissimo, anzi quasi non si è parlato
di foibe, di cosa fossero, di chi ci sia finito dentro
e, soprattutto di chi abbia prima pianificato il suo
utilizzo e poi utilizzate gettandovici dentro migliaia
di persone, di Italiani. Quello delle foibe è
stato senza dubbio alcuno uno dei momenti più
tristi e più brutti della recente storia italiana,
non solo nel momento in cui avvennero i fatti, ma
per tutti gli anni di silenzio che sono poi succeduti.
Aprire una discussione sulle foibe vorrebbe dire adentrarsi
in un terreno assai oscuro e ricco di insidie, in
cui troppi hanno parlato e spesso a sproposito. Spesso
la storia prende colore, siamo abituati a sentire
parlare di storia “rossa” e di storia
“nera” e i libri ci raccontano che da
che mondo è mondo la storia la fanno i vincitori,
ma nel caso di un fatto come quello delle foibe, chi
ha il coraggio e la forza di dichiararsi vincitore?
Chi ha il coraggio, la forza e la fermezza d’animo
di scrivere una storia delle foibe e non lasciarsi
trasportare da uno o dall’altro lato? Chi dovrebbe
scriverla questa storia, i titini che uno dopo l’altro
infoibarono nel solo autunno del 1943, 600 italiani?
O gli italiani stessi, quei partigiani dei vari CLN
che vedendo nella Jugoslavia di Tito e nel suo governo
di stampo filosovietico l’unica risposta possibile
alle angherie subite durante il fascismo si unirono
agli aguzzini jugoslavi uccidendo e gettando nelle
foibe di Basovizza, Monrupino, Opcina, Semich e tante
altre ancora, centinaia di fratelli, di propri connazionali
in un momento in cui il territorio era già
stato conquistato dalle truppe slave e quindi si trovava
in fase di occupazione e non più di conquista?
La storia delle foibe, per dare giustizia a chi purtroppo
vi è finito dentro, ha un suo giusto autore,
esiste una persona o un gruppo di persone che se non
altro per pietà dei tanti connazionali seviziati,
torturati e poi uccisi nelle cavità carsiche
avrebbe o avrebbero dovuto raccontare ciò che
accadde. Quel libro, quelle memorie sono però
rimaste in bianco, gli autori e cioè la classe
politica italiana che governò subito dopo la
caduta del fascismo, che comandava le varie associazioni
partigiane, che aveva in mano la rivolta e i rivoltosi,
gli unici veri e possibili autori di una storia delle
foibe … tacquero e anzi avvallarono silenziosamente
ciò che stava succedendo, imponendo poi un
assordante silenzio per i successivi 60 e più
anni.
In mancanza di una storia che faccia giustizia, naturalmente
sempre di giustizia storica si parla, a noi non rimane
altro da fare, quando visiteremo le foibe e i luoghi
dell’esodo, che portare rispetto per chi oggi
non c’è più, portare rispetto
per delle persone che hanno voluto essere italiane
sino all’ultimo istante, che per l’Italia
sono morte e hanno sofferto, che per restare attaccate
alle proprie radici hanno sopportato anni di bugie
e di silenzi, di campi profughi con le ingiurie e
gli sputi dei “fratelli italiani” che
al loro arrivo in Italia li berciavano e li insultavano
chiamandoli fascisti e traditori e che per anni li
hanno emarginati socialmente in veri e propri ghetti
come non fossero degni di essere fratelli, di essere
italiani. Portiamo quindi rispetto per le persone
e per la storia, al di fuori di qualsiasi ideologia
politica e di partito, senza dover sempre collocare
il rosso contro il nero, gli uni contro gli altri,
la violenza ad altra violenza, perché se c’è
una cosa che la storia ci insegna è che la
morte e la sofferenza non hanno nessun colore.
Ho ascoltato questi racconti più di una volta,
in religioso silenzio, cercando di ascoltare non solo
con l’udito ma pure con lo sguardo mentre mia
nonna, sua sorella e suo fratello, mia madre e mia
zia mi raccontavano cosa fosse stato questo esodo,
cose volesse dire essere profughi, ed in ognuno di
loro ho sentito la loro voce tremare e ho visto i
loro occhi inumidirsi quando parlavano di quei giorni,
delle loro città, delle difficoltà e
della tristezza del dopo.
Ricordo che mia nonna, donna dalle qualità
morali altissime che non avrebbe fatto del male neppure
ad una mosca, per la quale già la parola “stupido”
sembrava una parolaccia e che sempre, ma dico sempre
aveva parole buone per tutti, si trasformava al ricordo
di ciò che aveva visto con i propri occhi,
e ho ancora chiaro nella mia mente il rumore, anzi
direi il frastuono del ribollire del sangue nelle
sue vene e del suo silenzio quando un giorno le chiesi
<Nonna, cosa ricordi dell’esodo e
di ciò che avveniva in quei giorni?>
e lei, guardandomi fisso con i suoi grandi occhi fattisi
di ghiaccio mi immobilizzò con il suo sguardo
e non mi disse nulla, mentre alcune lacrime piene
di tristezza solcavano il suo viso segnato dalle fatiche
di una vita.