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| UN
RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"
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NIKOLAJEWKA,
UN MITO, UNA TRAGEDIA, UN MONITO PER LA PACE |
di Gianluigi
e Ludovica Bonardi
Il 13 maggio 2007 Cuneo, ove risiedono la sede centrale
del camper Club la Granda e la redazione di insieme,
ospiterà l’adunata nazionale degli Alpini.
A questo evento ed al loro sacrificio, Gian Luigi Bonardi,
responsabile del Circolo Culturale Insieme, ha dedicato
questo articolo.
Nell’agosto del 2005, il “Camper Club
La Granda”, associazione di camperisti che ha
sede centrale a Cuneo, ha costituito un proprio piccolo
“Circolo Culturale”, al quale offrire
l’occasione di far vivere ai partecipanti la
memoria degli avvenimenti storici che nella seconda
guerra mondiale hanno avuto come campo di battaglia
l’immensa steppa che si inoltra fino alle rive
del placido Don.
Attraversate Ungheria, Polonia ed Ucraina abbiamo
voluto condurre le nostre casette a quattro ruote
in terra russa, oltre Belgorod, fiancheggiando quei
vasti e silenziosi campi di girasole che nell’inverno
del 1942/1943 erano bianche distese ricoperte di neve
e di ghiaccio, ove troppe vite di nostri giovani connazionali
si sono amalgamate con il vento gelido della steppa
perdendosi nel tempo di una ritirata senza ritorno.
Abbiamo sostato presso le balke, abbiamo cercato le
isbe, abbiamo incontrato le oche di allora e le maestose
cicogne, abbiamo avuto contatti di amicizia con persone
del luogo, divertito bambini con i nostri depliants
e gagliardetti e stupito i giovani con i nostri camper
futuristici.
Ci siamo davvero regalati momenti di storia e di commozione
che non possono rimanere fine a sè stessi,
e dei quali stiamo per pubblicare un “quaderno”.
Per questo motivo, in quanto rappresentante di questo
nostro “Circolo Culturale” e, naturalmente,
anche per l’affetto che mi lega a papà
Eugenio, reduce, come molti sanno, da quella epica
battaglia, Ludovica ed io abbiamo voluto partecipare
a Brescia alla giornata dedicata appunto a Nikolajewka
ed ai suoi reduci, sabato 27 gennaio 2007, manifestazione
il cui programma abbiamo rintracciato su Internet,
fra le news del mensile “L’Alpino”.
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Un'alba bene augurante
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| Ci accompagnava anche
un misto di curiosità e di umile desiderio di
osservare da spettatori gli eventi programmati dal gruppo
alpino della città “leonessa d’Italia”,
con la speranza di poter approfondire anche solo un
poco le nostre conoscenze storiche fino ad allora desunte
dai libri o da scarni racconti famigliari, e solo in
parte verificate andando di persona nei luoghi della
ritirata. Per agevolare conoscenze dirette abbiamo coinvolto
nella nostra giornata il cugino Carlo Bonardi, avvocato
penalista di Brescia ed anche lui alpino, come suo padre
Gianni. Carlo ha subito accettato il nostro invito,
non solo per l’occasione di rivederci, ma anche
per essere partecipe con noi della memoria dei nostri
rispettivi padri.
Alle 10, presso la scuola media "Divisione Tridentina"
in Via Bagatta n. 6, era prevista una prima serie di
cerimonie e di incontri. Giunti in anticipo, con l’assicurazione
che il cugino Carlo ci avrebbe raggiunto più
tardi, in quanto impegnato nel lavoro anche di sabato,
abbiamo subito approfittato per farci conoscere. Un
penna nera in borghese, che subito abbiamo individuato
come preposto all’organizzazione, saputo che ero
figlio di un ufficiale della Tridentina, ha subito rivolto
parole incomprensibili ad alcuni altri, che in breve,
con nostra sorpresa e soddisfazione, hanno trasformato
i loro dialetti in lingua italiana, pronunciando parole
di compiacimento per la nostra presenza ed indirizzando
le nostre attenzioni verso un “vecio” reduce
di Russia. L’Alpino Giulio BAIOCCHI, classe 1915,
già falegname a Bovezzo (Bs), aveva militato
nelle file del battaglione “Vestone”, se
non sbaglio uno dei tre battaglioni del reggimento 6°
Alpini della Divisione Tridentina (Verona, Vestone,
Val Chiese). Prima della battaglia di Nikolajewka il
Baiocchi aveva aperto con altre compagnie la strada
al battaglione Val Chiese, di cui era tenente mio padre
Eugenio. Non ricordava la fisionomia di mio padre, ma
ne rammentava la fama di buon ufficiale. Altri si misero
a raccontare brevi episodi, tentando forse di far memoria
di qualche novità anche nelle mie parole, mentre
accennavo ad episodi occorsi a mio padre. Interessato
più di altri si era nel frattempo mostrato un
altro “penna nera”, alto e ricurvo, con
un accattivante viso da montanaro, che, avvicinatosi,
mi ha rivelato di aver appartenuto al gruppo artiglieri
del Vicenza, comandato, durante le operazioni precedenti
la battaglia di Nikolajewka, di appoggiare come supporto
la Tridentina, e successivamente divenuto parte attiva
e protagonista durante la detta ultima battaglia vittoriosa.
Ho ascoltato con attenzione, non preoccupandomi di chiedergli
nome e cognome, ed anche in seguito non mi si è
offerta l’occasione per farlo, malgrado egli stesso
abbia tenuto una breve successiva conferenza. In questi
casi non sono i nomi che contano, ma gli sguardi, le
parole, le strette di mano, i sorrisi e le tante palpebre
abbassate, quando gli argomenti diventano memoria di
sofferenze subite durante e dopo la guerra, e memoria
di tragedie ed abbandoni ancora insopportabili. I reduci
si assottigliano nel numero, le loro voci affievoliscono,
la loro storia, senza che il testimone passi a figli,
nipoti o posteri, rischia di farsi inglobare nel vento
della dimenticanza.
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| Incontro con
reduce artigliere del “Vicenza”
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Superato egregiamente il momento dei
primi convenevoli, era giunto il tempo delle cerimonie,
davanti alla stele dedicata a Nikolajewka: alzabandiera;
onore ai Caduti; consegna di una nuova bandiera alla
scuola da parte del gruppo alpini della “Volta
Bresciana”; preghiera dell’alpino; coro;
inno degli Alpini ed inno nazionale, alla presenza
e con la voce di autorità militari e civili
e dei ragazzi della scuola media, accompagnati da
preside e professori. Toccante e significativa la
presenza di un colonnello dell’Armata Russa
in perfetta divisa militare, accompagnato da moglie
e figlioletta, a testimonianza della ormai assodata
amicizia tra popolo italiano e russo, che in tal modo
hanno potuto accomunare nel ricordo i caduti di entrambe
le nazioni. Atmosfera di rispetto, anche per la concomitanza
della “giornata della memoria” dedicata
allo sterminio ed all’esodo degli ebrei di ogni
nazione, uniti per l’occasione nella commemorazione
di caduti e dispersi della campagna sul Don.
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Onore ai Caduti |
I reduci: del “Vicenza”
e del Vestone |
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| Terminate le cerimonie
ci siamo recati in una grande aula della scuola, per
assistere ad una breve conferenza dibattito fra i due
reduci e gli studenti delle medie ed ascoltare canti
alpini del coro “Alte Cime”. Durante la
conferenza ci ha raggiunto il cugino Carlo, che recava
in mano il cappello di alpino di suo padre Gianni. Il
racconto pacato del Baiocchi è stato impostato
su due temi principali, che possono essere riassunti
in due sintetiche frasi: “Siamo andati alla guerra
non per nostra volontà, ma per adempimento di
un dovere il cui mancato rispetto voleva dire per noi
la fucilazione” e “Noi Alpini in Russia
davamo pane e gavettino ai bambini e non siamo andati
come conquistatori, come l’altro esercito, ma
abbiamo lasciato anche nei nostri nemici un buon ricordo
di onestà ed attaccamento agli ideali di Patria,
Famiglia e Dio. Chi ha creduto nella Provvidenza ha
più di altri avuto l’occasione di trovare
salvezza”. Vale a questo proposito l’episodio
ormai noto di don Gnocchi, compagno a diretto contatto
del Baiocchi e del Viviani, di cui dirò in seguito,
in quanto “capo dei cappellani” facente
parte della Compagnia Comando. Don Carlo aveva deciso
di fermarsi per sfinimento, ma “chi si ferma è
perduto” gli dicevano i sei o sette alpini che
l’avevano circondato per persuaderlo a proseguire.
Il cappellano Carlo li lasciò proseguire da soli,
poi, concentrandosi, fece voto di fondare un centro
di ricovero e riabilitazione dei piccoli mutilati di
guerra, qualora fosse riuscito a tornare in Patria.
Il resto della storia lo conosciamo. A certe cose si
può credere o non credere, ma ho saputo di recente
da bisnonna Nelly che una sua lettera inviata a padre
Pio nella quale era contenuta una domanda sulla sorte
del marito Eugenio e del fratello Gianni in guerra,
ha avuto come risposta una frase simile a questa: “non
preoccupatevi, che della vostra famiglia torneranno
tutti, sani e salvi”.
Mentre ero assorto in questi strani pensieri, provocati
dall’episodio appena raccontato dal Baiocchi,
la voce del “penna nera organizzatore” mi
faceva sobbalzare. Additando me e mio cugino Carlo stava
dicendo ai presenti che il cappello di Carlo portava
sul lato l’insegna del “reduce” (una
specie di medaglia formata da un cerchio esterno e,
credo di ricordare, una croce all’interno), e
lo mostrava provocando interesse, mentre ancora proseguiva
annunciando la presenza di Gian Luigi e Carlo Bonardi,
figli di Eugenio e Gianni Bonardi, ufficiali della Tridentina,
reduci da Nikolajewka, “che era un onore invitare
a parlare”. Carlo si era affrettato a mostrare
tutta la propria timidezza, invitando il sottoscritto
ad intervenire. Come ormai troppo spesso accade, mi
sono dovuto trasformare da umile spettatore ad impacciato
protagonista, ma, tutto sommato, mi sentivo ormai a
mio agio, data l’accoglienza ricevuta e la considerazione
affidataci. Presi in mano il microfono ed esordendo
con il dire che non ero abile parlatore, incominciai
a descrivere il viaggio di ventidue camper della Associazione
“Camper Club La Granda” di Cuneo, nella
steppa russa, a ritroso attraverso i luoghi della ritirata.
Ho nominato località come Belgorod, Postoijali,
Podgornojie, Warvarowka, Alexndrewka, Opyt, Rossosch.
Poi il racconto ha avuto come oggetto l’asilo
di Rossosch, il prof. Morozov, lo scrittore Rigoni Stern,
le nostre commemorazioni presso i vari cippi a ricordo
dei caduti. L’ascolto è stato silenzioso
ed attento ed è terminato con un applauso ed
una ovazione che mi ha fatto ancora una volta comprendere
quanto sia stato opportuno ad una Associazione di camperisti
un viaggio della memoria, utile alla memoria stessa,
ai caduti, ai reduci, agli alpini di ieri e di oggi,
ai loro figli ed alle generazioni future.
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Conferenza e
dibattito con i reduci
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| L’inatteso exploit ha naturalmente
avuto la conseguenza di pormi, ancora per qualche minuto
dopo la conclusione, al centro di domande e di confidenze.
Qui un alpino ancora abbastanza giovane, certo Luigi
PIEROBON, mi ha mostrato gli attestati di una croce
di guerra e di una medaglia di bronzo di suo padre,
reduce della campagna di Russia, ove partecipò
come fante della divisione Ravenna. Non ho potuto fare
a meno di rivolgere il pensiero a Dino Marenco e a Piero,
il nostro vice Presidente e factotum di Ovada, e a come
poter loro riferire l’accaduto....ecco fatto!
Resta da dire che la medaglia di bronzo era stata meritata
con la motivazione che il Pierobon, sprezzante del pericolo
incombente per l’avanzata travolgente dei Russi
oltre i confini del Don, aveva coperto la ritirata dei
compagni rimanendo in postazione con la propria mitragliatrice
fino ad esaurimento delle munizioni, provvedendo poi,
prima di arretrare a sua volta, alla distruzione della
stessa. Sappiamo, e lo abbiamo ascoltato nei racconti
dei presenti, che non tutte le medaglie sono state attribuite
per effettivo merito, ma certo dobbiamo plaudere alla
consegna della medaglia al Pierobon.
Ci attendeva a questo punto un pranzo presso un’altra
scuola, guarda caso la “Nikolajewka”. Non
avevamo prenotazione, ma abbiamo ottenuto i tre buoni
pasto necessari per me, Carlo e Ludovica. In lunghe
tavolate erano le autorità militari e civili,
i componenti della corale, veci e bocia, famigliari
e reduci. Mi sono trovato a fianco come commensale proprio
il reduce Giulio Baiocchi, con il quale, anche a scapito
di qualche porzione di cibo, ho potuto conversare di
fatti ed opinioni riguardanti la campagna sul Don. Sintesi
dei discorsi: “la campagna sul Don, a parte i
giorni subito precedenti la ritirata, non fu per la
verità malaccio. Avevamo cibo e vettovaglie finché
siamo rimasti in attesa, una lunga attesa. La vera guerra
l’abbiamo scontata in Grecia, ove siamo andati
del tutto impreparati, ed abbiamo dal primo all’ultimo
giorno sofferto freddo e fame, essendo senza troppa
tregua impegnati in continue battaglie, con pochi esiti
positivi.”
Ho notato il suo cappello, dall’aspetto “storico”.
Mi ha confermato, mostrando un grande, largo ed accattivante
sorriso, trattarsi del cappello originale, consunto
dall’età e dalle fatiche belliche, come
mostra anche la penna un po’ raggrinzita, della
quale comunque, e mi trova d’accordo, è
“peccato” non andare fiero.
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Cappello d’alpino
originale di Giulio Baiocchi
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Tra gli altri argomenti ascoltati, c’è
anche la proposta al Consiglio Comunale di Brescia, promossa
e sottoscritta dallo stesso Giulio Baiocchi, di dedicare
una sia pur piccola via di Brescia al “colonnello
medaglia d’oro Paolo SIGNORINI, comandante il 6°
Reggimento Alpini in Russia, goriziano di adozione, nato
a Casale Monferrato il 14 maggio 1986 e morto a Shebekino
il 2 febbraio 1943. Scrive Baiocchi: “A Shebekino,
dopo essere usciti dalla “sacca”, aveva dato
ordine di riunire tutti i superstiti del 6°; quando
li vide, li guardò, poi disse due o tre volte:
...il mio sesto, il mio sesto...e cadde a terra morto
di crepacuore, come si usa dire”. Parole di Baiocchi,
che dimostrano l’affetto e la devozione per un comandante
che è ora una leggenda, ma la cui decisione di
non arrendersi, in contrasto con l’intenzione dei
più, evitando una ancor più pericolosa prigionia,
ha nella realtà storica avuto ragione e consenso.
In occasione di quella decisione, scrive ancora il Baiocchi,
“il colonnello Signorini, senza pronunciare alcuna
parola, tolse dalla tasca il portafoglio, estrasse una
fotografia dov’era fotografata la moglie e suo figlio,
la pose sul tavolo e picchiando sopra il palmo della mano
destra disse: ...Vi garantisco che i miei alpini li porto
fuori...nessuno fece delle osservazioni ed accettarono
la Sua proposta”. (frasi copiate da un foglio consegnatomi
dal Baiocchi)
Dopo qualche bicchiere di buon vino, ci attendevano nuove
cerimonie: onori al gonfalone della città di Brescia,
della Provincia e del Comune di Nave; onori al labaro
dell’ANA; alzabandiera; deposizione di fiori alla
lapide dedicatoria e offerta dell’olio; coro “Alte
Cime” e fanfara Tridentina.
A tutto quanto sopra partecipava anche il colonnello dell’Armata
Russa, che, e lo dico senza alcuna malizia, seguendo un
drappello che recava una corona di fiori, non trovava
il giusto passo di marcia, ma tendeva istintivamente a
sollevare in alto, anziché in avanti, le proprie
gambe, così come è solito fare ogni milite
russo nella marcia con il proprio esercito.
Per “par condicio” devo anche riferire che
la “fanfara Tridentina” in realtà è
una istituzione inesistente, da tempo soppressa, ma gli
alpini di Brescia ne sono così fieri che ne hanno
ricreata una ad hoc, vanto della città e voce di
una memoria che non vuole essere perduta. (confessione
fattami dal cugino Carlo)
Fra generali e sindaco, gagliardetti e carabinieri in
alta uniforme, alpini con anfibi ed alpine con graziose
scarpette, fra due ali di congedati e parenti di reduci,
si sono svolte con assoluto ordine tutte le cerimonie
annunciate.
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La scuola “Nikolajewka”
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Penne nere e gagliardetti
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A proposito di gagliardetti, quando mi
trovavo in visita a Rossosch, presso il museo dedicato
agli alpini all’interno dell’asilo, ho cercato
insistentemente e senza esito i gagliardetti del Val Chiese
e della Tridentina. Qui ho scoperto che fu una ricerca
da “ignorante”, in quanto, se ho compreso
rettamente, il gagliardetto identifica un singolo gruppo
o sezione dell’A.N.A. e non un battaglione o un
reggimento o anche una Compagnia.
Terminate le cerimonie, ci siamo trasferiti tutti nel
Duomo, per la messa solenne delle 17, celebrata dal Vescovo
di Brescia, con omelia toccante che inneggia alla pace,
all’onore, agli ideali della famiglia e della difesa
della Patria.
Sono qui presenti una decina di reduci, accompagnati da
parenti ed amici, che è difficile avvicinare.
Terminata la santa messa, fuori è già buio,
ritrovo il cugino Carlo, assentatosi in precedenza per
ragioni di lavoro, che ci guida verso l’Auditorium
S. Barnaba in corso Magenta. Con passo veloce costeggiamo
il gruppo della fanfara della Tridentina che a suon di
trombe, tamburi e grancasse si fa largo per le vie fra
turisti e curiosi divertiti. |
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Fanfara notturna
“Tridentina”
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| All’Auditorium
il coro “Alte Cime” fa sfoggio di bravura
presentando motivi di Bepi De Marzi (Improvviso, Notte
di Natale, Joska la rossa, Signore delle Cime e un travolgente
Le voci di Nikolajewka).
Viene quindi presentato il libro “Siamo tornati
a baita”, a cura del Gruppo Alpini di Borgosatollo,
contenente brani tratti dal diario-quaderno inedito
dell’Alpino Giulio Baiocchi e dalle agende dell’Alpino
Angelo VIVIANI, già commerciante, classe 1922,
appartenente al battaglione Val Chiese, Compagnia Comando,
6° reggimento divisione Tridentina. La particolarità
che lo distingue è che invece del cappello aveva
come copricapo un colbacco con tanto di penna. Quel
colbacco è il dono di un’amica russa, confezionato
in un isba e regalatogli in sostituzione del cappello
di ordinanza che una granata aveva polverizzato. Il
Viviani tornò dalla Russia dopo essere stato
ferito alla gamba e ad un fianco ad Arnautowo da una
cannonata. Un capitano gli ha offerto un cavallo, al
quale si aggrappava nella difficile ritirata, ma ce
l’ha fatta, con la forza della disperazione e
credendo nella Provvidenza. Come lui non ce l’ha
fatta il conducente del cavallo, disintegrato davanti
ai suoi occhi a poco più di un metro di distanza
da un proiettile di T34 (se ho capito bene). Salvi invece
il Viviani ed il Cavallo. Viviani conosceva mio padre,
e soprattutto Gianni, il padre di mio cugino. Vedendoci
insieme si è commosso, ed ha voluto esclamare:
“I vostri padri...due ottimi ufficiali...Eugenio
calmo e calcolatore, Gianni vivace ed estroverso.”
Di zio Gianni si ricorda l’inventiva, raccontando
che come allarme contro le eventuali incursioni nemiche,
usava appendere ad una corda, all’interno del
camminamento della trincea, delle bombe a mano. Lo sbattere
delle stesse l’una contro l’altra era indice
di “nemico in arrivo”. In realtà
il metodo non funzionò mai a dovere. Viviani,
prima di lasciarci, mi riferì che dopo la ritirata
venne subito ricoverato, in quanto ferito, presso l’ospedale
di Cortona, e che questo fatto gli evitò la deportazione
e la prigionia. Aggiunse che forse aveva trovato il
modo di rendere ancora attiva la gamba offesa, che di
lì a poco avrebbe subito un intervento chirurgico
capace di tanto benessere e forse potrà gettare
al vento la propria terza gamba. Glielo auguriamo di
cuore, e speriamo, alla prossima occasione, di rivederlo
ancora con il medesimo spirito canzonatorio pregnante
di simpatia, quella stessa che ho riscontrato in tutti
gli alpini incontrati.
Giulio Baiocchi riempiva di dediche i libri venduti
il cui ricavato era interamente destinato a favore della
scuola Nikolajewka, ma non gli bastava apporre la propria
firma; a tutti dedicava una frase, con affetto, non
trascurando di guardare bene negli occhi i suoi interlocutori.
Così facendo, il tempo trascorreva, e l’ora
di chiusura incombeva, ma il buon Baiocchi non desisteva,
da bravo alpino intendeva condurre fino in fondo il
compito affidatogli, con meticolosa cura e dedizione,
come se obbedisse ad un comando.
Quando poi incontrò il colonnello dell’Armata
rossa, presente ovunque in quella giornata, non disdegnò
di tributargli parole di elogio per quel significato
di pace che si portava dietro, offerta a tutti noi,
con l’immagine e la presenza della sua bella e
felice famigliola.
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Che la pace
sia con noi
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A questo punto il tempo
ci era tiranno. Con affettuosi saluti ed abbracci abbiamo
salutato gli ultimi rimasti, quindi Ludovica ed io ci
siamo allontanati fra le strade strette, oltre Piazza
della Loggia, presso la chiesa di S. Faustino (che mi
ricorda un certo padre Marcolini, grande amico di mio
padre). Osservavamo dal basso il castello ancora illuminato
ed affrettavamo il passo procedendo fra gruppi di extracomunitari
e i ragazzi festosi dei pub, fino a raggiungere la nostra
yaris 1000, regolarmente parcheggiata in una strada
ignota.
Ciao, Brescia, a rivederci amici Alpini, questa giornata
ancora vicina resterà nel mio ricordo sicuramente
in modo indelebile, e sono certo che potrà essere
la prima di una serie di giornate di altri incontri
della memoria, ai quali invito a partecipare tutti gli
amici, per continuare INSIEME a gridare al mondo l’orrore
della guerra, l’onore degli alpini, la difesa
degli ideali più sinceri della nostra storia,
la speranza della pace.
E a Cuneo vogliamo portare tutta la nostra più
sincera solidarietà ai veci ed ai bocia, alpini
di allora e di oggi, perché lo spirito che li
ha sempre animati continui a perpetrarsi, anche nella
diversità dei tempi, a protezione e difesa dei
valori fondamentali della nostra società civile
attraverso missioni che abbiano sempre la pace come
principio ispiratore.
A Nikolajewka (ora Livenka) abbiamo dedicato, nel nostro
viaggio camperista, pensieri che sanno di tragedia ma
plaudono alla speranza, pensieri che abbiamo donato
al prof. Morozov a Rossosh ed abbiamo letto con commozione
presso il cippo commemorativo a Podgornoije, presenti
alcuni spettatori russi che, al termine, hanno voluto
con noi intonare il nostro inno nazionale.
Livenka voci senza nome. A Nikolajewka anch’io
non c’ero, ma quelle voci mi chiamano, pretendono
attenzione. La morte non deve colpire due volte!
Non posso tradire la memoria in attesa; ci sono testimoni
in abbondanza. Anche se tardi, m’affido a ciò
che resta.
Le voci, soprattutto le voci confuse nel tempo che noi
non abbiamo vissuto: un fruscio incomprensibile di vocaboli
e sillabe che si trascina fra tanti rumori. Un miscuglio
di suoni da individuare: parole, lamenti, grida, imprecazioni,
rimbombi, nomi, passi, silenzi che diventano coro.
Così le voci si fanno immagini, e intonano racconti
straordinari
recuperando il vento che torna dal passato, testimone
inconfutabile.
Tridentina, eccoci!
Ufficiali e soldati, alpini, muli, artiglieri, genieri,
gerarchi, generali, pontieri, camicie nere, medici,
preti, eroi, Tedeschi, Italiani.
“Là sotto, il nemico ha sfondato, ha
sfondato!!”
Contatto perso, gli altri gruppi si separano, le voci
si disperdono fra i rombi dell’assalto nemico,
centinaia di mani si intrecciano nell’ultimo saluto,
gli occhi si cercano per raggrupparsi sulla stessa strada
di neve che conduce all’oblìo o all’abbraccio
illusorio di una prigionia salvifica, per divenire altre
voci senza nome e altri nomi senza voce.
“Occorre far presto! Per opposta direzione
aprire la sacca...Tridentina avanti!”
Quaranta sotto zero!
A noi sono rimasti soprattutto il racconto e l’immagine
di quel velo sottile e udiamo migliaia, migliaia di
voci che chiedono ancora “perché?”,
abbandonate nella balka, vicino al terrapieno, voci
di serventi tra le bocche contorte dei pezzi sull’altura,
voci di soldati presso un isba, insieme, arsi o congelati,
a dividere il posto col nemico, eroi squartati, sbandati
sfortunati, suicidi impazziti.
Le voci, le loro voci impazienti di meritare una vita,
di assaporare oltre la sacca la gloria del ritorno,
di ritrovare il sorriso delle mamme, l’abbraccio
delle spose, di dare una mano al tavolo della pace e
di ricevere la carezza della Patria, riconoscente.
Nulla di tutto questo!
Non era tempo di strette di mano, ma tempo di abbandono:
non c’era tempo… non c’era tempo,
e il compagno intrappolato non poteva avere scampo.
Solo la rassegnazione poteva occupare tutto il tempo
e disponeva di un’attesa infinita nell’umiliazione
del disfacimento.
Voci senza nome, nomi senza voce che percorrono il tempo
nel cuore dei congiunti e perpetuano il ricordo nella
commozione dei sopravvissuti.
La sacca si restringe, urge lo sfondamento: “compagnie,
all’attacco!”
Tra colpi di mortaio e cannonate s’ammassa l’urlo
dei superstiti, sono le voci dei vivi, voci della memoria
nell’ultima breccia all’arma bianca.
Più in là sarà una lunga fila,
nella neve bianca, passo dopo passo, passo dopo passo.
Ma il passo pesa chili, quintali, tonnellate, e si stampa
nella neve divenendo ghiaccio prima di scomparire sotto
quel velo sottile che il soffio del vento non sa disperdere.
Oltre, rimane ancora speranza di salvezza: la salvezza
di pochi, i resti consumati di giornate di gloria, testimoni
di un’ultima vittoria, testimoni di nomi senza
voce, di voci senza nome. “
Ed ora tutti a Cuneo!
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Per informazioni è possibile telefonare al numero 0143-837604
, inviare fax al numero 0143-824406 o e mail a piero.marenco@tin.it
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