CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"


UN RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"

NIKOLAJEWKA, UN MITO, UNA TRAGEDIA, UN MONITO PER LA PACE
di Gianluigi e Ludovica Bonardi

Il 13 maggio 2007 Cuneo, ove risiedono la sede centrale del camper Club la Granda e la redazione di insieme, ospiterà l’adunata nazionale degli Alpini.
A questo evento ed al loro sacrificio, Gian Luigi Bonardi, responsabile del Circolo Culturale Insieme, ha dedicato questo articolo.

Nell’agosto del 2005, il “Camper Club La Granda”, associazione di camperisti che ha sede centrale a Cuneo, ha costituito un proprio piccolo “Circolo Culturale”, al quale offrire l’occasione di far vivere ai partecipanti la memoria degli avvenimenti storici che nella seconda guerra mondiale hanno avuto come campo di battaglia l’immensa steppa che si inoltra fino alle rive del placido Don.
Attraversate Ungheria, Polonia ed Ucraina abbiamo voluto condurre le nostre casette a quattro ruote in terra russa, oltre Belgorod, fiancheggiando quei vasti e silenziosi campi di girasole che nell’inverno del 1942/1943 erano bianche distese ricoperte di neve e di ghiaccio, ove troppe vite di nostri giovani connazionali si sono amalgamate con il vento gelido della steppa perdendosi nel tempo di una ritirata senza ritorno.
Abbiamo sostato presso le balke, abbiamo cercato le isbe, abbiamo incontrato le oche di allora e le maestose cicogne, abbiamo avuto contatti di amicizia con persone del luogo, divertito bambini con i nostri depliants e gagliardetti e stupito i giovani con i nostri camper futuristici.
Ci siamo davvero regalati momenti di storia e di commozione che non possono rimanere fine a sè stessi, e dei quali stiamo per pubblicare un “quaderno”.
Per questo motivo, in quanto rappresentante di questo nostro “Circolo Culturale” e, naturalmente, anche per l’affetto che mi lega a papà Eugenio, reduce, come molti sanno, da quella epica battaglia, Ludovica ed io abbiamo voluto partecipare a Brescia alla giornata dedicata appunto a Nikolajewka ed ai suoi reduci, sabato 27 gennaio 2007, manifestazione il cui programma abbiamo rintracciato su Internet, fra le news del mensile “L’Alpino”.


Un'alba bene augurante
Ci accompagnava anche un misto di curiosità e di umile desiderio di osservare da spettatori gli eventi programmati dal gruppo alpino della città “leonessa d’Italia”, con la speranza di poter approfondire anche solo un poco le nostre conoscenze storiche fino ad allora desunte dai libri o da scarni racconti famigliari, e solo in parte verificate andando di persona nei luoghi della ritirata. Per agevolare conoscenze dirette abbiamo coinvolto nella nostra giornata il cugino Carlo Bonardi, avvocato penalista di Brescia ed anche lui alpino, come suo padre Gianni. Carlo ha subito accettato il nostro invito, non solo per l’occasione di rivederci, ma anche per essere partecipe con noi della memoria dei nostri rispettivi padri.
Alle 10, presso la scuola media "Divisione Tridentina" in Via Bagatta n. 6, era prevista una prima serie di cerimonie e di incontri. Giunti in anticipo, con l’assicurazione che il cugino Carlo ci avrebbe raggiunto più tardi, in quanto impegnato nel lavoro anche di sabato, abbiamo subito approfittato per farci conoscere. Un penna nera in borghese, che subito abbiamo individuato come preposto all’organizzazione, saputo che ero figlio di un ufficiale della Tridentina, ha subito rivolto parole incomprensibili ad alcuni altri, che in breve, con nostra sorpresa e soddisfazione, hanno trasformato i loro dialetti in lingua italiana, pronunciando parole di compiacimento per la nostra presenza ed indirizzando le nostre attenzioni verso un “vecio” reduce di Russia. L’Alpino Giulio BAIOCCHI, classe 1915, già falegname a Bovezzo (Bs), aveva militato nelle file del battaglione “Vestone”, se non sbaglio uno dei tre battaglioni del reggimento 6° Alpini della Divisione Tridentina (Verona, Vestone, Val Chiese). Prima della battaglia di Nikolajewka il Baiocchi aveva aperto con altre compagnie la strada al battaglione Val Chiese, di cui era tenente mio padre Eugenio. Non ricordava la fisionomia di mio padre, ma ne rammentava la fama di buon ufficiale. Altri si misero a raccontare brevi episodi, tentando forse di far memoria di qualche novità anche nelle mie parole, mentre accennavo ad episodi occorsi a mio padre. Interessato più di altri si era nel frattempo mostrato un altro “penna nera”, alto e ricurvo, con un accattivante viso da montanaro, che, avvicinatosi, mi ha rivelato di aver appartenuto al gruppo artiglieri del Vicenza, comandato, durante le operazioni precedenti la battaglia di Nikolajewka, di appoggiare come supporto la Tridentina, e successivamente divenuto parte attiva e protagonista durante la detta ultima battaglia vittoriosa. Ho ascoltato con attenzione, non preoccupandomi di chiedergli nome e cognome, ed anche in seguito non mi si è offerta l’occasione per farlo, malgrado egli stesso abbia tenuto una breve successiva conferenza. In questi casi non sono i nomi che contano, ma gli sguardi, le parole, le strette di mano, i sorrisi e le tante palpebre abbassate, quando gli argomenti diventano memoria di sofferenze subite durante e dopo la guerra, e memoria di tragedie ed abbandoni ancora insopportabili. I reduci si assottigliano nel numero, le loro voci affievoliscono, la loro storia, senza che il testimone passi a figli, nipoti o posteri, rischia di farsi inglobare nel vento della dimenticanza.
Incontro con reduce artigliere del “Vicenza”

Superato egregiamente il momento dei primi convenevoli, era giunto il tempo delle cerimonie, davanti alla stele dedicata a Nikolajewka: alzabandiera; onore ai Caduti; consegna di una nuova bandiera alla scuola da parte del gruppo alpini della “Volta Bresciana”; preghiera dell’alpino; coro; inno degli Alpini ed inno nazionale, alla presenza e con la voce di autorità militari e civili e dei ragazzi della scuola media, accompagnati da preside e professori. Toccante e significativa la presenza di un colonnello dell’Armata Russa in perfetta divisa militare, accompagnato da moglie e figlioletta, a testimonianza della ormai assodata amicizia tra popolo italiano e russo, che in tal modo hanno potuto accomunare nel ricordo i caduti di entrambe le nazioni. Atmosfera di rispetto, anche per la concomitanza della “giornata della memoria” dedicata allo sterminio ed all’esodo degli ebrei di ogni nazione, uniti per l’occasione nella commemorazione di caduti e dispersi della campagna sul Don.

Onore ai Caduti
I reduci: del “Vicenza” e del Vestone

Terminate le cerimonie ci siamo recati in una grande aula della scuola, per assistere ad una breve conferenza dibattito fra i due reduci e gli studenti delle medie ed ascoltare canti alpini del coro “Alte Cime”. Durante la conferenza ci ha raggiunto il cugino Carlo, che recava in mano il cappello di alpino di suo padre Gianni. Il racconto pacato del Baiocchi è stato impostato su due temi principali, che possono essere riassunti in due sintetiche frasi: “Siamo andati alla guerra non per nostra volontà, ma per adempimento di un dovere il cui mancato rispetto voleva dire per noi la fucilazione” e “Noi Alpini in Russia davamo pane e gavettino ai bambini e non siamo andati come conquistatori, come l’altro esercito, ma abbiamo lasciato anche nei nostri nemici un buon ricordo di onestà ed attaccamento agli ideali di Patria, Famiglia e Dio. Chi ha creduto nella Provvidenza ha più di altri avuto l’occasione di trovare salvezza”. Vale a questo proposito l’episodio ormai noto di don Gnocchi, compagno a diretto contatto del Baiocchi e del Viviani, di cui dirò in seguito, in quanto “capo dei cappellani” facente parte della Compagnia Comando. Don Carlo aveva deciso di fermarsi per sfinimento, ma “chi si ferma è perduto” gli dicevano i sei o sette alpini che l’avevano circondato per persuaderlo a proseguire. Il cappellano Carlo li lasciò proseguire da soli, poi, concentrandosi, fece voto di fondare un centro di ricovero e riabilitazione dei piccoli mutilati di guerra, qualora fosse riuscito a tornare in Patria. Il resto della storia lo conosciamo. A certe cose si può credere o non credere, ma ho saputo di recente da bisnonna Nelly che una sua lettera inviata a padre Pio nella quale era contenuta una domanda sulla sorte del marito Eugenio e del fratello Gianni in guerra, ha avuto come risposta una frase simile a questa: “non preoccupatevi, che della vostra famiglia torneranno tutti, sani e salvi”.
Mentre ero assorto in questi strani pensieri, provocati dall’episodio appena raccontato dal Baiocchi, la voce del “penna nera organizzatore” mi faceva sobbalzare. Additando me e mio cugino Carlo stava dicendo ai presenti che il cappello di Carlo portava sul lato l’insegna del “reduce” (una specie di medaglia formata da un cerchio esterno e, credo di ricordare, una croce all’interno), e lo mostrava provocando interesse, mentre ancora proseguiva annunciando la presenza di Gian Luigi e Carlo Bonardi, figli di Eugenio e Gianni Bonardi, ufficiali della Tridentina, reduci da Nikolajewka, “che era un onore invitare a parlare”. Carlo si era affrettato a mostrare tutta la propria timidezza, invitando il sottoscritto ad intervenire. Come ormai troppo spesso accade, mi sono dovuto trasformare da umile spettatore ad impacciato protagonista, ma, tutto sommato, mi sentivo ormai a mio agio, data l’accoglienza ricevuta e la considerazione affidataci. Presi in mano il microfono ed esordendo con il dire che non ero abile parlatore, incominciai a descrivere il viaggio di ventidue camper della Associazione “Camper Club La Granda” di Cuneo, nella steppa russa, a ritroso attraverso i luoghi della ritirata. Ho nominato località come Belgorod, Postoijali, Podgornojie, Warvarowka, Alexndrewka, Opyt, Rossosch. Poi il racconto ha avuto come oggetto l’asilo di Rossosch, il prof. Morozov, lo scrittore Rigoni Stern, le nostre commemorazioni presso i vari cippi a ricordo dei caduti. L’ascolto è stato silenzioso ed attento ed è terminato con un applauso ed una ovazione che mi ha fatto ancora una volta comprendere quanto sia stato opportuno ad una Associazione di camperisti un viaggio della memoria, utile alla memoria stessa, ai caduti, ai reduci, agli alpini di ieri e di oggi, ai loro figli ed alle generazioni future.

Conferenza e dibattito con i reduci

L’inatteso exploit ha naturalmente avuto la conseguenza di pormi, ancora per qualche minuto dopo la conclusione, al centro di domande e di confidenze. Qui un alpino ancora abbastanza giovane, certo Luigi PIEROBON, mi ha mostrato gli attestati di una croce di guerra e di una medaglia di bronzo di suo padre, reduce della campagna di Russia, ove partecipò come fante della divisione Ravenna. Non ho potuto fare a meno di rivolgere il pensiero a Dino Marenco e a Piero, il nostro vice Presidente e factotum di Ovada, e a come poter loro riferire l’accaduto....ecco fatto! Resta da dire che la medaglia di bronzo era stata meritata con la motivazione che il Pierobon, sprezzante del pericolo incombente per l’avanzata travolgente dei Russi oltre i confini del Don, aveva coperto la ritirata dei compagni rimanendo in postazione con la propria mitragliatrice fino ad esaurimento delle munizioni, provvedendo poi, prima di arretrare a sua volta, alla distruzione della stessa. Sappiamo, e lo abbiamo ascoltato nei racconti dei presenti, che non tutte le medaglie sono state attribuite per effettivo merito, ma certo dobbiamo plaudere alla consegna della medaglia al Pierobon.
Ci attendeva a questo punto un pranzo presso un’altra scuola, guarda caso la “Nikolajewka”. Non avevamo prenotazione, ma abbiamo ottenuto i tre buoni pasto necessari per me, Carlo e Ludovica. In lunghe tavolate erano le autorità militari e civili, i componenti della corale, veci e bocia, famigliari e reduci. Mi sono trovato a fianco come commensale proprio il reduce Giulio Baiocchi, con il quale, anche a scapito di qualche porzione di cibo, ho potuto conversare di fatti ed opinioni riguardanti la campagna sul Don. Sintesi dei discorsi: “la campagna sul Don, a parte i giorni subito precedenti la ritirata, non fu per la verità malaccio. Avevamo cibo e vettovaglie finché siamo rimasti in attesa, una lunga attesa. La vera guerra l’abbiamo scontata in Grecia, ove siamo andati del tutto impreparati, ed abbiamo dal primo all’ultimo giorno sofferto freddo e fame, essendo senza troppa tregua impegnati in continue battaglie, con pochi esiti positivi.”
Ho notato il suo cappello, dall’aspetto “storico”. Mi ha confermato, mostrando un grande, largo ed accattivante sorriso, trattarsi del cappello originale, consunto dall’età e dalle fatiche belliche, come mostra anche la penna un po’ raggrinzita, della quale comunque, e mi trova d’accordo, è “peccato” non andare fiero.

Cappello d’alpino originale di Giulio Baiocchi
Tra gli altri argomenti ascoltati, c’è anche la proposta al Consiglio Comunale di Brescia, promossa e sottoscritta dallo stesso Giulio Baiocchi, di dedicare una sia pur piccola via di Brescia al “colonnello medaglia d’oro Paolo SIGNORINI, comandante il 6° Reggimento Alpini in Russia, goriziano di adozione, nato a Casale Monferrato il 14 maggio 1986 e morto a Shebekino il 2 febbraio 1943. Scrive Baiocchi: “A Shebekino, dopo essere usciti dalla “sacca”, aveva dato ordine di riunire tutti i superstiti del 6°; quando li vide, li guardò, poi disse due o tre volte: ...il mio sesto, il mio sesto...e cadde a terra morto di crepacuore, come si usa dire”. Parole di Baiocchi, che dimostrano l’affetto e la devozione per un comandante che è ora una leggenda, ma la cui decisione di non arrendersi, in contrasto con l’intenzione dei più, evitando una ancor più pericolosa prigionia, ha nella realtà storica avuto ragione e consenso. In occasione di quella decisione, scrive ancora il Baiocchi, “il colonnello Signorini, senza pronunciare alcuna parola, tolse dalla tasca il portafoglio, estrasse una fotografia dov’era fotografata la moglie e suo figlio, la pose sul tavolo e picchiando sopra il palmo della mano destra disse: ...Vi garantisco che i miei alpini li porto fuori...nessuno fece delle osservazioni ed accettarono la Sua proposta”. (frasi copiate da un foglio consegnatomi dal Baiocchi)
Dopo qualche bicchiere di buon vino, ci attendevano nuove cerimonie: onori al gonfalone della città di Brescia, della Provincia e del Comune di Nave; onori al labaro dell’ANA; alzabandiera; deposizione di fiori alla lapide dedicatoria e offerta dell’olio; coro “Alte Cime” e fanfara Tridentina.
A tutto quanto sopra partecipava anche il colonnello dell’Armata Russa, che, e lo dico senza alcuna malizia, seguendo un drappello che recava una corona di fiori, non trovava il giusto passo di marcia, ma tendeva istintivamente a sollevare in alto, anziché in avanti, le proprie gambe, così come è solito fare ogni milite russo nella marcia con il proprio esercito.
Per “par condicio” devo anche riferire che la “fanfara Tridentina” in realtà è una istituzione inesistente, da tempo soppressa, ma gli alpini di Brescia ne sono così fieri che ne hanno ricreata una ad hoc, vanto della città e voce di una memoria che non vuole essere perduta. (confessione fattami dal cugino Carlo)
Fra generali e sindaco, gagliardetti e carabinieri in alta uniforme, alpini con anfibi ed alpine con graziose scarpette, fra due ali di congedati e parenti di reduci, si sono svolte con assoluto ordine tutte le cerimonie annunciate.
La scuola “Nikolajewka”
Penne nere e gagliardetti

A proposito di gagliardetti, quando mi trovavo in visita a Rossosch, presso il museo dedicato agli alpini all’interno dell’asilo, ho cercato insistentemente e senza esito i gagliardetti del Val Chiese e della Tridentina. Qui ho scoperto che fu una ricerca da “ignorante”, in quanto, se ho compreso rettamente, il gagliardetto identifica un singolo gruppo o sezione dell’A.N.A. e non un battaglione o un reggimento o anche una Compagnia.
Terminate le cerimonie, ci siamo trasferiti tutti nel Duomo, per la messa solenne delle 17, celebrata dal Vescovo di Brescia, con omelia toccante che inneggia alla pace, all’onore, agli ideali della famiglia e della difesa della Patria.
Sono qui presenti una decina di reduci, accompagnati da parenti ed amici, che è difficile avvicinare.
Terminata la santa messa, fuori è già buio, ritrovo il cugino Carlo, assentatosi in precedenza per ragioni di lavoro, che ci guida verso l’Auditorium S. Barnaba in corso Magenta. Con passo veloce costeggiamo il gruppo della fanfara della Tridentina che a suon di trombe, tamburi e grancasse si fa largo per le vie fra turisti e curiosi divertiti.
Fanfara notturna “Tridentina”
All’Auditorium il coro “Alte Cime” fa sfoggio di bravura presentando motivi di Bepi De Marzi (Improvviso, Notte di Natale, Joska la rossa, Signore delle Cime e un travolgente Le voci di Nikolajewka).
Viene quindi presentato il libro “Siamo tornati a baita”, a cura del Gruppo Alpini di Borgosatollo, contenente brani tratti dal diario-quaderno inedito dell’Alpino Giulio Baiocchi e dalle agende dell’Alpino Angelo VIVIANI, già commerciante, classe 1922, appartenente al battaglione Val Chiese, Compagnia Comando, 6° reggimento divisione Tridentina. La particolarità che lo distingue è che invece del cappello aveva come copricapo un colbacco con tanto di penna. Quel colbacco è il dono di un’amica russa, confezionato in un isba e regalatogli in sostituzione del cappello di ordinanza che una granata aveva polverizzato. Il Viviani tornò dalla Russia dopo essere stato ferito alla gamba e ad un fianco ad Arnautowo da una cannonata. Un capitano gli ha offerto un cavallo, al quale si aggrappava nella difficile ritirata, ma ce l’ha fatta, con la forza della disperazione e credendo nella Provvidenza. Come lui non ce l’ha fatta il conducente del cavallo, disintegrato davanti ai suoi occhi a poco più di un metro di distanza da un proiettile di T34 (se ho capito bene). Salvi invece il Viviani ed il Cavallo. Viviani conosceva mio padre, e soprattutto Gianni, il padre di mio cugino. Vedendoci insieme si è commosso, ed ha voluto esclamare: “I vostri padri...due ottimi ufficiali...Eugenio calmo e calcolatore, Gianni vivace ed estroverso.” Di zio Gianni si ricorda l’inventiva, raccontando che come allarme contro le eventuali incursioni nemiche, usava appendere ad una corda, all’interno del camminamento della trincea, delle bombe a mano. Lo sbattere delle stesse l’una contro l’altra era indice di “nemico in arrivo”. In realtà il metodo non funzionò mai a dovere. Viviani, prima di lasciarci, mi riferì che dopo la ritirata venne subito ricoverato, in quanto ferito, presso l’ospedale di Cortona, e che questo fatto gli evitò la deportazione e la prigionia. Aggiunse che forse aveva trovato il modo di rendere ancora attiva la gamba offesa, che di lì a poco avrebbe subito un intervento chirurgico capace di tanto benessere e forse potrà gettare al vento la propria terza gamba. Glielo auguriamo di cuore, e speriamo, alla prossima occasione, di rivederlo ancora con il medesimo spirito canzonatorio pregnante di simpatia, quella stessa che ho riscontrato in tutti gli alpini incontrati.
Giulio Baiocchi riempiva di dediche i libri venduti il cui ricavato era interamente destinato a favore della scuola Nikolajewka, ma non gli bastava apporre la propria firma; a tutti dedicava una frase, con affetto, non trascurando di guardare bene negli occhi i suoi interlocutori.
Così facendo, il tempo trascorreva, e l’ora di chiusura incombeva, ma il buon Baiocchi non desisteva, da bravo alpino intendeva condurre fino in fondo il compito affidatogli, con meticolosa cura e dedizione, come se obbedisse ad un comando.
Quando poi incontrò il colonnello dell’Armata rossa, presente ovunque in quella giornata, non disdegnò di tributargli parole di elogio per quel significato di pace che si portava dietro, offerta a tutti noi, con l’immagine e la presenza della sua bella e felice famigliola.
Che la pace sia con noi
A questo punto il tempo ci era tiranno. Con affettuosi saluti ed abbracci abbiamo salutato gli ultimi rimasti, quindi Ludovica ed io ci siamo allontanati fra le strade strette, oltre Piazza della Loggia, presso la chiesa di S. Faustino (che mi ricorda un certo padre Marcolini, grande amico di mio padre). Osservavamo dal basso il castello ancora illuminato ed affrettavamo il passo procedendo fra gruppi di extracomunitari e i ragazzi festosi dei pub, fino a raggiungere la nostra yaris 1000, regolarmente parcheggiata in una strada ignota.
Ciao, Brescia, a rivederci amici Alpini, questa giornata ancora vicina resterà nel mio ricordo sicuramente in modo indelebile, e sono certo che potrà essere la prima di una serie di giornate di altri incontri della memoria, ai quali invito a partecipare tutti gli amici, per continuare INSIEME a gridare al mondo l’orrore della guerra, l’onore degli alpini, la difesa degli ideali più sinceri della nostra storia, la speranza della pace.
E a Cuneo vogliamo portare tutta la nostra più sincera solidarietà ai veci ed ai bocia, alpini di allora e di oggi, perché lo spirito che li ha sempre animati continui a perpetrarsi, anche nella diversità dei tempi, a protezione e difesa dei valori fondamentali della nostra società civile attraverso missioni che abbiano sempre la pace come principio ispiratore.
A Nikolajewka (ora Livenka) abbiamo dedicato, nel nostro viaggio camperista, pensieri che sanno di tragedia ma plaudono alla speranza, pensieri che abbiamo donato al prof. Morozov a Rossosh ed abbiamo letto con commozione presso il cippo commemorativo a Podgornoije, presenti alcuni spettatori russi che, al termine, hanno voluto con noi intonare il nostro inno nazionale.
Livenka voci senza nome. A Nikolajewka anch’io non c’ero, ma quelle voci mi chiamano, pretendono attenzione. La morte non deve colpire due volte!
Non posso tradire la memoria in attesa; ci sono testimoni in abbondanza. Anche se tardi, m’affido a ciò che resta.
Le voci, soprattutto le voci confuse nel tempo che noi non abbiamo vissuto: un fruscio incomprensibile di vocaboli e sillabe che si trascina fra tanti rumori. Un miscuglio di suoni da individuare: parole, lamenti, grida, imprecazioni, rimbombi, nomi, passi, silenzi che diventano coro.
Così le voci si fanno immagini, e intonano racconti straordinari
recuperando il vento che torna dal passato, testimone inconfutabile.
Tridentina, eccoci!
Ufficiali e soldati, alpini, muli, artiglieri, genieri, gerarchi, generali, pontieri, camicie nere, medici, preti, eroi, Tedeschi, Italiani.
“Là sotto, il nemico ha sfondato, ha sfondato!!”
Contatto perso, gli altri gruppi si separano, le voci si disperdono fra i rombi dell’assalto nemico, centinaia di mani si intrecciano nell’ultimo saluto, gli occhi si cercano per raggrupparsi sulla stessa strada di neve che conduce all’oblìo o all’abbraccio illusorio di una prigionia salvifica, per divenire altre voci senza nome e altri nomi senza voce.
“Occorre far presto! Per opposta direzione aprire la sacca...Tridentina avanti!”
Quaranta sotto zero!
A noi sono rimasti soprattutto il racconto e l’immagine di quel velo sottile e udiamo migliaia, migliaia di voci che chiedono ancora “perché?”, abbandonate nella balka, vicino al terrapieno, voci di serventi tra le bocche contorte dei pezzi sull’altura, voci di soldati presso un isba, insieme, arsi o congelati, a dividere il posto col nemico, eroi squartati, sbandati sfortunati, suicidi impazziti.
Le voci, le loro voci impazienti di meritare una vita, di assaporare oltre la sacca la gloria del ritorno, di ritrovare il sorriso delle mamme, l’abbraccio delle spose, di dare una mano al tavolo della pace e di ricevere la carezza della Patria, riconoscente.
Nulla di tutto questo!
Non era tempo di strette di mano, ma tempo di abbandono: non c’era tempo… non c’era tempo, e il compagno intrappolato non poteva avere scampo. Solo la rassegnazione poteva occupare tutto il tempo e disponeva di un’attesa infinita nell’umiliazione del disfacimento.
Voci senza nome, nomi senza voce che percorrono il tempo nel cuore dei congiunti e perpetuano il ricordo nella commozione dei sopravvissuti.
La sacca si restringe, urge lo sfondamento: “compagnie, all’attacco!”
Tra colpi di mortaio e cannonate s’ammassa l’urlo dei superstiti, sono le voci dei vivi, voci della memoria nell’ultima breccia all’arma bianca.
Più in là sarà una lunga fila, nella neve bianca, passo dopo passo, passo dopo passo. Ma il passo pesa chili, quintali, tonnellate, e si stampa nella neve divenendo ghiaccio prima di scomparire sotto quel velo sottile che il soffio del vento non sa disperdere.
Oltre, rimane ancora speranza di salvezza: la salvezza di pochi, i resti consumati di giornate di gloria, testimoni di un’ultima vittoria, testimoni di nomi senza voce, di voci senza nome. “
Ed ora tutti a Cuneo!

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