sensazioni
Quando si decide di dividere in due parti un appartamento,
una delle operazioni basilari è l’inventario
di quanto si trova nei cassetti degli armadi. In superficie
si rintracciano subito i beni d’uso quotidiano,
ma vi sono vani nascosti nei cui meandri si scova
di tutto, dal paio di scarpine di lana intrecciata
mai usate, destinate ad un bimbo mai nato, al rotolo
di cartone contenente il diploma di laurea, al piccolo
quadro dipinto ad olio raffigurante moglie diciottenne
con chitarra in costume da bagno, al sacchetto di
cellophane trasparente che avvolge il vecchio cappello
alpino di papà, regalato da mamma Nelly al
suo primogenito maschio.
Era da tempo che cercavamo quest’ultimo cimelio.
Ora, osservandolo in tutti i suoi particolari, possiamo
gratificare al meglio la nostra curiosità e
descriverlo, non fosse altro che per ragioni di puntualizzazione
storico-culturale.
Si tratta di un cappello di stoffa pesante di colore
grigioverde (più verde che grigio).
Sulla parte anteriore, o meglio sulla visiera, v’è
un ricamo a strisce a forma di mezzaluna.
Sui bordi di quella base del cappello che si ripiega
su sè stessa a partire dal termine della visiera
e per tutta la parte posteriore, è cucita una
piccola striscia di panno più chiaro, panno
che, più largo, fascia anche la base esterna
del cappello stesso.
Nella parte frontale è ricucita un’aquila
dorata, in rilievo su fondo verde scuro, che poggia
gli artigli su una piccola forma circolare verde scura,
contornata da una specie di doppia cornucopia intrecciata,
anch’essa dorata.
Sulla sinistra del cappello è il grosso porta-penna
dorato su cui è raffigurata una croce, ed in
questo è infilato l’osso di una lunga
e larga penna marrone, di volatile ignoto. Sotto il
portapenna sono cuciti (credo) i gradi in un triangolo
di stoffa marrone con righe grigioverdi chiare.
Sempre sul lato sinistro sono applicati tre distintivi,
segni di partecipazione alle adunate alpine di Brescia:
il primo è del XX anniversario di Nikolajewka
(con impresso anno 1963);
il secondo è del 25° anniversario (con
impressa data 21.1.1968);
il terzo è del 30° anniversario (con impressa
data 21.1.1973).
Negli ultimi due distintivi, sui quali entrambi figura
la scritta “Tridentina avanti” sono rispettivamente
raffigurati un alpino in avanzata verso il sottopassaggio
della ferrovia di Nikolajewka ed una colonna di alpini
con muli e carri in ritirata.
Sulla parte destra del cappello sono ricuciti:
uno stemma a forma di scudo di colore verde sul quale
sono in rilievo bordi dorati e, sempre dorate, una
spada al centro e le scritte: a sinistra “DIVISONE
ALPINA” al centro “.II.” a destra
“TRIDENTINA”;
il distintivo dei “reduci”, di colore
ferreo, composto da una corona di alloro in forma
circolare, sulla base della quale figura la scritta
“FRONTE RUSSO”, mentre sulla parte superiore
rileva un nodo scorsoio; l’alloro è unito
all’interno da due sciabole incrociate.
Quel cappello, tutto sommato, si presenta ancora in
discrete condizioni, foderato all’interno con
un panno di colore nero, circondato da un nastro di
cuoio.
Terminata l’indagine conoscitiva del suo aspetto
fisico, quando ormai stiamo per introdurlo nuovamente
nel suo cellophane trasparente per trovargli una nuova
collocazione, ecco che quel cappello sembra chiederci
il rispetto di un pensiero da tuffare anche per un
solo istante nella memoria del suo passato.
In quel solo breve attimo una moltitudine indecifrabile
di sentimenti prende il sopravvento, e udiamo voci,
calpestii, rimbombi, lamenti, preghiere, imprecazioni.
Una breve sensazione di freddo, immagini di fuochi
e di carri, di muli e di assiderati, di armi e di
gallette, di gavette, di miele, di stracci ai piedi,
di isbe, di notti buie, di passi senza fine, di fame,
di paura, di fede...il cappello ha preso a parlarci,
ancora una volta lo ascoltiamo, ci commuoviamo, lo
stringiamo al petto perché abbiamo compreso
che quel nobile malconcio cimelio ha una propria grande
famiglia a cui pensare, la famiglia dei tanti fratelli
e compagni di avventura e di sventura, e chiede a
noi di non scordare quanto sia terribile una guerra,
e quanto sia grande dono la nostra pace, che cammina
con noi anche quando forse non ce ne accorgiamo.