La
lettera dal Circolo Culturale “Insieme”
NEI “CIELI LIBERI”…
APPOGGIATA AD UN CUSCINO D’ARIA
di Carla Valeriano Annese |
E’ serata inoltrata del mese di febbraio, di diversi
anni fa, quando una madre ed una figlia si ritrovano sedute
in camera della ragazza, come d’abitudine, a raccontarsi
le loro giornate trascorse lontane. Il week end è appena
trascorso, parlano delle sciate di mamma e papà in
montagna per conto loro e poi la ragazza entra nel vivo del
racconto che interessa la genitrice: il suo soggiorno al Centro
di Paracadutismo, ospite nella roulotte di alcuni amici, che
lì la tengono per comodità, sia per i lanci
che per stare in allegra brigata con gli altri paracadutisti.
Per un po’ generalizzano, poi la giovane entra nel vivo
raccontando il gran daffare che fa corona ad un lancio col
paracadute e la mamma si fa attenta: è dalle vacanze
di Natale, trascorse nella loro casa in montagna, che è
in allerta sull’argomento paracadutismo!!
Si dà il caso che proprio gli stessi amici, che nel
week end avevano ospitato sua figlia, fossero anche loro in
montagna nel periodo e che, in un bel pomeriggio, dopo aver
sciato tutti insieme, i giovani, ospiti dalla famiglia, non
avessero parlato d’altro che… di paracadutismo.
Conoscendo il lato sensibile della sua rampolla, che già
aveva praticato vari sport non propriamente “tranquilli”
(e ne avrebbe intrapresi altri negli anni a venire!!), aveva
passato detto pomeriggio e poi altri incontri ancora, con
una predisposizione di spirito non certo favorevole a tali
amicizie… fuorvianti. I giovani già esperti spiegavano
le posizioni da tenere, prima e dopo il lancio, le manovre
da attuare con le funi, la maniglia da tirare per andare in
apertura col paracadute, e, non ultimo, l’atterraggio
anche sempre pericoloso se non bene impostato. Come se non
bastasse, nella tavernetta mettevano pure in atto le prove
pratiche: inarcamento del corpo per assecondare la caduta
libera, posizionamento di braccia e gambe, il tutto atto a
mantenere la stabilità in volo.
Ora, seduta su una poltrona in camera della figlia, mentre
discorre con lei, una parte del suo cervello ragiona silenziosamente
che, pur tenendo in considerazione il carattere facile alla
socializzazione della ragazza, le pare strano, non essendo
lei stessa una paracadutista, non si fosse sentita e si senta
(perché i soggiorni continuano frequenti da dopo le
vacanze non essendo lei stessa una paracadutista e natalizie),
un po’ a disagio al Centro di Paracadutismo.
L’ora tarda invitava ormai al riposo notturno e stava
per darle il bacetto della buonanotte, quando le venne la
balzana idea di porle la fatidica, disinvolta, domanda: sei
ancora salita su quella bicicletta volante a fotografare dall’alto
i tuoi amici? Pareva non aspettasse altro, la ragazza seduta
sul proprio letto a gambe incrociate, che la guardava con
occhi sfavillanti: sono salita, e… mi sono lanciata!
La risposta le procura uno stucchevole fastidio allo stomaco,
il sonno è solo più un ricordo, le palpitazioni
cardiache galoppano in frequenza: alla poverina par di provar
vertigini, se pure ha i piedi ben piantati a terra. E la figlia,
con un sorriso estasiato, rincara la dose, comunicandole che,
nei due giorni, ha già completato i primi quattro lanci
del corso intrapreso, per cui, da ora in poi, potrà
lanciarsi senza l’appoggio degli istruttori!! E…
rapita, le svela che nessuna esperienza è paragonabile
alla sensazione di librarsi nei cieli… appoggiata ad
un cuscino d’aria. Ecco, ciò che la genitrice
temeva era successo!
L’ignara, ma preparata, madre che aveva sentito tutte
le delucidazioni del caso durante le narrazioni predette,
la rimprovera ricordandole che non avrebbe potuto lanciarsi
senza aver ottemperato alle dovute regole preparatorie. Le
stesse, infatti, impongono un percorso prestabilito a che
l’allievo giunga al suo primo lancio “in caduta
libera”, disciplina scelta dalla ragazza (che presuppone:
uscita dall’aereo a 4000 metri, caduta libera fino a
1500 e poi apertura del paracadute), in assoluta consapevolezza,
se pur all’inizio del corso i lanci godano dell’assistenza
di due istruttori che lateralmente (in caduta libera anche
loro) e parallelamente all’allievo, lo tengono per gli
arti, onde impostarlo alla posizione di stabilità corretta.
E continua, rimbrottandola per il rischio che ha corso la
sua salute, non essendo ricorsa ad un controllo medico, prima
di affrontare un’esposizione a 4000 metri.
Le madri, come la signora in questione, convinte di essere
le assolute confidenti delle figlie… non s’illudano.
Era accaduto che ogni sera, o quasi, delle due settimane precedenti
il suo primo lancio, la sua pargola, invece di andare a lezioni
di pittura (una delle sue passioni tranquille) o a cena con
degli amici, o… altre scuse varie, come diceva in famiglia,
era sempre andata Centro di Paracadutismo, a prendere lezioni
di teoria, a tu per tu con uno degli istruttori che l’avrebbe
poi seguita nei lanci… ed era pure sempre rientrata
prestissimo!! E per quanto riguarda il controllo medico, la
risposta che ottiene e che al Centro dello Sport dello Stadio
di Torino, città in cui vive, nell’intervallo
del pranzo, aveva effettuato tutte le prove necessarie. Per
fortuna almeno il cervello le funziona, pensò la mamma
per sedare un po’ il suo disappunto!
La figlia saltò dal letto, frugò nel suo borsone
da viaggio, estrasse una cassetta audiovisiva e gliela mostrò.
Anche questo sapeva l’inconsapevole, sempre accomodata
in poltrona: i primini, oltre che avere l’assistenza
degli istruttori, sono filmati da un altro paracadutista che
si lancia un poco discosto da loro e riprende tutte le fasi
del lancio, dalla caduta libera, fino all’apertura del
paracadute, il che consentirà agli istruttori di mostrare
all’allievo gli errori che non dovrà ripetere.
Alla genitrice, impensierita, non restò che seguirla
di fronte ad un televisore e nel transito, la figlia, affettuosamente,
le cinse le spalle e cercò di spiegarle che era stata
costretta a tacerle il suo desiderio di approccio al paracadutismo,
in quanto, l’avesse informata, con le sue dissuasioni
e paure, le avrebbe fatto perdere la concentrazione indispensabile
a raggiungere in sicurezza il suo obbiettivo.
Siedono sul divano, l’una elettrizzata e l’altra
col cuore in gola. La donna più adulta segue, ipnotizzata,
sullo schermo l’uscita della ragazza dal piccolo aereo,
con i lunghi capelli raccolti in una treccia al vento che
sbuca dal caschetto a proteggerle il capo. E, nello splendido
panorama della catena delle Alpi innevate, col Monviso a spiccare,
inondato dalla luce solare che proietta mille scintille colorate
nel cielo terso di nubi, se la vede lì, sdraiata nel
vuoto, con le gote buffe, pressate dalla massa d’aria
che le deforma un po’ le fattezze, fino a renderle le
guance come di gomma. Poi, nota la sua occhiata all’altimetro
sul polso sinistro, deve essere ormai scesa a 1500 metri,
perché la mano guantata corre al fianco destro a prendere
la maniglia che farà aprire con uno strappo il paracadute.
La figura sventaglia un po’ nel contraccolpo e poi…
eccola con le mani appese alle funi con l’ampia ellisse
a sovrastarla. Danza il paracadute, i paracadute, perché
accanto a lei, hanno aperto anche i due istruttori, e giù…
giù…fino all’atterraggio fortunatamente
ottimo, ripreso dal “video” che più velocemente
di lei era sceso.
Un’ultima ripresa di primo piano, conclude il filmato:
ciuffi di capelli dispettosi escono dal casco a solleticarle,
nel leggero venticello, il viso teso, ma illuminato da uno
smagliante sorriso.
Quel giorno era il giorno di San Valentino e la ragazza si
era “innamorata” del paracadutismo!
La mamma raggiunge il talamo coniugale e vorrebbe svegliare
il marito per raccontargli le ultime novità ma…
rimanda all’ormai vicino mattino.
Il fine settimana successivo sono i genitori a raccontare
alla ragazza che andranno in montagna ed invece vanno al Centro
di Paracadutismo, si nascondono, nei pressi con l’auto
tra gli alberi, non vogliono deconcentrarla, prima del lancio.
Sentono, lontano, un gracchiare d’altoparlante, annunciare
un volo, che secondo loro dovrebbe essere della ragazza. Vedono
un gruppetto di persone inoltrarsi verso l’aereo che
li porterà in alto, sempre più in alto. E la
madre è ancora in apprensione spasmodica. S’avvicinano
con l’auto al campo per attendere l’atterraggio.
Però, però… vedono una ragazza alta, in
tuta bianca con bande azzurre, una lunga, inconfondibile,
treccia bionda le dondola sulla schiena: è lei! Il
padre pigia il piede sul freno, si accosta accanto una cascina
poco discosta e cerca di mimetizzarsi, con scarso successo,
tra i bassi arbusti. Evidentemente non si era imbarcata col
volo chiamato in precedenza!! S’imbarca ora, il volo
è chiamato: hanno sentito il suo nome nell’elenco.
La vedono passare: paracadute legato a mo’ di zaino
sulla schiena, casco in mano. Temono di essere notati, ma
i giovani chiacchierano tra di loro e non s’accorgono
dell’auto, acquattata, poco distante.
Nuovamente il piccolo “Pilatus” si alza, fa un
ampio giro e va su, su e… deve essere arrivato a 4000
metri perché, dopo poco, tanti puntolini colorati appaiono
nel cielo azzurro. Quale sarà la loro figlia? La madre
va verso l’angar dove si stanno, al momento, effettuando
i ripiegamenti dei paracadute, incontra uno dei suoi due istruttori,
che riconosce dalle descrizioni della figlia. “Sono
la mamma di Patrizia” si presenta, ancora a qualche
passo di distanza e lui ha un moto di malcelato stupore, vorrebbe
voltarsi ed andarsene in quanto è al corrente del segreto
della sua allieva. Ma non fugge, abbozza, si complimenta per
le prodezze della ragazza ed accetta le rampogne mammesche,
che, se pur scherzose, sempre rampogne restano, ed alla mamma
apprensiva, dalla testa rovesciata verso il cielo, alla ricerca
della sua figliola, indica il colore del suo paracadute che
sta calando… sfruttando il vento.
Lei, dall’alto, li scorse e li salutò nel solo
modo possibile essendo appesi tenendo con le mani le funi…
sforbiciando con le gambe. E quando, atterrata, fu al loro
cospetto, con una montagna di tessuto e lunghe funi, tra le
braccia, maliziosa disse: ero certa non sareste andati a sciare
ma sareste stati qui, a farmi una sorpresa… voi, questa
volta!
Una frase che ho sentito dieci anni fa, perché Patrizia
è mia figlia.
Torino, 30 marzo 2008
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