CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"


UN RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"

INCONTRO CON LO SCRITTORE MARIO RIGONI STERN
di Vitto, Nirvana, Elena, Marco e Raffaella Carion
Nell’ambito delle iniziative del Circolo Culturale il socio Vittorino Carion di Bolzano, assieme alla sua famiglia, ha realizzato un incontro/ intervista con lo scrittore storico Mario Rigoni Stern, autore del libro
“ Il Sergente nella neve” e di “Il ritorno sul Don”.


Asiago, 05 Marzo 2005

Percorso tortuoso sul fianco del Becco di Filadonna… Passo della Fricca … Passo Vezzena … la strada scorre tra due ali di neve ghiacciata.
Sarà l’immacolato manto di neve che ricopre boschi, campi, tetti, sarà per la quasi totale assenza di traffico, ma il silenzio che ci accompagna nel nostro viaggio in auto verso Asiago è davvero elettrizzante, anche noi, dentro la nostra confortevole auto, siamo quasi rapiti da questa atmosfera.
Oggi ci incontreremo con lo scrittore Mario Rigoni Stern, uno dei pochi “veri” testimoni di ciò che è stata la campagna di Russia. Mario Rigoni Stern dalla primavera del 1942 e fino all’aprile del 1943 ha percorso, in condizioni precarie e di estremo pericolo al limite dell’umano, con ogni mezzo, ma principalmente a piedi, tutto quel vasto territorio che sarà oggetto del nostro viaggio estivo: Dal Don al Mar Nero Una Grandavventura 1.
In lontananza svetta il campanile della città di Asiago. Dietro ogni curva… solo neve, ghiaccio, abbiamo saputo che in questi giorni la temperatura è scesa sotto i –25 gradi. Le case che incontriamo lasciano intravedere i camini che fumano, segno evidente che al loro interno la vita si svolge in maniera comoda, confortevole... Ma in quell’inverno del 1943 in condizioni climatiche ed ambientali simili se non peggiori di oggi, la situazione era ben diversa: gli uomini erano gli uni contro gli altri armati...!
Poveri Uomini lì a combattersi, lì a morire per chi, per che cosa? Forse ce lo dirà Lui, Mario Rigoni Stern, soldato, prigioniero, padre, marito, superstite, testimone, eroe…!
La sua casa sorge appena fuori Asiago, ai margini del bosco, semplice, solida e confortevole.
Ci accoglie la moglie Anna, una donna, amabile, decisa e pratica.
Entriamo in un ampio soggiorno dove fa bella mostra di sé uno splendido caminetto. In una poltrona da lettura sta comodamente seduto un uomo dalla corporatura robusta, con una bella barba bianca da montanaro. Appena entrati, sono con tutta la mia famiglia, il Sig. Mario ci viene incontro con un sorriso caldo ed accattivante. E’ stato informato che andiamo a trovarlo per avere una testimonianza di quello che è veramente successo in quell’inverno del 1943 e che cosa rappresentano per lui quei luoghi che ci vedranno protagonisti nella prossima estate.
Questo lo rende aperto a tutte le nostre domande e curiosità.
Speriamo che il nostro resoconto sia chiaro ed esaustivo delle due ore trascorse in compagnia dello scrittore Mario Rigoni Stern: è stato un incontro estremamente affascinante che ha lasciato in ognuno di noi delle emozioni molto forti. Il Sig. Rigoni ci è parso sin da subito una persona molto disponibile, simpatica ed estremamente socievole , ci ha accolto nella sua casa e, radunatici attorno ad un tavolo, per due ore ci ha tenuti incollati alle sedie con i suoi racconti di vita vissuta: i suoi non sono semplici resoconti, sono vere e proprie testimonianze di una persona che la storia non l’ha solo studiata, ma l’ha fatta !!!
Fortunatamente lui ha potuto far rientro a casa , costruire insieme alla dolcissima moglie Anna una bella famiglia e con le sue “parole” ha potuto e saputo dar voce a tutti coloro che invece non possono più parlare perché dal Don … non sono mai tornati.!


Una delle prime domande che abbiamo rivolto al Sig. Mario è stata quella di analizzare insieme a noi il percorso programmato dal Club, per avere conferma del fatto che tale itinerario possa aiutarci a comprendere cioè che è successo nell’inverno del 1943.

<< … Vedo che fate il percorso contrario a quello fatto da noi: per voi Belgorod sarà il punto di partenza verso il fronte, mentre per noi è stato il luogo dove abbiamo potuto trascorrere il primo giorno “tranquillo” ormai fuori dalla “sacca”. I luoghi che avete in programma di visitare sono i più noti, io personalmente vi consiglierei un percorso leggermente diverso, ma che ricalchi più fedelmente ciò che è veramente accaduto.
[ … ] Partendo da Belgorod in direzione Rossoš’, scendete a Šebekino, il punto in cui siamo effettivamente e finalmente usciti dalla famosa “sacca”, proseguite lungo la strada e attraverso Volokonovka arrivate a Valujki: qui, proprio in questa località, sia la Julia che la Cuneense sono state annientate (solo l’8% della Julia ha fatto rientro in Patria …) dalle armate russe e dal freddo. Sempre qui a Valujki, nella chiesetta avevamo raccolto i nostri feriti del Corpo d’armata Alpino. 3 nostri Generali sono stati fatti prigionieri: 2 del Corpo d’Armata Alpino e 1 della divisione Vicenza, cioè l’artiglieria a cavallo. Ovviamente non dovete perdere Nikolajewka (oggi Livenka) dove ho lasciato tanti, ma tanti, ma tanti compagni in quella disperata battaglia: le loro ceneri le ritroverete tutte in una “balca” appena fuori la cittadina, in quanto i corpi, non potendo essere sepolti … il terreno era duro come la roccia per colpa del ghiaccio … sono stati accatastati l’uno sopra l’altro in grandissime pire, le ceneri sono state raccolte per poi seppellirle appunto, appena fuori la città. Nei dintorni non perdete Nikitovka (qui il Btg. Tirano è stato falcidiato dal nemico) e Shealiakhino, dove ho personalmente combattuto il 21 Gennaio 43. Camminate … anzi proseguite con i vostri mezzi, sino a Varvarovka: qui ha avuto fine la gloriosa storia dell’artiglieria a cavallo, e degli amici del Morbegno. Da qui diritti verso Rossoš attraverso i miei ricordi di freddo, neve, morte, paura e “ .. voglia di tornare a baita”. Del fronte vi parlerò dopo ... questo è quello che noi abbiamo fatto, al contrario, in quell’inverno … quando vedrete quei luoghi ... capirete l’inferno a cui siamo andati incontro!!! >>

Solitamente si associa alla campagna di Russia l’idea della grande e tremenda ritirata, ma non dimentichiamo che per lunghi mesi lì in riva al Don, voi avete combattuto delle durissime battaglie, quali sono i luoghi in cui avete operato e qual’era il vostro schieramento?

<< Il Corpo d’Armata Alpino era posizionato sul quel tratto di Don che va da Belogorje a Nova Kalitva, ed inizialmente erano schierate, partendo da nord, la Tridentina, la Julia e nell’ultimo tratto la Cuneense; seguivano poi lungo la grande ansa del fiume, gli altri 2 corpi d’armata e la 298° tedesca di von Paulus. I primi attacchi e i relativi ripiegamenti di gennaio, a cui io stesso ho partecipato, sono arrivati da nord, a Podgornje e Sergejevka, in seguito all’abbandono del campo da parte delle truppe ungheresi; precedentemente noi della Tridentina e della Cuneense ci siamo dovuti allargare per permettere alla Julia di scendere verso Nova Kalitva dove i russi avevano rotto le nostre linee. Questo era lo schieramento iniziale, logicamente poi con la ritirata tutto ha preso un altro aspetto, e non esisteva più nessun schieramento preordinato. >>

Nella fase iniziale e secondo ciò che voi sapevate, quali dovevano essere i piani per quella campagna?

<< In seguito agli accordi tra Hitler e Mussolini gli Alpini sarebbero dovuti arrivare, a piedi, sino al Caucaso, da qui avrebbero dovuto superare la catena caucasica per poter così scendere verso l’Asia minore, dove, si ipotizzava, che dovessero incontrare le truppe dell’asse provenienti dalla Libia in seguito alla sperata, ma mai realizzata, conquista del nord Africa. I tedeschi volevano finire la guerra prima dell’inverno ed è per questo che proseguivano a testa bassa nelle loro conquiste, lasciando indietro le sacche di resistenza che venivano affidate alle retrovie, le quali con qualsiasi mezzo, anche i più terribili, costringevano queste città alla resa o le inducevano al sacrifico supremo (es. Brest), poi però … sappiamo tutti com’è andata.>>

E quale sarà secondo lei l’accoglienza che ci riserveranno le persone del luogo?

<< Cara, cara, sempre cara, sono sempre molto cari e molto bravi … non avete nulla di cui aver paura, portate solo rispetto … io raccomando sempre a tutti: “nel convento altrui non si porta la propria regola”! La gente del posto a noi ci voleva bene, ci volevano veramente bene … vedevano la differenza tra noi e i tedeschi: i tedeschi per entrare nelle Isbe sfondavano la porta e poi sparavano, noi invece bussavamo, chiedevamo permesso e poi rubavamo … però solo cose da mangiare. Ricordo, una volta in una Isba, ho rubato una gallina ma poi … quasi per vergogna, sono andato in un’altra a mangiarla …>>

Quindi, soprattutto dal momento in cui avete avuto l’ordine di ritirarvi, i rifornimenti … erano solo dei “bottini” che riuscivate a racimolare nelle Isbe o in qualche altro luogo? Ma i rifornimenti “ufficiali”, i cosiddetti ponti aerei … non arrivavano? Come vi rifornivano di cibo e dei mezzi di sostentamento?

<< … Rifornimenti? Non c’era niente, niente, niente, assolutamente niente!! Non avevamo nulla: al momento in cui è arrivato l’ordine della ritirata, abbiamo abbandonato tutto, avevamo solo ciò che stava sulle spalle, e questo vale anche per quel che riguarda le armi: io, al comando del plotone mitraglieri, ho dovuto far abbandonare sul posto le così dette “ranocchie”, i mortai da 45, e portarmi dietro solo le mitragliatrici perché erano quelle che più mi servivano in quella situazione. Anche al fronte non è che si stesse meglio, figuratevi che d’inverno ci passavano dei limoni, congelati, duri come i sassi e d’estate … il grasso anticongelante … Noi avevamo solo la coperta da campo con la quale o ti coprivi la schiena, o ti coprivi i piedi, mentre invece nelle retrovie i magazzini italiani erano pieni di coperte invernali di lana inutilizzate, che poi hanno completamente bruciato… Un elemento fondamentale per ripararsi dal freddo furono le calzature: noi avevamo gli scarponi con i chiodi, che non tenevano il caldo, anzi erano veicoli di freddo, i tedeschi avevano degli stivaletti in cuoio che non riparavano nulla, mentre i Russi avevano i “valenki” dei grandi stivaloni di feltro pressato in cui inserivano carta, stracci o paglia per tenere caldi i piedi; noi eravamo anche fortunati perché avevamo le calze di lana, mentre i tedeschi hanno fatto la guerra con quelle di cotone …! A tal proposito vi racconto un episodio: quando i tedeschi riuscirono ad avvicinarsi a Mosca tanto da vedere le cupole del Cremlino nell’inverno del 1941, l’allora generale Zukov, viste le condizioni meteorologiche, -40°/-45° e ben sapendo che i tedeschi non avrebbero resistito a tali temperature, li attaccò e li sconfisse ricacciandoli lontano da Mosca. I tedeschi subirono perdite grandissime, in seguito ai combattimenti e soprattutto al freddo tanto che molti soldati morirono congelati stando in piedi: ci sono molte testimonianze fotografiche in cui si vedono questi cadaveri in piedi, impietriti … bene, nei giorni successivi il gen. Zukov incontra un gruppo di prigionieri tedeschi ai quali intima di fermarsi; ne sceglie 10 e dice loro “toglietevi gli stivaletti”, i tedeschi attoniti eseguono l’ordine e li posano ordinatamente davanti a loro, poi Zukov prende 10 soldati dei suoi e ordina loro di fare lo stesso, così i 10 russi si sfilano i Valenki e li posano, a quel punto il generale, parlando ai suoi disse “ ecco vedete, loro con quelle scarpe non andranno da nessuna parte, noi invece con i Valenki … arriveremo a Berlino!!”>>

E com’era possibile sopravvivere in quel modo?

<< … ci si arrangiava, quando si incontravano Isbe o altro si cercava disperatamente qualcosa da mangiare e da bere, purtroppo spesso si rimaneva completamento a digiuno. Però c’è stato chi riusciva ad arricchirsi in tali situazioni: soprattutto nelle nostre retrovie, dove i Russi, che avevano bisogno di tutto, si sviluppò una sorta di “mercato nero” tra disperati dove si vendeva di tutto: pane e qualche galletta in cambio di oro o icone.>>

E per quel che riguarda gli armamenti, com’eravate armati e com’eravate preparati? Che differenze c’erano tra i vostri armamenti, quelli tedeschi e quelli russi?

<<… Mah diciamo che le truppe italiane erano molto preparate, anzi, a parte alcuni corpi speciali, vi erano dei reparti che erano completamente a digiuno anche delle minime conoscenze militari, erano degli sbandati, degli inetti, non tanto per colpa loro ma di chi li comandava. Noi avevamo due armi buone, la mitragliatrice Breda 37, quella che nei miei libri chiamo “la pesante”, e il mortaio da 81, mentre eravamo scarsi e poco efficaci con le armi anticarro. I tedeschi avevano invece armi che sembravano essere perfette, ma che quasi subito si rivelarono inadatte alle condizioni di quel tipo di guerra: le loro armi sparavano solo se erano perfettamente a posto, oliate e pulite. Ad un certo punto la politica russa in campo di armamenti cambiò radicalmente e tutta la nazione si dedicò alla loro produzione, così che la Russia arrivò a produrne di migliori di quelli degli “invincibili” tedeschi. Le armate russe usavano i famosi “ pomaliòt” (letteralmente spara-pallottole) calibro 9 che sembravano essere cose da niente, mentre invece erano armi che sparavano in qualsiasi situazione: le tiravi su dal fango e sparavano, le prendevi dalla neve o dall’acqua e sparavano, le “scongelavi” e sparavano … un’arma incredibile, ma soprattutto i russi avevano un bacino di “materiale umano” infinito, riuscirono a mobilitare qualcosa come 10.000.000 di uomini in armi!>>

Le truppe tedesche invece erano meglio rifornite? Avevano equipaggiamenti migliori? Erano più preparate?

<< … mah, forse inizialmente, poi anche loro erano nella nostra stessa situazione, morivano di fame: più di una volta tra i prigionieri tedeschi ci sono stati addirittura casi di cannibalismo … >>

Cosa ci può dire invece del soldato italiano, come persona e come combattente?

<< … Sicuramente eravamo visti meglio dei tedeschi, sicuramente, soprattutto in Russia, la popolazione ci voleva bene, perché abbiamo cercato di non aggiungere mai “disgrazie” alla “disgrazia” che già c’era. Come vi ho già detto alcuni reparti erano ben preparati, altri purtroppo erano dei poverini che avevano solamente tanta paura, ma non era sicuramente colpa loro, ma di quegli ufficiali al comando. E’ stata veramente durissima sia al fronte che durante la ritirata, il cibo era poco o non c’era. Nel ripiegare è successo veramente di tutto: ho visto compagni impazzire, diventare completamente matti, ho visto soldati che uccidevano senza ragione, commilitoni morti assiderati; l’autorità non esisteva più, alcuni ufficiali si sono tolti i gradi per paura di essere riconosciuti dopo catturati, mentre alcuni graduati semplici sono andati al comando di interi plotoni, l’autorità che veniva dal grado non esisteva più, l’unica vera autorità veniva dall’esempio, e non dagli ordini! Alla fine per tutti l’idea era quella di riuscire a tornare a casa, eravamo tutti “sulla stessa barca” e con il mio battaglione, il Vestone, quasi sempre in testa alla colonna, siamo riusciti a riportare verso zone più tranquille decine di migliaia di persone. Del mio plotone mitraglieri siamo rimasti … solo in 3: io, un compagno di Brescia e uno che vive a Vancouver in Canada, con il quale ci siamo sentiti per gli auguri di Natale >>


E cosa avete fatto con i feriti?

<< … eh … cosa volete che abbiamo fatto? Quello che riuscivamo: del mio battaglione siamo riusciti a portare fuori da quella sacca 4 slitte con circa 100 feriti (di questi solo alcuni sono poi riusciti a tornare a casa), ma se questi 100 sono usciti, almeno 500 sono rimasti lì, nella steppa, tra la neve, vicino o dentro le Isbe … ovunque … ovunque andrete lungo il vostro viaggio nella zona che va tra Char’kov e il Don, in ogni Isba, in ogni villaggio, in ogni angolo ci saranno degli alpini morti, ovunque! Ricordatevelo!!!>>


Leggendo i suoi libri, le sue interviste, e guardando anche documentari storici, si vede come oltre al freddo e alla fame, uno dei vostri maggiori problemi sia stata la mancanza di sonno, il non poter riposare almeno per qualche ora … cosa ci può dire?

<< Eh si, in effetti il non dormire, non riuscire a riposare è stata come una condanna. Ricordo che in un violento attacco al fronte non ho dormito per 3 giorni: credevo di diventare matto, stavo impazzendo, non riuscivo più a ragionare. Come le persone che superano gli 8.000 metri in montagna si viene colti da delle visioni: ricordo benissimo che mi capitò di vedere davanti a me la mia stessa immagine che mi parlava, ero io che parlavo a me stesso, ma io vedevo questa persona, realmente, fisicamente, mi sembrava di averla di fronte e mi diceva :“ ... Mario adesso accendi un fuoco per non morire assiderato, Mario vai a vedere che le sentinelle non si addormentino, Mario vai a svegliare il compagno per il cambio della guardia …” e io eseguivo, andavo, accendevo il fuoco, svegliavo il compagno ma… chi parlava era un immagine di me stesso … una situazione incredibile dovuta alla mancanza di sonno, che però mi ha tenuto in vita.>>

Per voi soldati italiani cosa rappresentava questa guerra? Era qualcosa di sentito, a cui partecipavate emotivamente, o era solo un’imposizione?

<< Assolutamente NO, nessuno di noi sentiva questa guerra, né all’inizio, né tanto meno alla fine: tutti volevamo solo tornare a casa, e il prima possibile…>>

Ma non c’era nessun battaglione, tipo camice nere, che magari fosse esaltato da questa guerra o dalla guerra in generale?

<< Si certo, c’erano quelli della Tagliamento, i bersaglieri stessi e la legione croata: loro erano spinti da un inutile odio verso il nemico, tant’è vero che se i russi facevano prigioniero uno di noi lo deportavano, se facevano prigioniero uno di questi gruppi lo uccidevano subito perché sapevano che loro, avrebbero fatto la stessa cosa.>>

Quali sono stati i numeri di questa spedizione in Russia, in quanti siete partiti e in quanti siete tornati?

<< Sul posto eravamo noi del Corpo d’Armata Alpino, e altri due Corpi d’armata per un totale circa di 300.000 soldati o qualcosa di più, siamo tornati a casa in 80.000. Noi Alpini siamo stati quelli con le perdite maggiori: la Tridentina ha riportato a casa il 16% degli effettivi, la Julia e la Cuneense non più del 7-8%. E pensate che grande tragedia sia stata per i russi questa guerra, il loro totale di morti, 20.000.000, supera la somma dei morti di tutte le altre potenze belligeranti, quindi quando sarete lì in mezzo a loro, portate rispetto e non stupitevi di nulla, della loro povertà, del loro stile di vita, dei loro rapporti sociali…>>

La guerra è fatta di militari, luoghi, armi, date, armate e battaglioni, ma soprattutto da persone comuni, esseri umani che provano emozioni fortissime ed hanno sentimenti altrettanto importanti, bene, com’è stato il suo rapporto con la paura e con la morte in quei durissimi anni di guerra e di prigionia?

<< La paura … la paura non fa ragionare, la paura è orribile, ti paralizza, ti fa fare delle cose incredibili, l’ho provata, ma l’eroismo in guerra è vincere la paura, non buttare la stampella contro il nemico, l’eroe è chi ragiona, chi tiene la testa sulle spalle. Bisogna sempre ragionare, sempre, in ogni caso e in ogni momento: se ti sparano addosso, guarda da dove ti sparano, prima di metterti a correre o di fuggire. Questo è quello che io ho cercato di fare, soprattutto quando ad un certo punto avevo grandi responsabilità: ragionare e far ragionare chi era con me, ed in questo modo, posso dire di aver salvato la vita di diverse persone. La morte invece … è qualcosa a cui ci si abitua, purtroppo. La prima volta che vedi un morto in guerra ti fa impressione, poi quando ne hai visti tanti … ti fa impressione essere vivo. Quando vedi morire tanta gente, lo stupore è restar vivo, non morire. Comunque, vi dico una cosa, in guerra di gente che moriva ne ho vista e sentita tanta, ma non ho mai sentito nessuno che mentre moriva gridasse viva l’Italia, o avanti Savoia o viva il Duce, tutti, chiamavano la … mamma…>>

Ci scusi signor Rigoni, ma, cos’è la guerra?

<< … Diceva una vecchio pastore: “la guerra è una brutta bestia, che gira il mondo e ogni tanto si ferma qua e là”. La guerra è una cosa che fa paura.>>

Ma è mai possibile che l’uomo faccia sempre gli stessi errori? Che non impari nulla dalla storia, dalla lettura dei libri, dalle esperienze precedenti? Ma com’è possibile che i tedeschi abbiano ripetuto lo stesso identico errore fatto da Napoleone, senza trarre nessun insegnamento da ciò che era successo?

<< Per quel che mi riguarda, la storia che ho studiato e che ho vissuto, la letteratura che ho letto e le esperienze personali, mi hanno insegnato tantissimo; evidentemente però non per tutti è stato così … basti guardare quello che hanno combinato i tedeschi in Russia, e quello che succede oggi giorno nel mondo.>>

Una volta rientrato in Italia nel maggio del 1945 dopo la guerra e la prigionia, come è continuata la sua vita?

<< Io a 17 anni sono partito militare, ero caporale, sono stato promosso sergente in Albania nel 1940/1941 e in Russia sono stato promosso sul campo e indicato per il passaggio a ruolo di ufficiale. L’8 settembre 43 è arrivata la mia nomina a sotto tenente per meriti di guerra e il conferimento della medaglia d’argento, ma subito sono stato catturato dai tedeschi al passo del Brennero, e spedito in un lager nella Germania nazista. Quando sono rientrato dalla prigionia nel maggio 1945, una volta visti i meriti acquisiti sul campo, mi hanno chiesto di fare la rafferma per poter così entrare nella carriera militate Non ho esitato, ho rifiutato subito. Di queste cose non volevo più sentirne parlare, non mi interessavano più. Diventare ufficiale degli Alpini era stato per me un sogno sin dal giorno in cui a 17 anni ero partito militare, quando tutto questo poteva avverarsi, ho rifiutato! E’ stata dura rientrare a piedi sino ad Asiago dopo 20 mesi di prigionia in un lager: non avevo cibo, non avevo nulla, ero malato, tutti i giorni avevo la febbre, ho rifiutato il ricovero in ospedale, ma … sono rientrato.>>


Una volta terminata questa bellissima chiacchierata abbiamo consegnato al Sig. Mario il gagliardetto del Camper Club La Granda, che ha accettato con estrema simpatia; inoltre ci ha onorati con una dedica ed un autografo scritti direttamente sulla bandiera del Club. Detta bandiera quest’estate ci accompagnerà in quei luoghi che solo grazie al sacrificio suo e di moltissimi altri suoi compagni potremmo visitare in pace. All’esterno della sua casa la neve caduta nei giorni precedenti raggiunge già quasi il metro, mentre ci saluta, qualche fiocco scende ancora, quasi a suggellare questi momenti, l’Amico Mario (scusate la licenza ma l’atmosfera … la richiede) ha concluso salutandoci con una frase piena d’amore e di ricordi

<< Salutatemi il Don e la Russia, quei luoghi sono la mia seconda patria!>


Perdite dei reparti italiani sul Fronte Russo:
Battaglione Vestone ( quello del Sig. Rigoni)
Partiti, con i complementi nr. 1.640
Ritornati compresi feriti e congelati nr. 384
Caduti e dispersi nr. 1256
Corpo d’Armata Alpino (estate ’42, inverno ’43)
Partiti 57.000 uomini – 14.000 quadrupedi, 10.000 automezzi
Caduti e Dispersi: 1.050 ufficiali, 33.100 truppa, feriti e congelati 9.410
ARMIR (Armata Italiana in Russia)
Partiti 229.005 - Caduti 69.042 - Dispersi 74.800

Letture consigliate dal Sig. Rigoni per meglio conoscere le località e le persone dei territori che visiteremo quest’estate:
· “Sergente nella neve e ritorno sul Don” di Mario Rigoni Stern
· “Il placido Don” di Michail Sholochov
· “ I Racconti” di Anton Cekov
· “ I Racconti di Sebastopoli” di Leone Tolstoij



Per informazioni è possibile telefonare al numero 0143-837604 , inviare fax al numero 0143-824406 o e mail a piero.marenco@tin.it

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