Carissimi, so che la "Granda" è
da ieri in ferie, ma oggi, dopo aver letto nei giorni
e mesi scorsi numerosi libri che riguardano le battaglie
sul Don dell'ultima guerra mondiale, mi è venuto
spontaneo descrivere in poche righe la sensazione
che ritengo filo conduttore e sintesi di quegli scritti,
se può essere utile a chi sta per partire per
la Grandavventura. A noi oggi resta la memoria dei
fatti, che rivivono nelle testimonianze dei vivi,
ma basta approfondire le ragioni che hanno indotto
i vivi a tramandare quei fatti, per scoprire che ispiratrici
ed anima di quegli scritti sono soprattutto le voci
di quelli che sono rimasti là, e chiedono con
insistenza di rivivere, nei cuori dei lettori, da
veri protagonisti, al pari dei superstiti.
Livenka voci senza nome.
A Nikolajewka anch’io non c’ero, ma quelle
voci mi chiamano, pretendono attenzione. La morte
non deve colpire due volte!
Non posso tradire la memoria in attesa; ci sono testimoni
in abbondanza. Anche se tardi, m’affido a ciò
che resta.
Le voci, soprattutto le voci confuse nel tempo che
noi non abbiamo vissuto: un fruscio incomprensibile
di vocaboli e sillabe che si trascina fra tanti rumori.
Un miscuglio di suoni da individuare: parole, lamenti,
grida, imprecazioni, rimbombi, nomi, passi, silenzi
che diventano coro.
Così le voci si fanno immagini, e intonano
racconti straordinari
recuperando il vento che torna dal passato, testimone
inconfutabile.
Tridentina, eccoci!
Ufficiali e soldati, alpini, muli, artiglieri, genieri,
gerarchi, generali, pontieri, camicie nere, medici,
preti, eroi, Tedeschi, Italiani.
“Là sotto, il nemico ha sfondato, ha
sfondato!!”
Contatto perso, gli altri gruppi si separano, le voci
si disperdono fra i rombi dell’assalto nemico,
centinaia di mani si intrecciano nell’ultimo
saluto, gli occhi si cercano per raggrupparsi sulla
stessa strada di neve che conduce all’oblìo
o all’abbraccio illusorio di una prigionia salvifica,
per divenire altre voci senza nome e altri nomi senza
voce.
“Occorre far presto! Per opposta direzione aprire
la sacca...Tridentina avanti!”
Quaranta sotto zero!
A noi sono rimasti soprattutto il racconto e l’immagine
di quel velo sottile e udiamo migliaia, migliaia di
voci che chiedono ancora “perché?”,
abbandonate nella balka, vicino al terrapieno, voci
di serventi tra le bocche contorte dei pezzi sull’altura,
voci di soldati presso un isba, insieme, arsi o congelati,
a dividere il posto col nemico, eroi squartati, sbandati
sfortunati, suicidi impazziti.
Le voci, le loro voci impazienti di meritare una vita,
di assaporare oltre la sacca la gloria del ritorno,
di ritrovare il sorriso delle mamme, l’abbraccio
delle spose, di dare una mano al tavolo della pace
e di ricevere la carezza della Patria, riconoscente.
Nulla di tutto questo!
Non era tempo di strette di mano, ma tempo di abbandono:
non c’era tempo… non c’era tempo,
e il compagno intrappolato non poteva avere scampo.
Solo la rassegnazione poteva occupare tutto il tempo
e disponeva di un’attesa infinita nell’umiliazione
del disfacimento.
Voci senza nome, nomi senza voce che percorrono il
tempo nel cuore dei congiunti e perpetuano il ricordo
nella commozione dei sopravvissuti.
La sacca si restringe, urge lo sfondamento: “compagnie,
all’attacco!” Tra colpi di mortaio e cannonate
s’ammassa l’urlo dei superstiti, sono
le voci dei vivi, voci della memoria nell’ultima
breccia all’arma bianca.
Più in là sarà una lunga fila,
nella neve bianca, passo dopo passo, passo dopo passo.
Ma il passo pesa chili, quintali, tonnellate, e si
stampa nella neve divenendo ghiaccio prima di scomparire
sotto un velo sottile che il soffio del vento non
sa disperdere.
Oltre rimane ancora speranza di salvezza: la salvezza
di pochi, i resti consumati di giornate di gloria,
testimoni di un’ultima vittoria, testimoni di
nomi senza voce, di voci senza nome.