CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"


UN RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"

"LIVENKA", VOCI SENZA NOME
di Gian Luigi Bonardi

Carissimi, so che la "Granda" è da ieri in ferie, ma oggi, dopo aver letto nei giorni e mesi scorsi numerosi libri che riguardano le battaglie sul Don dell'ultima guerra mondiale, mi è venuto spontaneo descrivere in poche righe la sensazione che ritengo filo conduttore e sintesi di quegli scritti, se può essere utile a chi sta per partire per la Grandavventura. A noi oggi resta la memoria dei fatti, che rivivono nelle testimonianze dei vivi, ma basta approfondire le ragioni che hanno indotto i vivi a tramandare quei fatti, per scoprire che ispiratrici ed anima di quegli scritti sono soprattutto le voci di quelli che sono rimasti là, e chiedono con insistenza di rivivere, nei cuori dei lettori, da veri protagonisti, al pari dei superstiti.


Livenka voci senza nome.

A Nikolajewka anch’io non c’ero, ma quelle voci mi chiamano, pretendono attenzione. La morte non deve colpire due volte!
Non posso tradire la memoria in attesa; ci sono testimoni in abbondanza. Anche se tardi, m’affido a ciò che resta.
Le voci, soprattutto le voci confuse nel tempo che noi non abbiamo vissuto: un fruscio incomprensibile di vocaboli e sillabe che si trascina fra tanti rumori. Un miscuglio di suoni da individuare: parole, lamenti, grida, imprecazioni, rimbombi, nomi, passi, silenzi che diventano coro.
Così le voci si fanno immagini, e intonano racconti straordinari
recuperando il vento che torna dal passato, testimone inconfutabile.
Tridentina, eccoci!
Ufficiali e soldati, alpini, muli, artiglieri, genieri, gerarchi, generali, pontieri, camicie nere, medici, preti, eroi, Tedeschi, Italiani.
“Là sotto, il nemico ha sfondato, ha sfondato!!”
Contatto perso, gli altri gruppi si separano, le voci si disperdono fra i rombi dell’assalto nemico, centinaia di mani si intrecciano nell’ultimo saluto, gli occhi si cercano per raggrupparsi sulla stessa strada di neve che conduce all’oblìo o all’abbraccio illusorio di una prigionia salvifica, per divenire altre voci senza nome e altri nomi senza voce.
“Occorre far presto! Per opposta direzione aprire la sacca...Tridentina avanti!”
Quaranta sotto zero!
A noi sono rimasti soprattutto il racconto e l’immagine di quel velo sottile e udiamo migliaia, migliaia di voci che chiedono ancora “perché?”, abbandonate nella balka, vicino al terrapieno, voci di serventi tra le bocche contorte dei pezzi sull’altura, voci di soldati presso un isba, insieme, arsi o congelati, a dividere il posto col nemico, eroi squartati, sbandati sfortunati, suicidi impazziti.
Le voci, le loro voci impazienti di meritare una vita, di assaporare oltre la sacca la gloria del ritorno, di ritrovare il sorriso delle mamme, l’abbraccio delle spose, di dare una mano al tavolo della pace e di ricevere la carezza della Patria, riconoscente.
Nulla di tutto questo!
Non era tempo di strette di mano, ma tempo di abbandono: non c’era tempo… non c’era tempo, e il compagno intrappolato non poteva avere scampo. Solo la rassegnazione poteva occupare tutto il tempo e disponeva di un’attesa infinita nell’umiliazione del disfacimento.
Voci senza nome, nomi senza voce che percorrono il tempo nel cuore dei congiunti e perpetuano il ricordo nella commozione dei sopravvissuti.
La sacca si restringe, urge lo sfondamento: “compagnie, all’attacco!” Tra colpi di mortaio e cannonate s’ammassa l’urlo dei superstiti, sono le voci dei vivi, voci della memoria nell’ultima breccia all’arma bianca.
Più in là sarà una lunga fila, nella neve bianca, passo dopo passo, passo dopo passo. Ma il passo pesa chili, quintali, tonnellate, e si stampa nella neve divenendo ghiaccio prima di scomparire sotto un velo sottile che il soffio del vento non sa disperdere.
Oltre rimane ancora speranza di salvezza: la salvezza di pochi, i resti consumati di giornate di gloria, testimoni di un’ultima vittoria, testimoni di nomi senza voce, di voci senza nome.



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