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Ai tempi del ginnasio, quando si voleva sottolineare
come l’essenza dell’uomo fosse quella di
conoscere, di verificare, di apprendere e non solo quella
di vegetare e che proprio in questo stava la differenza
con gli altri esseri del regno animale si scomodava
Dante Alighieri ed il suo “Fatti non foste
a viver come bruti, ma a seguir virtute e conoscenza”.
Da quando questi versi sono stati scritti sono trascorsi
quasi ottocento anni: erano attuali in quei tempi, lo
sono ancora adesso, anzi in questa stagione nella quale
il particolare viene preferito al generale e l’uomo
tende a perdere di vista la socialità dei problemi,
ricordare come sia importante conoscere per potersi
formare un giudizio completo o anche solo per essere
in grado di confutare o di reggere un confronto, è
quanto mai importante.
Il mondo del turismo per troppo tempo, invece, è
vissuto di virtuale: sono nati i villaggi vacanza e
sono significativi i racconti di quanti si sono trovati,
in Africa e non solo, in mezzo a finte scaramucce tra
tribù che imitavano antiche lotte e che spaventavano
( o almeno cercavano di farlo…) le persone per
far provare loro qualche brivido nella schiena e, tanto
per dirla col Carducci, “tirare quattro paghe
per il lesso”.
Alberghi splendidi, super confortevoli, ricchi di ogni
opportunità sono così sorti in squallide
periferie, completamente avulsi dalla realtà
che li circondava, ospitando incuranti e, a volte inconsapevoli,
persone convinte di trovarsi in località da sogno
e che non si rendevano conto, invece, che a pochi passi
da una rete nascosta da ricchi arbusti e da splendide
palme, vi erano un mondo ricco di sofferenza, di stenti,
di privazioni, ma anche di un patrimonio di cultura,
di tradizioni, di folclore che era difficile immaginare
all’interno dei paludati locali dell’albergo
ove l’aria condizionata faceva a gara con la filodiffusione
e con l’animatore di turno per rendere confortevole
la permanenza.
Per carità, nessun intento di criminalizzare
o di condannare chi decide di trascorrere in modo virtuale
il proprio tempo libero, le ambasce e le preoccupazioni
della vita sono già tali e tante che i canonici
quindici giorni di relax è giusto passarli come
meglio si crede.
Poi, però, torna alla mente Dante, e quei versi
imparati a scuola “…fatti non foste…”
tornano alla mente e contribuiscono a fare la differenza,
a creare una demarcazione netta tra il reale ed il virtuale,
tra il conoscere ed il veder rappresentato, tra l’assaporare
e lo scimmiottare.
Il turismo di movimento coniuga, sotto questo profilo,
la vera essenza dell’essere umano, spinto a muoversi
per conoscere e non solo per immaginare, desideroso
di vedere con i propri occhi e non solo attraverso le
rappresentazioni di un documentario, anelante di vivere
la realtà e non solo di farsela raccontare attraverso
le mediazioni e l’indolcimento di qualche professionista
del tempo libero.
Così, nel suo vagare tra una nazione e l’altra,
tra un paesello e l’altro, il turista itinerante
s’immedesima nelle realtà, scopre le differenze,
le apprezza, le valuta, le critica e si forma quel bagaglio
di conoscenze che contribuisce a farlo definire “ambasciatore
di pace”.
Ricordo i mesi che precedettero la guerra civile jugoslava,
il mio vagare tra la Bosnia e la Croazia, il verificare
come il corto circuito fosse in atto, o le esperienze
tra i lapponi o tra i popoli del Magreb, ma anche la
ricerca del particolare e le differenze tra piatti in
apparenza simili cucinati a pochi chilometri di distanza
o il gioco di apprendere come, nella stessa regione,
pur parlando il medesimo dialetto, certe parole assumano
significati assolutamente diversi.
E’ la cultura del territorio che viene esaltata
da chi si muove e predilige il conoscere ed il verificare,
è l’esaltazione, questa, delle differenze
che contribuiscono a formare una nazione vera e non
solo, anche qui per scomodare la storia, una “espressione
geografica”.
Quello che altri c’invidiano è il nostro
essere diversi, il nostro saperci immedesimare nella
vita dei paesi senza mediazioni, anzi rifiutandole con
forza.
Il funerale di Mosca e quello di Ankara, il matrimonio
scozzese e quello siciliano, il modo di festeggiare
dell’Irlanda e quello della Grecia, sono sì
diversi, addirittura agli antipodi, ma sono unificati
sempre e comunque dagli occhi di una donna innamorata,
di un uomo sofferente, di un bambino che cerca di comprendere…e
questo a qualunque latitudine.
Perché comunque ed in ogni caso, anche con modi
diversi, l’essenza dell’uomo è sempre
la medesima, si modificano i comportamenti, ma non la
parte più intima ed essenziale di ognuno di noi
e questo chi viaggia col camper ben lo conosce.
Di qui la necessità di fare un passo avanti,
di cercare di esaltare l’importanza che la cultura
del territorio riveste nel nostro modo di intendere
ed interpretare il tempo libero, di qui la necessità
di legare sempre di più il camper con la cultura.
Non per distinguerci o per dire che siamo migliori degli
altri, ma perché diversamente da così
non può essere.
La cultura del territorio non può essere interpretata
in modo diverso. Costituisce, infatti, un tutt'uno con
le necessità primarie di chi si muove con un
veicolo ricreazionale per conoscere, esploratore del
terzo millennio, con tutti i confort, ma con le medesime
pulsioni dell’Ulisse dantesco.
“Fatti non foste a viver come bruti….”
Ecco perché camper e cultura debbono viaggiare
insieme: di qui le ragioni di una nuova scommessa, di
una nuova porta che si apre sulla filosofia di comportamento
di chi viaggia per divertirsi, ma anche per conoscere,
apprezzare, amare il proprio simile e per rendersi conto
che proprio dalle differenze si forma quell’essenza
unificante che prende il nome di umanità.
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