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La mia cinquecento? Un sogno, una compagna, un mito
di Gian Luigi Bonardi |
Ex collegiale, studente universitario, per raggranellare
qualche lira da utilizzare per sentirmi almeno parzialmente
autonomo nel pagamento di studi, abiti ed altro, avevo scelto
diversi occasionali part time: servente in un selfservice,
correttore con linotype di bozze in lingua greca, impiegato
in una ditta di cere, battitore di indirizzi, aiutante benzinaio
e commesso presso l’ufficio legale paterno. La fine
degli anni sessanta erano testimoni di numerose situazioni
analoghe alla mia, mentre le voci e i rumori del tempo echeggiavano
di contestazione e rinnovamento, di lotta continua e maggioranza
silenziosa, di anarchia, comunione, liberazione, extraparlamentarismo,
libertinaggio. Quella crisi esistenziale e di valori provocava
il rapido dilagare di sentimenti di anticlericalismo, di antiautoritarismo,
di libertà sessuale e religiosa, e si insinuavano nelle
abitudini di molti giovani l’uso di spinelli e anticoncezionali,
e, nelle occasioni peggiori, anche di bottiglie Molotov e
sacchetti ripieni di porfidi. Sacco a pelo ed eskimo erano
gli abiti distintivi dei nuovi “monaci della rivoluzione”,
ed il “sessantotto” premeva sul contesto sociale
come una sgradevole ma irrefrenabile necessità.
In quel contesto storico il sogno per il quale qualche anno
prima ero costretto a ripetermi “Non ho l’età
per amarti”, stava per avverarsi, con la complicità
della definitiva caduta in disuso del mio “brivido blu”,
la mia prima, si fa per dire “automobile”, una
vecchia seicento rifilatami da uno dei miei fratelli, ormai
priva di qualsiasi elemento utilizzabile, abbandonata definitivamente
in una piazzetta di Stresa, senza troppo rimpianto.
Sottoscritto un favorevole finanziamento, la mia sfavillante
cinquecento color “latte macchiato”, con quell’odore
di nuovo che la pelle del suo interno ti lasciava dentro i
polmoni, accolta con l’emozione di un “maturando”
si affidava alle mie cure, quasi che mi dicesse “Io
ti amo, tu mi ami, che c’importa della gente….”.
E fu subito filling, una compagnia utile e divertente, anche
in considerazione del fatto che papà aveva sempre rifiutato
di possedere una patente di guida, e quel piccolo, confortevole
mezzo di trasporto era presto divenuto anche il suo “taxi”
verso l’ufficio e la comoda “mini quattro ruote”
pronta a macinare chilometri per raggiungere d’estate
la famiglia nei luoghi di villeggiatura. Ricordo in proposito
un breve viaggio verso Macugnaga, che la dice lunga sulla
nostra imprudente sopravalutazione della sua capienza, che
sperimentavamo di volta in volta, inserendo nell’abitacolo
la più svariata qualità e quantità di
bagagli (ed altro). Quella volta, oltre al sottoscritto, alla
fidanzata Ludovica, a papà e mamma ed ai bagagli necessari,
erano “entrati in macchina” anche la gattina Cincirlini,
con i tre cuccioli “Prrr”, “Pucci”
e “Sgraffia”; il criceto “Beppe” nella
sua scatola di cartone debitamente forata; i due canarini
gialli nella loro apposita gabbietta ed infine “Pissi”,
il pesciolino rosso che mostrava tutta la sua sofferenza per
quell’essere indebitamente sballottato, sotto lo sguardo
perplesso di papà che reggeva fra le mani la sua boccia
di vetro. Una tappa speciale, una vera e propria indimenticabile
“Vecchia fattoria” ambulante.
La mia cinquecento ebbe anche la brutta sorpresa di farsi
ritrarre un nefasto giorno su tutti i giornali milanesi e
nazionali in prima pagina, accanto al sottoscritto ed a papà,
che, usciti dall’ufficio per recarci a casa, eravamo
stati testimoni in via Larga di uno dei purtroppo numerosi
eventi luttuosi della contestazione studentesca ed operaia.
In quella sventurata circostanza perdeva la vita a pochi metri
da noi, l’agente Annarumma. Il mattino seguente, sotto
casa mia, una pattuglia di polizia fermava e controllava il
sottoscritto, procedendo ad una accurata ma rispettosa perquisizione
anche della mia autovettura.
Una cinquecento che si rispetti doveva anche essere in gardo
di offrire complicità, una dote che chissà quanti
dei miei coetanei sono oggi disposti a riconoscerle senza
eccezione.
Era la sera del 2 febbraio. La festa parrocchiale presso le
suore di Via Poma era ormai in pieno svolgimento, e nel mio
cuore racchiudevo già da qualche tempo la timida voce
di un desiderio da esprimere “nel momento opportuno”
. Ludovica era come “la ragazza del clan”, si
aggirava in quella folla di scout e scolte sorridendo e raccontando,
distribuiva piatti di carta ripieni di pizzette, fette di
prosciutto, formaggio, olive nere e di tanto in tanto incrociava
il mio sguardo, quasi che si compiacesse di trovarmi lì
e fosse in attesa di qualche cosa che ancora oggi sfugge alla
mia comprensione. Sapevo che Roberto quella sera sarebbe stato
il mio rivale, perciò la mia istintiva timidezza da
collegiale suggeriva un comportamento di attesa e di riflessione.
Qualche cosa successe fra i due, e mi vidi recapitare all’improvviso
dalle mani di Ludovica una succulenta mela verde, che addentai
spinto da uno strano soffio di speranza. In seguito le cose
presero un verso favorevole. Giada, la simpatica amica sfortunatamente
portatrice di handicap, aveva bisogno di un accompagnatore
per raggiungere l’abitazione a Monza. Ludovica non attese
altro, e propose di accompagnarla approfittando del sottoscritto,
dotato di una nuova fiammante cinquecento. Tanto vano era
stato il tentativo di Roberto di essere della partita, quanto
deciso era stato invece il rifiuto di Ludovica di accettarlo
come nostro compagno di avventura. Quella sera Giada giunse
a destinazione, e nella cinquecento rimanemmo appartati, al
caldo del motore acceso, fino alle quattro del mattino. Fu
un insieme di confidenze, di piccole promesse, di sguardi,
di silenzi, ma la fatidica “dichiarazione” non
volle scollarsi dal mio cuore, che pareva suggerirmi “che
cosa posso fare per te?...”. Ludovica ascoltava, sorrideva,
annuiva, aspettava, e nel suo sguardo ebbi la sensazione di
leggere “come te non c’è nessuno”.
A quel punto un poliziotto bussò al vetro, chiese spiegazione
sul fatto che una minorenne si trovasse al volante di una
autovettura con motore acceso, poi controllò la mia
patente, ammiccò un sorriso e “non le sembra
un po’ tardi?...signorina, le consiglio di entrare in
casa…sarà attesa, non le pare?”. E mentre
i nostri pensieri si confondevano con un “non arrossire
se ti do un bacio…” e un “ci compreremo
una nuvola in ciel… “, la simpatica cinquecento,
con uno sbadiglio frettoloso, spense il proprio motore, forse
rammaricandosi di non possedere anch’essa un cuore vero.
Da quel momento l’amichetta quattroruote divenne assidua
accompagnatrice di tutte le scorribande della nostra felice
aggregazione, per la quale divenne un vero e proprio mito.
Dopo averci trasportato tra le braccia della Maremma toscana
per un riposo notturno in sacco a pelo sui comodi sedili ribaltabili,
ed averci accompagnato a visitare numerosi parchi naturali
in sperdute località montane, sempre complice della
costruzione del nostro solido rapporto d’amore, la cara
ed ormai attempata cinquecento ebbe l’onore di partecipare
parzialmente al nostro viaggio di nozze. Meta prevista per
noi un villaggio vacanze ad Arbatax; per lei un rimessaggio
di qualche giorno a Pisa.
Questa volta, nel ritorno da Pisa a Milano, avevamo proprio
esagerato nel confidare nella capacità della nostra
cara accompagnatrice di sopportare il peso di tutto ciò
che ci eravamo portati dietro. Sull’autostrada, nelle
vicinanze di Serravalle Scrivia lo sforzo immane della cinquecento
non fu sufficiente a impedire la rottura del semiasse. Ferita
e desolata la poveretta salì alle tre del mattino sul
carro attrezzi. Purtroppo per lei era giunta l’ultima
ora. Rimase presso la carrozzeria che la ospitava, e a nulla
valsero le ragioni di un suo recupero. Ci lasciò così,
senza un addio. Mi piace pensare che forse allora aveva avuto
la stessa sensazione di rimpianto che ancora segue il nostro
amore in continua crescita, inconsapevole di avere avuto un
piccolo ma importante ruolo nella nostra storia che continua,
con la sua immagine ancora impressa nei nostri ricordi più
belli.
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