CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"




La lettera dal Circolo Culturale “Insieme”
RACCONTI: UNA GITA IN AUTOMOBILE
di Reno Masoero

Mi riferisco ad un po’ di anni addietro, e per essere più precisi all’inverno ’51-’52, epoca in cui quello che considero da sempre un mio grande amico si era messo in testa di conquistarsi, anche a costo di mille sacrifici, la più ambita delle comodità del nostro secolo: l’automobile!
Erano mesi,infatti, che mi toglieva parola e respiro per questo suo pallino.
Ogni nostro incontro, fosse sotto i portici o al caffé o dal barbiere, finiva sempre con la stessa solfa.
Dai canto mio avevo tentato a più riprese, ma inutilmente, di riportarlo alla realtà,sbattendogli sotto il naso un sacco di fondate argomentazioni, non ultima quella del pericolo che l’ufficio Imposte si accorgesse finalmente di lui ed incomin¬ciasse a tartassarlo a dovere.
Niente da fare, perché dovete sapere che l’amico ha sempre posseduto tra le molte altre doti quella di essere ragionevolmente cocciuto.
Cosicché una bella sera, ritornando per l’ennesima volta sull’argomento, mi annunciò che avrebbe rotto ogni indugio e che l’indomani si sarebbe recato a Torino per conclu¬dere l’affare.
Non mi precisò quale tipo di vettura aveva scelto e si limitò a dirmi, dandomi la buonanotte con aria da carbonaro: “Trovati in Piazza del Pallone alle sedici di domani pomeriggio. Per quell’ora conto di essere di ritorno e...sbalordirai!”.
Ci salutammo e mi rimase in gola il solletico della curiosità tanto è vero che l’indomani, con buoni venti minuti di anticipo, mi trovavo in piazza ad attenderne l’arrivo.
E lo attesi davvero per un bel po’perché, diciamolo sinceramente, il mio amico, oltre che essere sbadato quant’altri mai, soffriva e soffre tuttora di un inesplicabile complesso del ritardo.
Come Dio volle,però, finì per spuntare a bordo dì un petulante macinino color “verde ostaggio”, dotato di ruote anteriori palesemente in disaccordo, e si fermò dinanzi a me con l’aria del pioniere. Il motore diede ancora due commoventi singhiozzi e poi, con un sospiro degno del grande Amleto, cadde profondamente nel sonno dei giusti.
L amico, data la sua mole piuttosto vistosa, faticò non poco ad uscire da quel barattolo verni¬ciato e poi, con la gioia che gli sprizzava da tutti i pori, mi apostrofò: “Ciao, sono puntuale nevvero? Che ne dici di questa splendida Topolino?”
“Beh! , gli risposi, mica male come primo assaggio! Ti ha piantato grane a venir su?”
“Grane? Ma fammi ridere! Sali e te ne accorgerai se non ho fatto un affare”.
Ma il “barattolo” era stanco morto e non ci fu verso di smuoverlo: cosicché, invece di prendere la via di casa sua ci dirigemmo a spinta verso l’autofficina.
Il motorista lo ispezionò e lungo e minutamente con aria più che professionale.
Tentò più volle di rimetterlo in moto bofonchiando non so quali litanie propiziatorie e poi, considerati vani i suoi lodevoli sforzi, sentenziò a mezza voce:”Bisognerà smontarlo tutto! Ci vorranno un paio di giorni ma, lo giuro ve lo restituirò come nuovo fiammante!”.
Acconsentimmo col pianto nel cuore giacché non c’era altro da fare ed una settimana dopo il trabiccolo era pronto per l‘inaugurazione.
Decidemmo allora di puntare su. Torino con le rispettive metà per andarci a godere la rivista di Wanda Osiris che, in quei giorni di gennaio, come sempre nel suo stile, stava “scendendo” tutta in ghingheri e tra uno stuolo di belle fanciulle la scalea ricavata sul palcoscenico del tèatro Alfieri.
Il viaggio di andata si svolse normalmente.
Assunse poca importanza il fatto che mia moglie ed io, avendo viaggiato accucciati nel “retro”, non riuscissimo - una volta giunti in città - a riprendere il normale incedere in dotazione ai bipedi se non dopo una buona mezz’ora.
Minor importanza assunse per altro un principio di congelamento al mio piede sinistro, omaggio di una fessura della portiera alquanto sgangherata.
Eravamo in stato di euforia e, dopo aver goduto come “claque” delle discese libero della biondona ed aver patito i suoi poco chiari vocalizzi su una canzone nata bella, ma caduta in disgrazia agli Dei, andammo a cenare in una “piola” della collina torinese.
La buona cucina e l’ottimo vino della Casa aggiunsero il tocco definitivo al nostro precedente stato di grazia e, sbronzetti anzichenò, riprendemmo alle quattro del mattino la strada dei nostri monti. L’amico, cui non mancava e non manca tuttora un’estrema facilità di parola, si esprimeva addirittura a raffiche non perdendo qua e là occasione di magnificare con voli pindarici la sua “creatura metallica”.
Io lo assecon¬davo a tratti perché gioivo della sua stessa gioia mentre le mogli, accucciate nel “retro”, si scambiavano reciproche ed entusiastiche impressioni sui costumi e sui ballerini della rivista.
Il ritorno,però, cominciava a presentare qualche difficoltà di ordine tecnico.
Un paio di volte dovetti scendere per togliere con mezzi biologici il ghiaccio dai parabrezza e, verso Torre San Giorgio, mi toccò cambiare un pneumatico che era diventato una specie di colabrodo.
Durante tutti questi maneggi l’amico, che non si era mai tolto i guanti, e le due donne (sempre accucciate nel “retro”) mi diedero sovente consigli quanto mai inopportuni, lamentandosi a più riprese della mia imperizia in fatto di meccanica.
Riprendemmo infine il trotto usuale e si era ormai all’uscita da Costigliole Saluzzo quando lui ebbe la malaugurata idea di esclamare con enfasi eccessiva:
Ancora una diecina di minuti e poi siamo tutti a nanna! Bella gita vero? Tutto in fondoé filato alla perfezione!”.
Non aveva ancora finito di parlare che si udì un colpo secco come un mortaretto, poi un penoso lamento di lamiera strisciante sull’asfalto con susseguente sbandamento del macinino e, di botto, mi trovai incollato al tettino con mille cerchietti in testa!
Le mogli si misero a belare come pecore impazzite ed io, tastandomi un vistoso bernoccolo, riuscii ancora a scorrere alla luce dei fari tremolanti una ruota che lasciava sdegnosamente la nostra compagnia. Finimmo contro un muretto di cinta senza altre conseguenze e mi voltai allora verso il responsabile di quei tentato omici¬dio con intenzioni piuttosto bellicose.
Era talmente smarrito che rai fece una pena immensa, quasi fosse il Napoleone di Waterloo; pensai, quindi, che non era affatto bello infierire sui vinti ed uscii da quella specie di “Confezione Cirio” per andare a cercar soccorsi…
Fu così che in una polare mattinata di gennaio del ‘52, montato su una “baròcia” trainata da una nobile coppia di buoi, fece ritorno al paesello un petulante macinino color “verde ostaggio” le cui ruote anteriori, palesemente in disaccordo, s’erano decise infine a divorziare!


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