CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"


UN RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"

PAPA' DINO IN RUSSIA CON IL 37° BATTAGLIONE MORTAI DELLA DIVISIONE "RAVENNA"
di Piero Marenco

Premessa
Il Papà Dino, classe 1922 ricorda ancora abbastanza bene la sua avventura in Russia sul Don, quando nel pieno dei suoi vent’anni, è stato inviato insieme a tantissimi tanti altri giovani italiani in quella che a posteriori può essere considerata una delle più grandi disfatte che la nostra storia moderna ricordi.
Oggi 5 Luglio 2005, proprio il giorno del suo 83 esimo compleanno ho pensato di regalargli (oltre alla torta e al nostro affetto di figli) anche questa pagina di storia sul nostro sito internet, pagina nella quale ho raccolto l’intervista che ho avuto il piacere di proporgli sui suoi ricordi, ancora vivi per quanto riguarda gli avvenimenti accadutogli, un po’ meno precisi nel ricordare esattamente i nomi dei tanti luoghi attraversati ma che comunque spero diano al lettore un quadro abbastanza completo di quello che è stata la sua avventura sul Don.
Pensare che tra meno di un mese il sottoscritto con altri amici del Camper Club La Granda possano con i loro camper andare a percorrere i luoghi che 60 anni fa sono stati il teatro di quella terribile guerra mi da un’emozione che non è descrivibile in poche righe. Anche il papà stesso durante il suo racconto più volte si è complimentato con il nostro gruppo per la determinazione di recarci in quei luoghi che li ha visti a loro insaputa protagonisti di una pagina di storia e per questo motivo nel raccontarmi (per la prima volta in vita sua) la sua storia, mi ha detto che lo ha fatto per darmi il più possibile l’idea di quello che hanno vissuto.
Nonostante la sua terribile avventura mi ha detto di avere un buon ricordo del popolo russo, dell’umanità che anche molti di loro (specialmente anziani e donne) hanno dimostrato nei loro confronti, umanità sempre ricambiata nel contattare le persone incontrate sul loro cammino come esseri umani e non come nemici.

Il racconto/intervista a Dino
Avevo vent’anni quando nella primavera del 1942 iniziai il mio servizio militare nel 37° Fanteria "Ravenna".
Sapevamo poco o nulla circa l'andamento della guerra e nessuno di noi poteva immaginare quello che ci sarebbe aspettato nei mesi successivi. Il viaggio di avvicinamento al luogo a noi destinato durò circa una settimana. Attraverso Piacenza, Verona, Trento, Bolzano e il Brennero, lasciammo l'Italia entrando in territorio austriaco, attraversammo la Germania e la Polonia passando da Varsavia per scendere a Brest, Minsk, Gomel e infine Vorozba.
Durante il viaggio abbiamo subito più volte attacchi da parte dei partigiani locali ed eravamo sempre in guardia contro eventuali azioni di sabotaggio al treno
Viaggiavamo stipati sino ad oltre 40 persone per vagone con il nostro equipaggiamento personale costituito dallo zaino, coperte, maschera antigas, giberne, elmetto e munizioni e dato il minimo movimento che potevamo fare, avevamo le gambe molto indolenzite ed appena scesi facevamo fatica a camminare.
Iniziammo una faticosa e interminabile marcia di mille chilometri che ci avrebbe portati fin sulle rive del fiume Don. Camminammo per quasi due mesi, su strade di campagna che quando pioveva si trasformavano in pozzanghere e fango.
In questa fase avemmo i primi contatti con gli abitanti dei luoghi attraversati, persone miseramente vestite e che a volte ci salutavano con la mano, erano gente umili, contadini che vivevano di quel poco che traevano dalla loro terra.
In quei giorni percorrevamo circa 25/30 chilometri al giorno con il nostro zaino sulle spalle, alla sera ci accampavamo montando la nostra tenda e vi era solo il tempo per consumare una frugale cena prima di addormentarci distrutti dalla fatica. Abbiamo avuto problemi con l’acqua potabile, e molti hanno avuto problemi intestinali e con i piedi che non reggevano agli sforzi ai quali erano sottoposti ottenendo come risultato delle vistose e doloranti piaghe.
Attraverso Pavlograd, Petrapavlovka, Stalino, Nikitino e Vorosilovgrad, dopo aver attraversato il Donec su un ponte di barche costruito dai nostri genieri, sostammo per un giorno a Poskovo, poi attraverso Novo-Nikolsk arrivammo sul Don.
Alla divisione "Ravenna" era stata affidata la difesa, sulla sponda occidentale del Don, di un tratto in cui il fiume disegna un'ansa, detta di Verlhe Mamon dal nome di un paese situato sulla sponda in mano ai russi denominata da noi “quota 220”. La compagnia Comando e il Comando di Sanità e sussistenza, si sistemarono a Filonovo, un paese poco lontano. Nella nostra zona erano altre divisioni italiane: la "Sforzesca", la "Cosseria" e la "Pasubio".
Preparammo le postazioni nel terreno per poter far fronte in modo più sicuro al nemico.
La postazione era un buco che abbiamo scavato noi, profondo 2 metri lungo 3-4 metri e largo 2 metri con qualche gradino per poter uscire. All’interno abbiamo realizzato dei letti a castello con dei pali e del fil di ferro, per terra solo paglia. Nella buca ci sistemammo in una decina di persone.
Come tetto avevamo piante e felci di rami vari ed un telo, il tutto, doveva tenere in seguito, il peso della neve. Per chiudere l’ingresso del rifugio una tenda di juta.
Più avanti di circa 200/300 metri vi era un’altra postazione e così via. Tutti questi rifugi/postazioni erano collegati da un fossato di camminamento che abbiamo scavato a mano con picco e badile.
Il mattino dopo ricevemmo subito il benvenuto dai Russi, arrivò una scarica di colpi di, un'arma micidiale (Katiuscia) il cui fuoco ci sarebbe in seguito diventato familiare.
Sul fronte facevamo turni di 2 ore, io ero caporale.
Per la stagione fredda ci è stato dato una stufa in ghisa piccolina (definita a quei tempi maialino) che doveva scaldarci tutti.
Avevamo fiammiferi e carta per accendere il fuoco, la legna non mancava e veniva tagliata di notte con molta attenzione e portata poi nel rifugio.
Avevamo i rifornimenti solamente alla sera, ma non sempre. Essi consistevano in un minestrone completo, da bere del vino, quando è aumentato il freddo il vino arrivava gelato e dovevamo tagliarlo con la baionetta. Niente frutta e verdura, un po’ di formaggi a volte e pane molto duro e secco
Al mattino per colazione due gallette secche mentre alle 12 si saltava.
Si facevano turni di 24 ore continui e se vi era un problema o un allarme il rancio non poteva arrivare a noi e allora per quella sera si saltava e dovevamo dosare le gallette che un po’ tutti avevamo.
Anche il nostro vestiario era inadeguato, avevamo lo stesso paio di scarpe che ci avevano dato alla partenza e che i mesi di marcia continua avevano ormai reso del tutto logore, avevamo un solo paio di pantaloni, per l'inverno avevamo solo il cappotto militare normale, senza guanti.
Agli inizi di novembre ci fecero avere quattro cappotti imbottiti di lana con guantoni e zoccoli dì legno con l'interno di pelliccia che furono usati per i turni di guardia.
Nella pausa dei turni di guardia si facevano due passi da una postazione all’altra all’interno del camminamento.
Le condizione igieniche erano disastrose, non abbiamo mai potuto lavarci ne farci la barba ne i capelli.
Unico contatto con qualcuno, il telefono a filo con il comando indietro di 500 metri rispetto a noi anche loro in un rifugio tipo il nostro ma molto più grande.
Non avevamo nessuna informazione dal mondo, di quello che accadeva intomo o su altri fronti della guerra, non potevamo scrivere nulla e le uniche notizie che avevamo erano quelle di “radio fante” il passa parola tra i vari commilitoni.
Verso la metà di novembre il Don gelò completamente e questo non fece che accrescere le nostre preoccupazioni, di notte i russi spesso penetravano all'improvviso nei camminamenti e nelle buche delle postazioni, prelevando uomini ed armi; il fiume gelato e la nebbia facilitavano queste azioni, per cui bisognava stare attenti a non farsi sorprendere.
L'attacco alle nostre postazioni iniziò all'improvviso all'alba del 16 dicembre.
Fu un fuoco continuo per l'intera giornata. Nostri aerei bombardarono e mitragliarono le postazioni russe e anche la nostra artiglieria si fece sentire, senza tuttavia riuscire a far tacere il fuoco avversario. Si sparava dappertutto e non capivamo più niente. Nel pomeriggio arrivò l'ordine dì ripiegare con armi e materiali. Ci portammo in spalla oltre alle armi e allo zaino pesanti cassette di munizioni. Ci avviammo verso Solonzj ma non c'era più nessuno, anche l'artiglieria aveva ripiegato, per cui ricevemmo l'ordine di recarci a Filonovo con le armi. Lungo la strada aerei russi cominciarono a sganciare bombe su di noi e a mitragliarci. Riuscimmo con poche perdite ad arrivare al paese che ormai era notte, dopo esserci ristorati in parte con una gavetta di brodo, ci sistemammo in alcune buche per alcune ore di sonno.
Ad un certo punto nel pieno della notte sembrava che dovessimo riportarci nelle postazioni che avevamo abbandonato nel pomeriggio e così caricammo nuovamente il materiale e ci mettemmo in marcia.
Sulla strada però trovammo tanto materiale, più in là scorgemmo altri morti nella neve e restammo confusi, non capivamo che cosa stesse succedendo ed allora ripiegammo nuovamente
Ormai il fronte non esisteva più, tra di noi molta confusione: l’esercito Russo, vinta ogni resistenza, stava penetrando in profondità nelle nostre linee ed i comandi, saltati tutti i collegamenti, si trovavano nell'impossibilità di dare ordini. Non restava che tornare indietro, seguendo il proprio intuito.
Ricevemmo l'ordine di "arrangiarsi" con qualsiasi veicolo per raggiungere una località posta una trentina di chilometri prima di Rossoch, purtroppo i veicoli ancora "in moto" erano veramante pochi e così non ci restava che la forza delle nostre gambe.
La ritirata fu una lunga interminabile marcia, in mezzo al gelo, con una temperatura che arrivava a sfiorare i quaranta gradi sotto zero, fra le imboscate dei partigiani locali, gli attacchi dei sciatori in tuta bianca, la minaccia costante degli attacchi aerei.
Ci muovevamo in colonna a forma di un lungo serpentone, camminavamo a fatica, alla sera ci fermavamo cercando delle “Isbe”, piccole e abitate da vecchi, donne e bambini del posto e si dormiva anche noi come si poteva, delle volte anche in piedi. Alcune volte ci offrivano povere cose (patate lesse, specie di te caldo, qualche cucchiaio di miele ecc) che toglievano alla loro famiglia, devo dire che in questa fase di ritirata la generosità delle persone del luogo incontrate era veramente ammirevole.
Il mattino dopo, complice la bufera notturna trovavamo difficoltà a riprendere la marcia non essendo più presente nessuna traccia precedente. Continuava così la nostra penosa marcia a ritroso, dopo Rossoch proseguimmo verso Vorosilovgrad sempre facendo i conti tutti i giorni con la fame, il freddo, le incursioni frequenti dei Russi che cercavano di chiuderci in zone dalle quali non saremmo più riusciti ad andare via.
Sono stati giorni di tragici, dove vedevamo cadere ogni tanto un nostro compagno congelato o stremato, sin che era vivo facevamo il possibile per aiutarlo e per portarlo con noi, purtroppo quando spirava dovevamo lasciarlo sul posto, non vi era tempo per fare nulla, ne per pensare a nulla e le nostre energie fisiche e la nostra lucidità mentale erano piuttosto al ribasso. I morti erano poi tantissimi, troppi per poter pensare di fare qualcosa, visto lo stato del terreno, duro e ghiacciato non si poteva dare loro neppure sepoltura e lasciarli al loro destino era la cosa che mi faceva più male, anche perchè tutti noi pensavamo "il prossimo potrei essere io". Non potevamo neppure prendere le loro piastrine da portare alla famiglia, primo perchè era divvicile in un corpo rigido e congelato, poi noi avevamo dei guanti che non ci permettevano alcun movimento e comunque i nostri superiori ci avevano detto che dovevamo indossare solo la nostra piastrina per un eventuale riconoscimento. In quei momenti anche se la nostra volontà non è mai mancata nessuno di noi pensava di tornare in Patria visto le enormi difficoltà giornaliere che incontravamo ed eravamo pronti sempre al peggio.
A Vorosìlovgrad raggiungemmo le retrovie e ricostituimmo quello che era rimasto del battaglione, ma non era finita, dovemmo affrontare nel gennaio del 1943 un nuovo difficile compito: quello di riserva nel quadro della difesa che si andava predisponendo lungo il Donec. Qui, a 35 gradi sotto zero, fummo impegnati in durissimi scontri contro i russi, i quali in superiorità di uomini e mezzi avevano passato il fiume e cercavano di sfondare. In questo caso furono i reparti tedeschi con il loro cambio a far si che potessimo riprendere la marcia verso la zona di sicurezza.
Anche in questo caso non fu affatto semplice la marcia dovendo combattere oltre che con i soliti elementi anche con la netta ostilità dei commilitoni tedeschi i quali ci deridevano e non solo, ad alcuni hanno anche sparato contro, ad alcuni che avevano chiesto aiuto stremati per salire su di un loro mezzo hanno inferto colpi con calcio del fucile Questi erano i nostri "alleati" !
Finalmente entriamo a Gomel in Russia Bianca (quello che oggi è il Sud della Bielorussia), pur se con ancora qualche difficoltà (attacchi aerei, ecc.) riuscimmo a rientrare in Italia nella primavera del 1943 dopo un viaggio in treno di una settimana e precisamente a Verona dove siamo stati immediatamente ricoverati in ospedale per un primo soccorso e ripuliti dai pidocchi e da altro. Siamo stati interrogati sui fratelli o conoscenti rimasti al fronte.
Dopo alcuni giorni in treno ci hanno portato in Toscana, a San Gimignano, dove siamo rimasti in quarantena per circa un mese prima di fare ritorno alle nostre famiglie.
Di quanti eravamo partiti, quelli che rientrammo dalla Russia eravamo meno della metà.
Con molta fatica riprendemmo poi le nostre attività, reinseriti nella società di allora e se per un certo periodo, forse in modo inconscio, molti di noi hanno cercato di dimenticare gli orrori vissuti, poi pian piano con il passare degli anni la nostra storia tornava alla mente ed ancora oggi ad 83 anni ho ben presente nella mia mente molti sfortunati compagni che non ce l'hanno fatta a ritornare, questi pensieri mi fanno riflettere di quanto sia stato fortunato e di quanto la vita mi abbia dato, sono molto contento che altre persone più giovani, come voi, oggi pensate di andare con i vostri mezzi in quei luoghi, questo servirà a tenere viva la memoria di quanti non ce l'hanno fatta e a far ricordare a voi ed in seguito ai vostri figli e nipoti quanto sia stato atroce ed inutile pensare di mandare dei ventenni in un inferno del genere.
Buon viaggio a tutti e se ci andrete, salutatemi la collinetta "Quota 220".
Dino Marenco


Termina a questo punto il ricordo del papà, della sua storia di sessanta anni fa, ho notato in lui un velo di tristezza nel ricordare quanti non sono più tornati e forse adesso comprendo meglio anch’io il turbamento di mio padre alle notizie che quotidianamente arrivano attraverso i nostri mass media di guerre in ogni parte del mondo. Chi vive veramente una guerra, solo lui, può capire che cosa significa, che cosa comporta, quali sono i retroscena di un evento del genere e quanto in cuor suo le sembra assurda ed incapace di risolvere i veri problemi dell’Umanità. La storia dei nostri giorni testimonia quanto quest'ultima affermazione sia vera.
A proposito della divisione Ravenna, a seguire il commento di un caro amico, Gian Luigi Bonardi, sulla storia di questa divisione, meno citata di altre, ma che in terra Russa ha subito come tutti gli altri gli orrori di quella guerra.

Gian Luigi è presente in un’altra pagina di questo sito con il ricordo del suo Papà Eugenio che faceva parte della spedizione Russa nel corpo degli Alpini

Quanto sopra scritto si commenta da solo. Comunque è possibile fare alcune considerazioni.
Innanzitutto sale alla mente del profano la sensazione di sofferenza nella quale dovettero trovarsi, come tanti altri, i nostri militari della divisione Ravenna 37° battaglione, a difesa del Don. Giorni e giorni di attesa e di trepidazione, forse già consapevoli che le loro armi non avrebbero potuto contrastare lo strapotere del nemico. Ma dentro ciascuno c’era orgoglio e speranza: i giovani di allora erano certo fieri di potersi sottoporre al dovere di servire la Patria, che ritenevano la “casa ideale” nella quale le loro famiglie avrebbero potuto, dopo la vittoria, assaporare la pace. Ma la delusione era già in agguato: né vittoria né pace, solo eroismo e sacrificio. Tanto di cappello, e onore sincero a quanti hanno sopportato gli orrori di quelle battaglie, quanti sono caduti, quanti sono tornati. Per la Ravenna, in particolare, sull’elogio sembra prevalere un sapore di amarezza, per le tante vite spezzate senza soddisfazione, per le tante speranze rimaste soffocate sotto il gelo della neve, per le tante mamme, spose, bimbi in attesa del ritorno di un figlio, di un marito, di un padre.
In guerra, a parere di molti, non esistono vittorie ma ci sono solo sconfitte. La divisione Ravenna merita forse più di altre divisioni l’attenzione degli storici per la tragicità dell’evento strategico cui è stata sottoposta. Essere ricordata da alcuni storici come il caposaldo di un cedimento difensivo è per lo meno poco realistico se non del tutto irriverente. La Ravenna meriterebbe invece di essere ricordata come la “prima vera eroica resistenza allo strapotere avversario sul Don”. Resistere significa contrastare, ma…con che cosa? Con il coraggio, la volontà, la tenacia, il sacrificio…fino all’ultimo momento possibile…quasi fino all’ultimo uomo.
Spesso chi è tornato è stato per lungo tempo propenso a dimenticare, più che a raccontare. Ma ora siamo nel tempo del “ricordo”, e i posteri non vogliono farsi sfuggire l’occasione di ricostruire quegli eventi per onore della verità. Così dopo oltre sessant’anni, la coscienza storica è ancora alla ricerca di quelli che fanno parte di quel “quasi”, per udire dalla loro viva voce frammenti sconosciuti di quella terribile esperienza, e farne tesoro, perché sono la nostra voce, la nostra vera storia.
Gian Luigi Bonardi



Per informazioni è possibile telefonare al numero 0143-837604 , inviare fax al numero 0143-824406 o e mail a piero.marenco@tin.it

 Copyright © Camper Club La Granda - Web Design Registred Cn-Net