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| UN
RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"
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| "ARMIR,
DIARIO DI GUERRA DI AURELIO MAZZONE"
documenti estratti da Pino Danese |
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La
Storia non insegna a cura di Giovanni Turcotti
"l'impegno", a. IV, n. 3, settembre 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della
società contemporanea nelle province di Biella
e Vercelli. È consentito l'utilizzo solo citando
la fonte
Presentazione
Chi ha vissuto vicende come quelle dell'Armir, Armata
Italiana in Russia, negli anni 1942-43 ne resta profondamente
segnato per tutta l'esistenza anche se il rasserenarsi
degli orizzonti ed il sovrapporsi di nuove situazioni
ricche di valori vitali inducono a riporre nell'ob1io
immagini tragiche e sensazioni dolorose appartenenti
al passato. Tuttavia, in talune circostanze, tutto quel
mondo di orrori e di pena riaffiora imperioso e il ricordo
ha il segno dell'inesorabile. Se poi c'è un diario,
stilato con precisione nei giorni terribili, allora
il dettaglio si fa nitido ed è possibile ritornare
a scandire i giorni e le settimane con la sofferenza
di un tempo. Aurelio Mazzone, di Serravalle Sesia, ora
capitano, si trovava nell'inverno 1942-43 sulla riva
destra del fiume Don, nel cuore della Russia, quale
tenente sottocomandante di batteria del 2o raggruppamento
di artiglieria di corpo d'armata, a ridosso della prima
linea tenuta dai fanti italiani e visse le drammatiche
vicende del crollo del fronte dovuto all'offensiva russa
e del doloroso e spesso disperato ritirarsi degli italiani
verso le retrovie. Dell'intera vicenda e cioè
degli undici mesi che intercorsero tra l'arrivo in terra
russa, nel giugno del '42, fino al rientro in Italia,
nel maggio del '43, Aurelio Mazzone scrisse un resoconto
quotidiano su una minuscola agenda e, a circa quarant'anni
di distanza, riordinò il materiale raccolto durante
le giornate di guerra. Ne è risultato un volume
dattiloscritto dal titolo significativo, "La Storia
non insegna", che è il diario che descrive
in forma scarna e precisa il succedersi quotidiano degli
eventi, le caratteristiche dell'ambiente, le attività
dei soldati, i rapporti con gli alti comandi posti nelle
retrovie, gli scontri col nemico, la ritirata. La vicenda
può essere suddivisa in tre parti: la prima,
relativa ai mesi di giugno-dicembre 1942, presenta la
fase di attraversamento della Russia fino all'attestarsi
della batteria nella zona del Don, la seconda, relativa
al mese di dicembre '42, presenta il dramma del cedimento
del fronte e della ritirata, la terza, relativa ai mesi
di gennaio-maggio 1943, tratteggia l'interminabile girovagare
di parte delle truppe italiane disperse e poi, in qualche
modo, riorganizzate nelle retrovie prima di venire rimpatriate.
Lo scritto non ha lo stile dei romanzi di guerra. Attraverso
la lettura si è condotti a registrare con lenta
e quasi monotona successione il trascorrere dei "giorni
di guerra" durante i quali talora la lotta si evidenzia
con i suoi aspetti terribili; come i morti e le distruzioni,
ma spesso non porta i segni dello scontro col nemico
ma quelli della fatica e del sacrificio consumati per
far fronte all'ostilità dell'ambiente e alle
carenze di organizzazione del nostro esercito. La lotta
è, quindi, prima di tutto quella contro il fango
nel quale sprofondano gli autocarri e i trattori con
i cannoni, poi quella contro il freddo, specie quello
delle notti autunnali ed invernali con la neve e il
gelido vento di tramontana contro i quali non sono valida
difesa i sottili teli delle tende da campo. Allora è
necessario costruire con le proprie mani ricoveri interrati
e baracche, facendo scavi interminabili con piccone
e pala, abbattendo alberi e poi spianandoli, sagomandoli,
incastrandoli opportunamente e inoltre andando qua e
là nei villaggi russi semidistrutti e abbandonati
a prelevare assi, infissi, vetri e qualche lamiera provvidenziale.
Qui si rende evidente la gravissima carenza di materiale
di cui soffre il nostro esercito, controbilanciata soltanto
dall'impegno e dalla capacità di arrangiarsi
che caratterizzano il soldato italiano. Così
anche il materiale abbandonato dal nemico, in quanto
considerato inservibile, viene raccolto e riattato,
com'è il caso di quella "cucina da campo"
russa, che è poi un pentolone con focolare annesso,
che, pur mancante di ruote, è sempre più
efficiente del treppiede primordiale con paiolo appeso
esposto ai quattro venti, di cui sono dotati i nostri
artiglieri. Lotta, quindi, contro il freddo per salvare
gli uomini ma anche per salvaguardare l'efficienza degli
armamenti. Già, perche i lubrificanti forniti
per le mitragliatrici e i cannoni non sono adatti a
certe temperature per cui i meccanismi si bloccano e
non si può più sparare un colpo e allora
bisogna costruire baracche anche per proteggere le bocche
da fuoco conservando la possibilità di tiro in
varie direzioni e bisogna, come novelle vestali, mantenere
acceso un braciere sotto l'otturatore per evitare che
tutte le leve, i portelli, le molle, i rinvii diventino
un blocco ghiacciato. La lotta è poi, accanita
e cruenta, contro i topi. Tanto che Aurelio Mazzone
pone al suo volume, insieme al sottotitolo "Undici
mesi della mia vita in Russia", quello di "Quattro
mesi di antropomiomachia" cioè di "lotta
tra l'uomo e il topo". Il topolino campagnolo che
abita dappertutto, nei campi di frumento e di girasoli,
e che imperversa nelle tende e nella baracche rosicchiando
e mangiando tutto, il pane, le maglie, le calze, i bottoni
della giacca, il pastrano, le orecchie di chi cerca
di dormire un po'. E si arriva, esasperati, ad organizzare
campagne di sterminio di topi e ad allineare le vittime
in lunga fila prima di friggerne, a volte, in padella
un certo numero di esemplari. In questo quadro bellico
talora così insolito o, per lo meno, inatteso,
hanno la loro rilevanza notevole gli alti comandi e
gli alti comandanti. Anche qui il discorso procede circostanziato
e preciso, senza sottintesi o mezzi termini. C'è
evidente e sconcertante l'incalzare di disposizioni
e di ordini che, appena impartiti, sono annullati dall'arrivo
del relativo contrordine, il che pone una serie di interrogativi
circa l'organicità della strategia degli alti
comandi italiani affiancati a quelli tedeschi, finché
non appare chiara la leggerezza con la quale si abbandonano
al loro destino decine e decine di migliaia di soldati
col trasferirsi degli alti comandi in posizione più
sicura nelle retrovie, interrompendo le comunicazioni
con le linee avanzate proprio nel momento in cui sarebbe
indispensabile mantenere i collegamenti per dare indicazioni
precise ed evitare lo sfacelo delle divisioni e la condanna
dei soldati alla morte per sfinimento e all'annientamento
da parte del nemico. Così pure sono evidenti
le figure degli alti comandanti, con l'insulsaggine
di certi atteggiamenti e di certi ordini che contrastano
con la realtà pratica di chi vive, giorno per
giorno, in prima linea, la vita al fronte. Tutto questo
è presente nella prima parte del diario e diviene
dramma e tragedia nella seconda, che è quella
che costituisce l' "estratto" pubblicato su
questa rivista. Il lettore potrà rendersi conto
direttamente di quanto consegua per l'esercito italiano
e per i suoi soldati da una situazione così disorganica
e, spesso, disperata. Soprattutto potrà constatare
come infierisca sulle persone la brutalità della
guerra e come questa porti, in certi casi, l'uomo ad
affiancarsi all'uomo per aiutarlo a reggere la pena
dei giorni e a sostenere la speranza di salvezza, mentre
in altri momenti lo spinga a tali livelli di paura e
di tensione da cancellare sia quel senso di dignità
che sembra talora caratterizzare l' "uomo d'arme",
sia quella solidarietà umana che, spesso, le
situazioni piu travagliate contribuiscono ad esaltare.
La terza parte presenta il peregrinare di coloro che
sopravvissero sfuggendo miracolosamente e in extremis
alla manovra a tenaglia dell'esercito russo che, sfondato
il fronte dislocato per decine e decine di chilometri
lungo il corso del Don, chiuse in una sacca immensa
di lande gelide desolate gli alpini italiani che divennero
"Centomila gavette di ghiaccio". I meno sfortunati
furono appunto coloro che, come il tenente Mazzone,
si trovarono proprio là dove i russi sfondarono
e vennero cacciati indietro, italiani e tedeschi insieme,
con qualche possibilità di salvezza. Costoro,
come il diario registra per un periodo di cinque mesi,
furono poi ricomposti nei ranghi e smistati dai comandi,
sempre inafferrabili, con marce estenuanti nelle pianure
ghiacciate, spazzate dal vento, o con brevi trasferimenti
in treno, da una cittadina all'altra nell'attesa che
si delineasse l'eventualità di un loro reimpiego.
E in questa terza parte del diario emerge ovunque la
gente. Bisogna precisare. Il diario non ha come protagonista
"la Guerra" come entità astratta e
concreta insieme che scatena la sua violenza sugli uomini
e mediante essi e nemmeno "l'Esercito" come
organismo complesso e articolato impegnato a segnare
il corso della Storia, ma come protagonista l'uomo:
l'uomo e gli uomini, quelli che fanno fronte alla fatica
quotidiana lontani mille miglia dalle loro case e quelli
che hanno lo stesso travaglio tra le case e i villaggi
della loro terra. Uomini, donne, vecchi e bambini, accompagnati
tutti dalla pena di giorni in cui la vita è intrisa
di morte. E se questa, in fondo, è la condizione
umana di sempre, qui il senso della precarietà
e della labilità dell'esistenza si accentua a
dismisura infiltrandosi tra le case, le isbe, aleggiando
sui campi di frumento e sulle distese di girasoli. Quei
campi e quelle distese che hanno indotto il giovane
tenente serravallese ad annotare nel diario con cura
costante le caratteristiche delle campagne attraversate,
dai principali aspetti geologici a quelli delle culture
col mutare delle stagioni. Sono i tratti del volume
in cui è sempre presente, in modo talora esplicito
talaltra appena avvertibile, il riferimento alla campagna
piemontese e allo svolgersi della vita quotidiana nel
paese natio al di là degli orizzonti e della
realtà della guerra. Nel diario il "nemico"
fa la sua prima apparizione in un gruppo di soldati
morti inspiegabilmente mentre stavano consumando il
rancio e rimasti così, stecchiti, tenendo ancora
il cucchiaio posato nella gavetta, poi diventa una serie
di ombre che scivolano nel buio intorno alla postazione
della batteria, poi è celato all'interno dei
carri armati che avanzano a rilento senza sparare agli
inermi, poi è la donna dell'isba che amorevolmente
lava la schiena dolorante del giovane tenente italiano,
quindi è l'agente della cittadina che ospita
gli ufficiali nelle sue case. Sono padri anziani e madri
di famiglia che dividono col nemico un pasto frugale
e ragazze che scambiano brevi frasi in italiano e avviano
un giradischi per un'ora di serenità. Le persone,
dovunque, all'insegna del far fronte alla durezza delle
situazioni senza estinguere mai, o quasi mai lo spirito
dell'umana solidarietà. Il tenente Mazzone, venticinquenne,
ha annotato di giorno in giorno in forma concisa ed
anche quando ricompone il suo diario integrandolo con
altre considerazioni, come scrive nella presentazione
del volume, non lascia quasi mai trasparire emozioni.
Tuttavia, e inevitabilmente, il lettore coglie tra le
righe ciò che non è espresso in forma
esplicita. Così fino in fondo, quando l'autore
si accomiata dicendo che non intende trarre una "morale"
da tutta la vicenda "lasciando che ognuno, secondo
il suo punto di vista e le sue convinzioni, tragga la
sua". E va bene. Ma non dimentichiamo che, nonostante
questa frase conclusiva, resta il titolo che l'autore
ha posto come premessa: "La Storia non insegna".
Questa è un'affermazione precisa ed amara che,
purtroppo molte volte, sotto mille aspetti, non può
che essere condivisa. Tuttavia la pubblicazione di questo
"estratto" sulla rivista "l'impegno"
ha anche lo scopo di contribuire a far sì che,
in qualche modo, la frase posta come titolo venga alfine
smentita senza che si debba fondare la speranza unicamente
sull'apparire di future generazioni.
LA BATTAGLIA DECISIVA
Dicembre 1942
Martedì 1
Pezzo per pezzo, disseminiamo di colpi i boschi d'oltre
Don. Alle ore 4.30 cessiamo il fuoco dopo aver sparato
per parte nostra centoventi colpi. Un russo, fatto prigioniero,
dichiara che gli effetti sono stati veramente disastrosi:
tutto e tutti sono saltati in aria. Prima di mezzogiorno
dormo un paio d'ore. Si sente un discreto fuoco d'armi
automatiche e di mortai. Appena dopo il rancio serale,
mentre sta nevicando siamo chiamati ad aprire nuovamente
il fuoco: spariamo altri otto colpi. Alle ore 22.30
faccio appena in tempo ad addormentarmi che trilla il
telefono: tenersi pronti perché si sparerà
anche questa notte; infatti già alle 23 partono
le prime salve di batteria. Io mi faccio sostituire
da Donegatti che la notte scorsa aveva dormito. Inutilmente
spero di riposarmi; appena addormentatomi, una nuova
telefonata mi sveglia: è Revelli il quale mi
dice che ai pezzi ci deve essere un'inspiegabile confusione
e mi prega quindi di intervenire. Non mi rimane altro
da fare che alzarmi e già per mezzanotte mi ritrovo
al mio posto di combattimento.
Mercoledì 2
Non nevica più, però il freddo è
discreto; avendo proprio l'altro ieri fatto iniziare
un lavoro di modifica al mio posto di comando, sono
costretto a passarmi un'altra nottata al fresco: la
temperatura è di 10° C. Si ripete, ma in
tono un po' minore la sparatoria di ieri notte, lo scopo
sembra sia la protezione di alcune nostre pattuglie
che hanno oltrepassato il Don. Alle ore 5, dopo aver
sparato altri sessantatre colpi, cessiamo il fuoco.
Finalmente dalle 7 alle 11 posso dormire; con questo
non è che mi sentissi soverchiato dalla fatica:
l'artigliere quando spara è sempre orgoglioso
di sé, direi soddisfatto. Alle 14.30 spariamo
altri otto colpi, alle 17 altri quattro. A notte fatta,
appena addormentato, sono costretto ad alzarmi: alle
ore 23 ricominciamo la nottata di fuoco.
Giovedì 3
Continuiamo, come ieri notte, accompagnati dalle varie
altre batterie a fare concentramenti di due o tre colpi
per pezzo (otto-dodici colpi per batteria). Alle 4.30
cessiamo il fuoco; così anche questa notte abbiamo
sparato sessanta colpi. Il numero di colpi sparati dacché
siamo in Russia ammonta a 998 mentre sul fronte occidentale,
in tre giorni d'azione, ne avevamo sparati 222 quindi
in totale sinora ho sparato 1.220 colpi da guerra. Finalmente
oggi riesco a dormire: alle 5 mi metto in pigiama e
non mi sveglio che alle 13.30. Alle 17 accorriamo ai
pezzi, ma l'allarme cessa senza che da noi e dagli altri
parta un colpo. Durante la notte cade un po' di neve.
Venerdì 4
Oggi è S. Barbara, ma lavoriamo ugualmente: questi
lavori, ora per il tempo, ora perché si spara
o si sta in attesa ai pezzi, ora per altri innumerevoli
motivi, non finiscono mai. In compenso, data l'odierna
ricorrenza, i soldati al secondo rancio si vedono distribuire
oltre alla pasta asciutta, bistecche, vino e cognac!
Alle ore 17 siamo di nuovo ai pezzi, ma finisce subito:
spariamo quattro colpi, poi torniamo in baracca. Siamo
contenti: anche il millesimo colpo è partito.
Durante la notte, sembra sia ormai un'abitudine, nevica
un po'.
Sabato 5
Ritorniamo in pieno ai badili e alle gravine, senonché
alle 11 il nostro lavoro viene interrotto: sono stati
visti sette carri armati russi avvicinarsi al Don, però
sono ancora troppo lontani, tant'è vero che la
nostra gittata non ci permette di batterli. Attendiamo
che si avvicinino a giusta distanza. La visibilità
degli osservatori diminuisce a causa di una nebbiolina
e della neve che non sa se adagiarsi a terra o rimanere
vagante nell'aria, cosicché finiamo col ritornare
in baracca, senza sparare, quando già sta annottando.
La neve riprende a cadere abbastanza fitta.
Domenica 6
Continuiamo a lavorare presso i camminamenti. Il cielo,
come del resto già da molti giorni, permane nuvoloso,
mentre qualche fiocchetto di neve svolazza per l'aria;
la temperatura oscilla leggermente in più o in
meno dello zero. Alcuni scoppi: granate nemiche che
sondano la zona e null'altro. Un reggimento di fanteria
tedesca sta prendendo posizione davanti a noi, nella
zona di Deresowka, in sostituzione di un battaglione
del 90o fanteria, il quale passerà di rincalzo.
Il vento di provenienza sud aumenta d'intensità.
Lunedì 7
Continuiamo a lavorare. Nella mattinata stessa, interrompiamo
un momento i nostri lavori per sparare due colpi di
prova su di un obiettivo assegnatoci da battere come
sbarramento in caso d'attacco. A proposito d'attacco,
da giorni siamo sempre in attesa di un attacco russo
che pare si stia ampiamente delineando. Oggi ricevo
la conferma della morte per peritonite di un mio caporale
maggiore, Milano Marvin; già pochi giorni fa
era morto un autista, Aldo Ciuffani, il quale si trovava
assegnato ad altro reparto per servizio, pure a causa
di malattia.
Martedì 8
Verso le ore 3.30 vengo svegliato dal trillare del telefono:
trovarci pronti che tra poco forse spareremo, poi, nulla
più... Lavoriamo sinché, verso mezzogiorno,
arriva il tenente cappellano Vanni Vannino del 2°
raggruppamento a celebrare la S. Messa. A Messa finita,
faccio l'adunata in armi della batteria ed in assenza
di Revelli, leggo un fonogramma di condoglianze per
i nostri due morti e, prima di rendere loro gli onori,
pronuncio alcune parole di circostanza. Per tutta la
giornata, aerei tedeschi vengono a bombardare nelle
vicinanze; pare che il nemico abbia messo in funzione
una discreta quantità di contraerea, artiglierie
e mitragliere. Spesso odo pure scoppi di granate nemiche,
alcune delle quali cadono nei pressi del nostro osservatorio
e di quello della 3° batteria.
Mercoledì 9
Già alle 7 faccio una bella corsa ai pezzi, ma
non spariamo. Un poco alla volta, riprendiamo i nostri
lavori, ma ci consideriamo sempre in allarme: infatti
da vari giorni sappiamo che i russi intendono attaccare
e, dalle informazioni e dichiarazioni dei prigionieri,
risulta che l'attacco doveva avere inizio oggi alle
7, con gran sfoggio di carri armati, tra Deresowka e
Krasno Orechowo (paese alla destra, 7 od 8 chilometri,
da Deresowka), quindi proprio davanti a noi. Per tutta
la giornata attendiamo inutilmente l'attacco. Verso
le 18, mi viene telefonato che l'attacco ci verrà
sferrato domani mattina, prima dell'alba, alle ore 4.45,
mi vengono pure trasmessi dei dati di tiro per due salve
di batteria da effettuarsi, appunto, rispettivamente
alle ore 4.45 ed alle 4.55 di domani.
Giovedì 10
Alcuni minuti prima delle 4.45 ho la batteria pronta;
alle ore indicate sparo gli otto colpi, con noi concorrono
al fuoco tutte le altre artiglierie della zona; sono
due bellissimi concentramenti di colpi. Mi stupisce
assai sentirmi dire che gli uomini possono ritornare
in baracca: che i russi non sappiano trovare il bandolo
per iniziare l'attacco? Appena giorno, aerei nostri
da bombardamento si susseguono in varie ondate e fanno
piovere bombe sulla prima linea russa. Si sente pure
sparare alquanto. In seguito, continuiamo i nostri lavori.
Venerdì 11
Alle ore 6 raggiungiamo di corsa i nostri pezzi: questa
volta ci siamo. I russi hanno attaccato nel solito punto
cruciale già ben descritto durante la battaglia
del giorno 11 settembre e sono riusciti ad occupare
un nostro caposaldo. Incominciamo la nostra sparatoria:
sembra che i colpi che spariamo siano efficaci; ogni
tanto sospendiamo per riprendere con maggior forza,
un po' più tardi, la nostra azione. Aerei da
bombardamento nostri, scortati anche da caccia, intervengono
e scaricano bombe un po' dappertutto, con un frastuono
assordante. Verso l'imbrunire la sparatoria diminuisce
alquanto e solo si vedono, di tanto in tanto, delle
vampe, la cui eco ci giunge da lontano. Io veglio al
mio posto di sottocomando. Alle 23.15 riprendiamo a
sparare e, ad ore fisse, faccio partire i colpi. Le
altre batterie della divisione oggi hanno sparato poco,
essendo la zona di Krasno Orechowo presidiata dalla
divisione "Ravenna", quindi non compresa nel
loro settore di tiro.
Sabato 12
Alle ore 5 termino i miei tiri notturni. Improvvisamente,
alle 6, sento provenire dalla mia sinistra una sparatoria
di armi automatiche, di fucili e mortai veramente impressionante;
le mitraglie cantano senza posa: raffiche che non finiscono
mai; i fucili fanno immediatamente eco; subito si eleva
più forte la voce dei cannoni e gli scoppi si
susseguono senza posa. Anche davanti a noi e sulla destra,
le armi portatili funzionano, ma in maniera leggermente
minore. Per il cielo volteggiano, ed in special modo
su Werchn-Mamon e la sua ansa, trenta o quaranta e più
bombardieri alla volta scortati da squadriglie da caccia.
È tutto più fragoroso e sconvolgente di
quei tremendi temporali estivi, visti in lontananza,
con lampi continui su tutto l'orizzonte e l'eco fa sì
che non cessi mai il rumore del tuono... Noi spariamo
solo di tanto in tanto, essendo il punto dove i russi
sono riusciti a sfondare, fuori del nostro settore di
tiro. Una quota viene persa e rioccupata con gragnuole
di bombe a mano, ben tre volte in poche ore, dai fanti
dell'89° reggimento fanteria; alla fine, in questo
settore, i russi vengono ricacciati oltre il Don. Oggi
abbiamo pure avuto modo di fare un paio di salve su
carri armati. Alle ore 17 i colpi sparati dall'inizio
della battaglia in corso, ascendono a 141.
Domenica 13
In mezzo a tanto baccano, questa notte abbiamo potuto
dormire tranquillissimi nella nostra baracca; solo verso
le 5.30 si fa una inutile corsa ai pezzi. Alle ore 6
i russi vanno nuovamente all'attacco della quota dalla
quale ieri erano stati ributtati: la 2° batteria
spara colpi su colpi. Apprendo che stanotte i russi
hanno attaccato pure a Deresowka, ma son stati ricacciati
senza neppure richiedere il nostro intervento. Anche
il capo pattuglia O.C. della mia batteria, sergente
maggiore Secondo Pizzocarro, si è fatto onore.
Alle 13 iniziamo il fuoco su concentramenti di truppa
oltre il Don e su alcuni mortai; dopo sedici colpi,
cessiamo il fuoco. Gli uomini, data la nottata riposante,
restaurano le piazzole. Anche oggi parecchi aerei nostri
si sono alternati nei bombardamenti. Verso sera le infiltrazioni
nemiche sembrano eliminate. Alle ore 20.30 siamo daccapo:
truppe russe accentrate oltre il Don fanno presupporre
un attacco su Deresowka: spariamo diversi colpi, così
rimaniamo desti tutta la notte.
Lunedì 14
Le cose, di fronte ad Orobinskj, vannno male, però
intervengono dei carri armati che fermano temporaneamente
il nemico. Verso mezzogiorno i colpi sparati sono 96.
Sul far della sera, una batteria da 149/28, tedesca,
prende posizione dietro, sulla destra della nostra e,
subito, inizia il fuoco; anche noi ricominciamo a sparare.
I russi attaccano forte pure su Deresowka: sono divisioni
che avanzano contro piccoli gruppi di uomini, divisioni
ben coadiuvate nell'attacco da un fortissimo fuoco di
mortai e di cannoni. Continuiamo a sparare tutta la
notte, cercando però di far economia di munizioni.
Martedì 15
Già dalle prime ore del mattino si nota un aggravarsi
della situazione, in special modo sul fronte avanti
Orobinskj: tutte le nostre riserve vengono impiegate
in contrattacchi, ma è un inutile massacro, non
riuscendo neppure queste a stabilire la situazione che
temporaneamente. Man mano che passano le ore aumenta
la nostra rabbia e quindi la nostra sparatoria. Dovrebbero
entrare in azione delle divisioni corazzate, ma le aspettiamo
inutilmente. La battaglia è in crescendo continuo
e lavoriamo tutta la notte. Mercoledì
16
Alle 6 del mattino, l'attacco russo si sferra con tutta
la sua potenza su Deresowka; in due ore spariamo oltre
200 colpi; il nemico viene sbrindellato, ma non s'arresta!
I serventi strettamente necessari per il funzionamento
di ognuno dei miei obici da 149/13 sono un capopezzo
più otto uomini e quando si deve sparare con
la continua celerità di oggi, costa sacrificio:
non possono accusare la fatica, anche se quella odierna
si accumula a quella non lieve dei giorni scorsi, sia
per sparare, sia per mandare avanti i tanti lavori,
sia per le ore di sonno perse! D'altronde anche tutti
gli altri uomini addetti alla "linea pezzi"
sono più o meno nelle stesse condizioni: nessuno
può pensare di risparmiarsi perché è
chiaro che oggi, veramente, lavoriamo per la vita dei
fanti che ci sono davanti ed anche per la nostra! Il
reggimento tedesco di fanteria, giunto ieri in sostituzione
del nostro 89o reggimento fanteria distrutto, viene
sopraffatto e ripiega in disordine passando tra noi,
tento in tutti i modi di fermarli ma inutilmente: mi
dicono che non potevano più resistere, quindi
se ne vanno e non si fermerebbero neppure se li ammazzassi
(ammesso e non concesso che essi non ammazzassero prima
me). Ora tra noi ed i russi non c'è più
nessuno: la prima linea siamo noi! Nel pomeriggio viene
riformata una linea di esilissima costituzione. Vengono
addirittura impiegati al posto dei fanti i soldati di
sanità italiani che subito sono martellati dal
nemico con tutte le armi a sua disposizione: quelli
che si salvano sono i primi a cadere feriti che fanno
in tempo ad essere avviati agli ospedali. La temperatura
è bassissima. L'ordine per noi è di non
muoverci dai pezzi, di resistere ad oltranza. Tale ordine
l'ho ricevuto per mezzo di una telefonata, dopo diverse
ore di interruzioni telefoniche dai comandi, dal capo
di stato maggiore del raggruppamento dal quale dipendiamo
tatticamente. L'ufficiale che mi ha telefonato è
un capitano del quale non faccio il nome, ma che risiede
nella mia provincia e, per di più, ha dei parenti
che abitano nel mio paese; perciò, pur non conoscendoci
personalmente, ci possiamo permettere delle confidenze
e, proprio grazie a questa possibilità, dopo
che gli ho detto che da varie ore lo stavo inutilmente
cercando per telefono, mi ha risposto che l'interruzione
telefonica era dovuta al fatto che il comando stava
spostandosi. Subito gli ho chiesto di quanti "chilometri
indietro" si erano spostati e lui, candidamente,
mi ha risposto che si erano arretrati di una quarantina
di chilometri. Appena prima dell'inizio dell'azione
di stamani, i pezzi nemici hanno aperto un violento
tiro di neutralizzazione: calcolo che più di
cento granate ci siano cadute tutt'attorno; il colmo
lo raggiungiamo nel primo pomeriggio, con la picchiata
di un bombardiere russo che sgancia su di noi due bombe
di cui una cade esattamente sulla baracca al centro
del tetto di paglia e ce la incendia; l'altra cade vicinissima
al secondo pezzo proprio rasentando la parte sinistra
della sua baracca e fa quattro feriti: il graduatore
Renzo Montobbio, il tiratore Aldo Chinchero, il primo
aiutante Andrea Ferrua, il secondo aiutante Luigi Oliveri
e squarcia indosso il pastrano, tanto da renderlo inservibile,
ad un altro artigliere, il caricatore Giovanni Giordano.
Ma i guasti di questa bomba non sono tutti qui: alcune
schegge quasi tranciano in più parti la trave
posteriore sinistra della baracca del secondo pezzo,
che, fortunatamente, regge ancora, sia pure su pochissimi
centimetri quadrati di sezione; altre schegge colpiscono
il mio posto ricovero di sottocomandante nella parte
fuori terra che si trova a neppure una decina di metri
dal punto di scoppio e mandano in frantumi il vetro
attraverso il quale potevo vedere gli obici. Siccome
ho sentito distintamente il rumore della picchiata dell'aereo
ed il frullio delle bombe che cadevano, ho fatto in
tempo a dare, prima, un pugnone sull'elmetto in testa
al mio attendente, Giovanni Allovisio, che in quel momento
se ne stava chino al telefono vicino a me, buttandolo
mezzo stordito a terra ed io, subito dopo, a buttarmi
su di lui, salvandoci entrambi. Mi spiace di aver dovuto
colpire così duramente Allovisio, ma la ristrettezza
dell'ambiente non ci permetteva di buttarci sdraiati
l'uno di fianco all'altro! Inoltre, parte della pressione
dell'aria provocata dallo scoppio, penetrata sottoterra
nell'interno dei camminamenti attraverso l'imboccatura
che porta al secondo pezzo si sfoga nell'interno del
mio ricovero sotterraneo, collegato al mio ricovero
di sottocomandante al piano terra staccando di netto
la porta, chiusa, che lo separava dai camminamenti spiaccicandola
sulla parete di terra di fronte, tanto da farla sembrare
incollata e facendole rasentare la spalla sinistra di
Donegatti, che il quel momento stava seduto sulla panchetta
piazzata nell'interno, fortunatamente non proprio di
fronte alla porta. Donegatti è rimasto immobile,
seduto, con la bocca aperta, impossibilitato a profferire
parola per lo shock. Subito accorro presso il secondo
pezzo per rendermi conto dello stato dei feriti: fortunatamente
non sono gravi e li faccio medicare. Non mi è
neppure possibile farli trasportare in un ospedale da
campo perché, con tutti gli autocarri e trattori
che abbiamo, sia nella linea pezzi che presso la base
tattica, nessuno ha più di qualche litro di benzina
o di gasolio nel serbatoio e, per di più, i motori
sono bloccati dal gelo, perché da diversi giorni
sono fermi dato che i tedeschi - questa è la
voce che circola - ci hanno negato i rifornimenti! Ma
la cosa che più mi sorprende è vedere
che la bomba è caduta nel bel mezzo di una cinquantina
di nostre granate ancora senza spoletta, scaricate poco
prima da un autocarro del reparto munizioni e viveri
a fianco del secondo pezzo, un po' alla rinfusa e posate
ritte in piedi col fondello sul terreno coperto di neve
e con l'ogiva in alto: tutte le granate, nella parte
dell'involucro e dell'ogiva rivolti al punto di scoppio,
sono diventate nere dall'affumicatura subita per lo
scoppio e pure nero è diventato il foro in testa
all'ogiva che serve per avvitarvi la spoletta ed anche
l'interno del foro, ma, per nostra enorme fortuna, nessuna
è scoppiata! Evidentemente abbiamo la protezione
di molti santi in Paradiso! Mentre mi trovo presso il
secondo pezzo, mi rendo conto che la nostra baracca
è in fiamme. Da tutto quello spesso strato di
paglia del tetto che brucia, nonostante sia ricoperto
da una quarantina di centimetri di neve e, almeno nella
parte superiore, anche inzuppato d'acqua, si forma un'enorme
colonna di fumo nero mista a vapore bianco che si eleva
diritta (non c'è vento), altissima e fittissima,
verso il cielo. Penso agli effetti personali, dal portafogli
alle sigarette, dalle camicie ai fazzoletti da naso,
dalle maglie alle calze, dalla carta da lettera al denaro
ecc., che sono nella camera mia e di Donegatti, nelle
nostre cassette militari e così pure a quelli
dei soldati che sono presso i loro posti letto: chiamo
Donegatti e tutti gli uomini che hanno dimora nella
baracca e li invito ad accorrere con me per mettere
in salvo ognuno i propri effetti. Velocissimo, seguito
da Donegatti, entro nella nostra camera che, essendo
nella estremità destra della baracca, ancora
non è invasa dal fuoco e subito ne usciamo portando
in salvo le nostre cassette militari. Le brandine, le
lenzuola col pigiama e le coperte, pensiamo che non
le adopereremo più e rimangono al loro posto
assieme alle altre cose sparse che pure ci erano state
utili fino a poco prima... Gli uomini della batteria
salvano quello che possono. Con Donegatti al fianco,
appena uscito dalla camera, cerco di raccogliere le
idee per affrontare al meglio la situazione e nel frattempo
vedo migliaia di topi saltellare fuori dalla paglia
del tetto della baracca (di grano da mangiare ne avevano
parecchi quintali) e sfuggire tutto attorno per poi
scomparire in piccole gallerie che già precedentemente
avevano scavate nella neve. L'enorme colonna di fumo
indica perfettamente ai russi la nostra posizione. Subito,
per ben due volte la katiuscia5 ci scarica vicinissimi
i suoi sedici colpi. Donegatti che è ancora sotto
shock, mentre io mi butto pancia a terra, si mette in
ginocchio e si limita a piegarsi e a nascondere la testa
nella neve, quasi fosse uno struzzo... Gli dò
una spinta sul sedere ed anch'egli cade completamente
nella neve. Cessate le due scariche di proietti della
katiuscia, mi accorgo che, per fortuna, nessuno è
stato colpito; il che mi sorprende molto, perché,
in mezzo a simili gragnuole di granate che scoppiano
con fragore assordante, la fortuna non può essere
di tutti e sempre... Una granata mi è scoppiata
a circa quattro metri di distanza! Mi avvicino per osservarla
e, con mio grandissimo stupore, vedo che a partire dall'ogiva
sino oltre la metà del suo involucro cilindrico,
si è aperta formando cinque o sei petali che
la fanno stranamente assomigliare ad un grossissimo
giglio dal fiore lungo circa mezzo metro, tutto nero!
Evidentemente sono fatte di ferro dolce. Mi viene da
pensare che siano granate fabbricate dagli americani...
per i russi e fatte in modo tale, dato l'amore che deve
esistere tra di loro, che siano sì di aiuto ai
russi, ma non troppo... Certo che c'è una bella
differenza tra queste granate e le nostre! Quelle dirompenti
che lanciamo noi, oltre ad essere più grosse
e molto più pesanti, sono di ghisa ed hanno la
parte interna dell'involucro, del fondello e dell'ogiva,
tutta segnata da tagli a forma di fitto reticolo, in
modo da ridurre la resistenza della ghisa in corrispondenza
dei tagli, cosicché, quando scoppiano, lanciano
tutto attorno, con un raggio di trecento metri, una
miriade di schegge a forma di piccoli cubetti! Ormai
si è fatta notte. La batteria tedesca da 149/28,
che lunedì scorso si era piazzata un po' dietro
di noi, non c'è più: si è ritirata.
Evidentemente non le hanno dato l'ordine di resistere
ad oltranza, ben sapendo che un soldato morto non combatte
più, mentre, in tal modo, oltre a salvare la
vita dei combattenti, si salvano pure i materiali...
Che facciano due pesi e due misure tra i cannoni tedeschi
che sono nuovi ed i nostri obici che sono di preda bellica
della prima guerra mondiale?
LA RITIRATA
Giovedì 17
La notte che passo è la più tremenda della
mia vita: siamo quasi circondati; un mitragliere russo,
stando sulla nostra destra oltre la baracca dei mitraglieri
e sul ciglio del nostro valloncello, si diverte a sparare
contro il nostro falsoscopo notturno continue raffiche
di pallottole traccianti. Evidentemente il mitragliere
lo scambia per una luce proveniente al di là
di una finestra e, vedendo che la luce non si spegne,
insiste, insiste e si affanna per colpirlo, senza riuscirci
e, nel frattempo, non sapendo che cosa troverà,
non osa avvicinarsi con i suoi compagni. L'ordine è
di continuare a sparare ma siccome la nostra aviazione
è completamente assente, mentre quella nemica
insiste nel sorvolarci, se sparassimo, succederebbe
che, con le vampe degli spari, ci attireremmo addosso
un nugolo di aerei, i colpi di tutte le artiglierie
nemiche che abbiamo di fronte, i fanti russi che quasi
ci circondano, compreso il mitragliere che spara contro
il falsoscopo notturno, per cui sono costretto a mantenere
il cessate il fuoco. Io e gli uomini, ad eccezione di
un buon nucleo di sentinelle, ci ritiriamo al riparo
dal freddo, ma sempre stando all'erta, nei nostri ricoveri.
Certo che è una notte di veglia continua, della
quale, finché avremo vita, ci permarrà
certamente il ricordo! Ad un certo momento, entra nel
mio ricovero una sentinella che accompagna due prigionieri
russi che io faccio condurre fino alla base tattica.
Più tardi un'altra sentinella me ne porta altri
due, presi a ridosso del reticolato che abbiamo teso
ad arco ad una trentina di metri davanti ai pezzi. Subito
dopo entrano due sottufficiali tedeschi di un reggimento
che si è posto dietro a noi, a qualche centinaio
di metri più in là dalla base tattica
e forse sta disseminando il terreno di mine. Dopo aver
parlato un momento con loro, approfitto per consegnare
i due prigionieri con l'incarico di accompagnarli al
loro comando per l'interrogatorio. Escono, passano un
paio di minuti e poi sento una breve raffica di colpi:
non ne sono sicuro perché non li ho visti, ma
forse ora i due russi non camminano più... Più
tardi entra nel mio ricovero Giovanni Toro, mio addetto
di batteria. Mi chiede, con preoccupazione, dove saremo
questa sera: io gli rispondo che saremo o ad est, vale
a dire in mano ai russi, o ad ovest, vale a dire in
ritirata; certamente non saremo più nella buca
in cui ci troviamo ora. Toro ha con sé una scatola
di pomata anticongelante e senza fare commenti inizia
ad ungersi accuratamente la faccia, le mani ed i piedi...
Già da mezzanotte sentivo provenire dal Don un
rumore di motori: speravo che fossero le nostre divisioni
corazzate che finalmente, come ci era stato ripetutamente
assicurato, si fossero decise ad intervenire in nostro
aiuto. Invece alle ore 7.30 vedo distintamente, con
le prime luci del giorno, quando ormai sono vicinissimi,
a 60-70 metri dal nostro reticolato, che si tratta di
carri armati russi che avanzano di pari passo con la
fanteria e, nel frattempo, portano altri soldati russi,
in piedi, sulla loro piattaforma posteriore i quali,
appena ci vedono, saltano a terra cercando di nascondersi
tra gli steli dei girasoli. Gli alti comandi, molto
intelligentemente, dopo aver ordinato a noi di morire
sul posto, si sono ritirati, perciò, su invito
di Revelli che giusto in quel momento, provenendo dalla
base tattica, arriva alla "linea pezzi", decidiamo
di imitarli e non sto a chiedergli se gli fosse giunto
qualche ordine in proposito e neppure se fosse al corrente
che il capo di stato maggiore del nostro raggruppamento
tattico ci aveva telefonato l'ordine di "resistere
ad oltranza". Con la nostra mitragliatrice che
si inceppa dopo ogni colpo sparato, con i nostri moschetti
tipo '91 e con le poche bombe a mano di cui disponiamo,
non potremmo proprio fare niente. Tutt'al più,
se non dovessero colpirci prima i russi, con i cannoni
e le mitragliatrici dei carri armati e con i parabellum
imbracciati dai soldati, potremmo ancora sparare quattro
colpi, uno per pezzo, contro i carri, ma questi, che
sono i grossi e potenti "T 34", sono talmente
vicini che verremmo colpiti anche noi dal raggio d'azione
delle schegge delle nostre granate, senza considerare
che, non essendo le nostre granate perforanti, non potrebbero
distruggere e forse neppure rendere inoffensivi un tal
genere di carri armati! In conclusione, sarebbe un suicidio
in massa e non una difesa ad oltranza! Il nemico, che
ci ha visti subito, si dà alla nostra caccia:
asportiamo i percussori ed i cannocchiali dei pezzi
e... via tutti! Io che mi porto una borsa di pelle,
quella che mi serviva per portare i libri ed i quaderni
quand'ero studente, contenente le tavole di tiro e riempita
di bombe a mano, cammino in coda. Percorse poche centinaia
di metri che ci separano dalla base tattica, vedo la
mia cassetta militare, che vi era stata portata ieri
sera dopo averla salvata dall'incendio della nostra
baracca, sotto un mucchio di materiale, cassette di
ufficiali ed altre casse ancora. Non ho il tempo di
estrarla dal mucchio, però riesco a sollevare
il coperchio di quel tanto da poterci infilare dentro
una mano: non è il portafogli che cerco, ma desidero
soltanto estrarre qualche pacchetto di sigarette. Riesco
con la mano a toccare il pacco in cui sono avvolte,
ma è troppo grosso, non passa attraverso la piccola
apertura del coperchio; nel frattempo, da un carro armato
mi sparano raffiche di mitragliatrice. Fortunatamente
non mi colpiscono ed io, pensando che la vita valga
più del sacrificio di star senza fumare quando
avrò esaurito la piccola scorta che ho in tasca,
ritraggo la mano vuota dalla cassetta e me ne vado.
Durante la notte scorsa Revelli aveva fatto estrarre
la poca benzina che era rimasta nei serbatoi dei vari
autocarri e dei trattori, per cercare di rifornire sufficientemente
un autocarro, in previsione della partenza, data la
nostra evidente insostenibile posizione. L'intenzione
era di caricarvi sopra le cose indispensabili per la
vita e la difesa durante la ritirata. Dopo che i soldati
sono riusciti a raccogliere tutta la benzina disponibile
e rifornire l'autocarro, hanno cercato di metterlo in
moto, prima con la manovella, poi con reiterate spinte
con tutti gli uomini della base tattica, ma il motore
non ha dato il più piccolo accenno di voler partire:
era completamente bloccato dal gelo! L'unico mezzo di
trasporto dimostratosi valido è stata la troika
che da tempo avevamo ricuperato. È partita trainata
da due dei tre cavalli che avevamo in batteria sotto
la guida del soldato Vito Avallone, che nella vita civile
era cocchiere a Eboli, e spinta, disperatamente, dai
due prigionieri russi presi da noi questa notte alla
"linea pezzi" e che avevo fatto accompagnare
alla base tattica dove erano rimasti per tutto il resto
della notte. I poveretti, nel giro di poche ore, avevano
fatto in tempo ad apprezzare tutta l'umanità
con cui gli italiani trattano i loro prigionieri tanto
da preferire noi ai loro compatrioti... Sembra incredibile,
ma essi piangevano e si disperavano perché avevano
paura di essere ripresi dai loro compatrioti, accusati
di diserzione e, di conseguenza, finire fucilati! Nella
stalla della base tattica sono rimaste, oltre al terzo
cavallo, le tre mucche che per tanti giorni hanno fornito
il latte a tutta la batteria. Naturalmente, abbiamo
abbandonato anche la cucina russa montata sul carrello,
col fuoco acceso e nel pentolone la carne e l'acqua
sul punto di bollire, dato che il pranzo previsto per
oggi era "bollito con brodo"; lo mangeranno
i russi o penseranno che potrebbe essere avvelenato?
Ricapitolando, a parte le poche cose che si sono potute
caricare sulla troika, portiamo con noi i cannocchiali
ed i percussori dei pezzi, le tavole di tiro con le
bombe a mano contenute nella mia borsa, oltre ai moschetti
'91, a quello che abbiamo indosso, comprese le pistole
in dotazione agli ufficiali. Gli alti comandi, che erano
bene a conoscenza che davanti a noi non c'era più
fanteria, che nessun rinforzo poteva esserci inviato,
che in luogo delle nostre forze corazzate, promesse
e mai arrivate, stavano puntualmente arrivando quelle
russe e che noi, di fronte a tali mezzi, non avevamo
alcuna possibilità di resistere, non avrebbero
fatto meglio se ci avessero per tempo inviato i rifornimenti
necessari di carburante e poi, sia pure all'ultimo momento,
dato l'ordine di ripiegare salvando tutti gli obici,
i trattori, gli autocarri, il materiale, che così
avrebbero potuto servire su un'altra linea organizzata
di difesa? La batteria tedesca da 149/28 piazzata un
po' dietro a noi, come ho già detto, è
stata ritirata fin da ieri! Che i russi stessero preparando
da tempo una grande offensiva con uomini e mezzi soverchianti
era risaputo da tutti e da diversi giorni: lo vedevamo
anche noi, sia pure limitatamente, dal nostro osservatorio.
Il lasciarci senza benzina perché non potessimo
muoverci dimostra la premeditazione dei tedeschi. ma
i nostri alti comandi non lo sapevano? E questo dipende
solo dalla loro inefficienza o dalla loro limitata personalità
o da tutt'e due le cose? A che cosa ed a chi poteva
servire il nostro inutile, per non dire ridicolo, sacrificio?
Chissà se in futuro mi sarà dato modo
di capire i perché delle domande che ora mi faccio!
Per non essere facile preda dei carri armati, attraversiamo
la strada che, proveniente da Deresowka, passa di fianco
alla nostra postazione e più avanti, dopo aver
rasentato la nostra base tattica, si congiunge alla
rotabile Dubowikoff-Orobinski. Scendiamo in ordine sparso,
per offrire meno bersaglio, tra la neve, nel valloncello
che obliquamente si avvicina a quest'ultima località
distante circa sette chilometri, passando in mezzo e
badando a non incespicare contro i numerosissimi tronchetti
di quercia di 60-80 centimetri di altezza, rimasti del
bosco che c'era prima del nostro arrivo qui e che i
soldati della base tattica od altri, hanno lasciato
per non piegare la schiena e faticare meno nell'abbattere
le piante di cui avevano bisogno. Ora tutti questi spuntoni
d'albero costituiscono uno dei migliori ostacoli anticarro
e, infatti, i carri armati non tentano di scendere dietro
noi, ma si limitano a seguirci di fianco e, di tanto
in tanto, a fermarsi lungo la strada che noi abbiamo
attraversato e che percorre la cresta del valloncello
dove noi scendiamo. Di là ci tempestano di colpi
di cannone e di mitragliatrice. Siccome i carri armati
non possono sparare con angoli di tiro sotto l'orizzonte,
sono costretti a sparare granate con spolette regolate
a tempo, cosicché queste scoppiano in alto sulle
nostre teste. Nella fuga ci troviamo affiancati ai soldati
del reggimento tedesco che durante la notte scorsa stavano
qualche centinaio di metri dietro a noi e che ora si
sono precipitosamente buttati giù per il valloncello
che noi stiamo percorrendo. È impressionante
vedere il loro comportamento "teutonico" ad
ogni colpo sparato dai carri: c'è sempre qualcuno
che appena vede la fiammata del colpo in partenza, dà
un grido ed immediatamente tutti gli altri si buttano
a terra sprofondando nella neve. Sembrano quegli stormi
di corvi che d'inverno stazionano nella mia valle e
lasciano sempre sugli alberi la sentinella che ad ogni
minimo segno di pericolo, gracchiando, dà l'allarme
e tutto lo stormo, che sta posato a terra nelle vicinanze,
subito si leva in volo e si allontana. Questi tedeschi,
e solo loro, compiono una ginnastica, buttandosi a terra
per rialzarsi immediatamente dopo ogni scoppio di granata
per proseguire, faticosissima, inutile e pericolosa:
non pensano o non sanno che, da sdraiati, offrono un
bersaglio maggiore che stando in piedi, dato che i colpi
scoppiano in alto? È una fuga tremenda per tutti
noi! La neve è alta dai quaranta ai cinquanta
centimetri ed ha una crosta dura: ad ogni passo cerco
di farmi leggero ma quando sembra che ce la faccia a
farmi sostenere e camminarvi sopra, la crosta si rompe
ed il piede sprofonda nella neve che, sotto la crosta,
è sofficissima. Sono in discesa ma la fatica
è enorme, quasi come se stessi salendo su una
gradinata che non finisce mai ed i cui gradini sono
alti almeno quaranta centimetri! La mia fatica è
la stessa di tutti gli altri. Mi stupisce come noi e
particolarmente quasi tutti i miei uomini, per la fatica
subita per far sparare i 149/13, dopo quattro giorni
e tre notti senza dormire, senza riposare in alcun modo,
possiamo ancora trovare la forza di camminare in queste
condizioni! Io, tra l'altro sono pure a digiuno da ieri
a mezzogiorno, dato che la mia cena di ieri, non avendo
potuto mangiarla subito a causa del subbuglio provocato
dallo scoppio delle due bombe d'aereo ho finito col
darla ad un povero fante che, non avendo più
compagni superstiti, si ritirava e, capitato tra noi,
si era presentato a me per chiedermi da mangiare perché
non si reggeva più in piedi per la fame! Fa freddissimo
eppure (la fatica sviluppa calore!) qualche mio soldato
butta via il pastrano foderato di pelliccia d'agnellino
e poi butta via anche il moschetto. Io che sono dietro
a loro e li vedo, urlo e li minaccio per impedire simili
gesti dei quali potrebbero poi pentirsi, ma questa volta
non mi ubbidiscono più, forse neppure mi sentono...
Donegatti ad un certo punto non ne può più
e si siede nella neve. Io lo raggiungo ed egli mi dice:
"Non ce la faccio più, io mi fermo qui,
tu vattene e lasciami in pace! " Cerco di convincerlo,
lo supplico addirittura di alzarsi e di proseguire,
ma egli, ostinato e duro, rifiuta. Ad un tratto, come
ispirato da Dio, gli dico: "Ora basta, ti ordino
di alzarti e di camminare davanti a me!" Di fronte
alla mia intimazione perentoria, come per miracolo,
senza più dire parola, si alza e prosegue. Siamo
quasi arrivati in fondo al valloncello e stiamo per
raggiungere la strada che da Dubowikoff porta ad Orobinski,
cioè la località verso la quale siamo
diretti sia noi che i tedeschi, quando mi si avvicina
il soldato Lauro Bruni, calzolaio di batteria, e mi
porge una bottiglietta contenente del fernet, invitandomi
a berne un sorso. Io mi schermisco, rifiuto più
volte, ma egli insiste, dicendomi che avendone già
bevuto, ne ha tratto grande giovamento. Mi lascio attrarre
ed accetto di berne anch'io un bel sorso. È buono,
restituisco la bottiglietta a Bruni e lo ringrazio;
questi, soddisfatto, prosegue davanti a me, ma io, come
immediata conseguenza del liquore bevuto, mi sento invadere
da una indicibile, insostenibile stanchezza, mentre
dei crampi feroci mi prendono allo stomaco per la fame
repentinamente svegliata. Gli occhi quasi mi si chiudono
mentre, arrancando penosamente, raggiungo la strada,
dove la neve non è più alta ma è
schiacciata e liscia come un vetro. Quasi non riesco
più a camminare e intanto vedo la lunga colonna
- siamo tutti vestiti di grigio-verde, sia noi che i
tedeschi, e spicchiamo in mezzo al bianco uniforme della
neve - che si snoda allontanandosi da me lungo le rampe
della strada che sale con alcune serpentine dal fondo
del valloncello, dalla parte opposta a quella da dove
siamo scesi. Nel frattempo, quattro dei carri armati
che ci hanno stanati dalla nostra postazione e che ci
hanno dato la caccia percorrendo la strada sulla cresta
del valloncello da noi disceso, giunti al bivio della
strada Orobinski-Dubowikoff, hanno svoltato a destra,
verso Orobinski, con l'evidente scopo di raggiungerci
ed ora stanno scendendo lungo la strada, l'uno dietro
l'altro, dal lato opposto del valloncello. Noto che
non sono più montati o seguiti dai fanti russi.
Io sono ormai distanziatissimo dagli altri e cerco di
affrontare la salita. Ho ai piedi un paio di scarponi
chiodati: chiodi a testa quadra nel tacco ed a testa
rotonda, a cupola, sulla pianta della suola. Cammino
a piccolissimi passi, ma ciononostante, ogni volta che
cerco di sollevare un piede per portarlo avanti, appena
alzo il tacco, la suola che è ancora in parte
appoggiata allo strato di neve ghiacciata, mi scivola
indietro per effetto della pendenza della strada. Non
riesco ad avanzare e sento i carri dietro a me che stanno
per raggiungermi, allora mi giro per vedere quando mi
giungeranno addosso e provo a camminare retrocedendo.
Con stupore noto che i piedi non mi scivolano più;
forse vado poco più in fretta di prima, ma faccio
meno fatica ed almeno cammino! Marciando in tal modo,
osservo i carri vicinissimi e penso: chissà perché
non mi sparano? Forse che, dopo tanto sparare, hanno
esaurito tutte le munizioni e non hanno più neppure
un colpo per me? Quando mi raggiungeranno mi scanserò
sul bordo della strada, ma non farò più
di un passo nella neve alta e se mi stritoleranno, sarà
finita... vivere o non vivere per me non ha più
importanza... arrivo addirittura a pensare che con venticinque
anni da poco compiuti, anche se dovrò morire
non avrò nulla da recriminare, avendo già
avuto a sufficienza dalla vita!... Continuo a portare
con me la mia borsa di pelle contenente le tavole di
tiro e le bombe a mano. Penso che sarebbe perfettamente
inutile lanciare le bombe contro i carri: dall'interno
non ne sentirebbero neppure il rumore dello scoppio!
Mentre rimugino i miei pensieri, m'accorgo che i carri
si sono quasi fermati: mi sembra che si muovano alla
mia velocità, che rispettino la distanza... È
incredibile! Che abbiano paura di me? forse, vedendomi
tutto solo, indifferente al loro avanzare, camminare
a ritroso con una borsa in mano e guardandoli, pensano
che porti con me nella borsa un terribile marchingegno...
Nel frattempo sono arrivati degli aerei russi che si
danno da fare mitragliando ripetutamente la colonna
degli uomini in marcia che già hanno raggiunto
Orobinski. Io, da solo, non faccio bersaglio: non mi
sparano, nessuno mi spara! Sopraggiungono quattro stukas
tedeschi; mettono subito in fuga gli aerei russi e si
danno al loro inseguimento. Li vedo passare sopra la
mia testa e mentre li osservo allontanarsi, rammaricandomi
che non abbiano visti i quattro carri armati sulla strada,
vedo l'aereo di coda fare un dietro-front, picchiare
sulla colonna di carri e lanciare una bomba - una sola
- che cade e colpisce sul fianco destro il carro di
testa facendogli fare, forse per lo spostamento d'aria
o più probabilmente per avergli rotto un cingolo,
una rotazione di un quarto di giro, bloccandolo di traverso
sulla strada in modo tale che questa resta ostruita.
La strada è abbastanza larga, ma anche il carro
T 34 russo è molto grande! Gli altri che lo seguono,
si fermano e non tentano neppure di uscire dalla strada
per sorpassarlo dove non c'è la neve battuta.
Evidentemente temono che il terreno fuori strada sia
minato. Questo mi rinfranca, intanto la salita è
meno forte del primo tratto; mi giro, i piedi non mi
scivolano più e, sia pure lentamente, avanzo
e mi allontano dai carri. Davanti a me non vedo più
nessuno: tutti se ne sono andati. Arrivo a Orobinski
e mentre stancamente inizio la traversata del paese
che era la sede del nostro reparto munizioni e viveri,
vedo davanti ad un'isba, abbandonate, delle cassette
buttate alla rinfusa in mezzo alla neve e subito m'accorgo
che sono cassette che dovrebbero contenere lattine di
carne in scatola. Mi avvicino e, non so come, trovo
la forza di aprirne una rompendo i ferri a nastro che
l'avvolgono e spaccando il coperchio inchiodato. Nel
frattempo transita sulla strada una colonna a piedi
di un centinaio di uomini bene armati, probabilmente
del reggimento di fanteria tedesca in fuga che, inquadrata
a file di tre per tre, con a fianco un ufficiale che
comanda il passo, torna indietro verso l'inizio del
paese, con l'evidente scopo di affrontare i carri armati.
Subito mi riempio di scatolette di carne le tasche del
pastrano, poi cerco di aprirne un'altra tenendola ferma
sul ghiaccio della strada, con un piede appoggiato sulla
parte superiore e tentando di piantarle nel coperchio
la punta della lama del temperino che ho con me. Ad
ogni colpo della mano sul manico del temperino, la scatoletta
scivola sul ghiaccio e schizza via, lontano dal piede
col quale cercavo di trattenerla. Io la raggiungo, la
riprendo e ritento nello stesso modo di piantarle il
coltello nel coperchio. Ad ogni colpo mi sfugge, la
punta della lama del temperino si piega, ma io, imperterrito,
insisto. Intanto vedo Donegatti spuntare da lontano
e tornare indietro verso di me, chiamandomi; evidentemente
si era accorto che io non c'ero più con gli uomini
della batteria. Quanti al suo posto sarebbero tornati
indietro in simile situazione a cercarmi? Quando mi
è vicino, continua a pregarmi di allontanarmi
con lui. Io che continuo a lottare con la mia scatoletta,
alle sue insistenze rispondo con decisione che, se prima
non mangio, non mi muovo e, quindi, se ne vada pure
senza preoccuparsi di me. In quel momento, ad un paio
di centinaia di metri da noi, all'inizio del paese,
nella direzione del valloncello da noi percorso, si
sente una fitta sparatoria: è la piccola colonna
di tedeschi che spara contro i carri armati? Donegatti
zittisce un momento e con sguardo pietoso mi osserva
lottare contro quella terribile scatoletta, poi, repentinamente,
estrae il suo temperino da una tasca e me lo porge:
è un temperino con apriscatole! In un baleno
apro la scatoletta e mi infilo della carne in bocca.
Come deglutisco il primo boccone, sento ritornarmi le
forze. Subito afferro altre scatolette di carne dalla
cassetta sfondata e le porgo a Donegatti invitandolo
a mettersele in tasca, poi, l'uno di fianco all'altro,
ci allontaniamo verso la parte opposta del paese. Proprio
appena al di là delle ultime case del paesello,
vedo diversi autocarri carichi di uomini che si stanno
allontanando ed un altro, fuori strada, in mezzo alla
neve alta, fermo e con il cassone pieno di miei soldati.
Chiedo che cosa stanno facendo ed essi mi rispondono
che aspettano che il camion parta. Intanto l'autista
tenta disperatamente di metterlo in moto. Ordino a tutti,
meno all'autista, di scendere, di spingere l'autocarro
fin sulla strada e poi di provare a metterlo in moto
con una spinta. Così fanno ed il motore si avvia.
Faccio rimontare gli uomini ed io e Donegatti saliamo
in cabina a fianco dell'autista. Subito partiamo seguendo
la strada che corre verso nord, parallela ma ad una
certa distanza dal Don. I russi hanno sfondato le nostre
linee ed oltrepassato il Don a partire da Deresowka,
praticamente di fronte a noi, verso sud, non investendo
per niente le divisioni che si trovano attestate a nord
della nostra: quindi la strada in tale direzione è
ancora libera. Percorriamo diversi chilometri ed intanto,
io, grazie all'apriscatole di Donegatti, mi apro un'altra
scatoletta di carne e mangio... Arriviamo ad un incrocio
dove troviamo fermi gli altri autocarri che ci avevano
preceduti, perché c'è un'incursione aerea
nemica con lancio di numerose bombe. Tutti scendono
dal camion e, come già hanno fatto gli altri
arrivati prima di noi, si spargono lontani buttandosi
nella neve. Io rimango imperterrito seduto al mio posto
e continuo a mangiare carne. Finita l'incursione, tutti
ritornano. L'autista, rispettosamente, mi fa osservare
che anch'io avrei dovuto scendere dall'autocarro ed
allontanarmi; io gli rispondo che se una bomba fosse
caduta nel punto in cui egli si trovava, sarebbe morto
lui, mentre se fosse caduta in testa a me, sarei morto
io... Il ragionamento non è perfetto, ma oggi
sono fatalista! Ripartiamo svoltando a sinistra all'incrocio,
cioè verso ovest, seguendo gli altri. Alle ore
14 siamo a Kantemirowka: una qundicina di uomini della
mia batteria risultano mancanti. Sistemiamo gli uomini
a gruppi, un po' qua ed un po' là, dovunque troviamo
dei posti al coperto. Alla mensa del comando tappa vengo
abbracciato dal tenente colonnello Conte8 che è
contento perché ci siamo salvati, ma piange perché
non siamo morti, nel qual caso gli sarebbe stato facile
dimostrare che i suoi reparti si sono fatti onore! Io,
appena posso, vado a dormire.
KANTEMIROWKA, E LA RITIRATA CONTINUA!
Venerdì 18
La giornata che passiamo qui a Kantemirowka dovrebbe
servire per racimolare gli uomini del gruppo. Trovo
uno spaccio dell'Unione militare e colgo l'occasione
per acquistare, spendendo oltre L. 750, della biancheria
di ricambio, un rasoio ed altre cose che mi sostituiscono
quelle abbandonate sul fronte del Don. Affido il pacco
della spesa fatta e la borsa di pelle, sempre con dentro
le tavole di tiro e le bombe a mano, ad Avallone che,
con la slitta trainata dai cavalli, ci ha raggiunto
seguendo non si sa quale strada. Verso l'imbrunire gli
automezzi che il reparto munizioni e viveri è
riuscito a salvare dai russi (sono una parte di quelli
che avevo visto ieri lasciare Orobinski carichi di soldati
e così pure l'autocarro sul quale sono poi salito
io), partono col poco materiale rimasto e pochi uomini,
alla volta di un paese, Nicolskoje, che deve servire
di raduno per il 2° raggruppamento artiglieria di
corpo d'armata. Revelli e Donegatti vanno con loro.
Io, Brescia Morra e vari altri ufficiali del mio gruppo
ed i rimanenti uomini, partiremo domani mattina quando
torneranno a prenderci. Come già la notte scorsa
vado a dormire piuttosto presto in una baracca appositamente
costruita quale dormitorio ufficiali. Ci sono dei posti
letto in castelli di tre piani. Ho con me Brescia Morra.
Troviamo due posti nello stesso castello: io nel piano
di mezzo lui nel piano più alto. Sotto di me
c'è già un altro ufficiale che è
ferito e si lamenta penosamente, ma non è il
solo: di feriti ce ne sono molti e durante la notte
sento gemiti continui.
Sabato 19
M'accorgo, appena passata la mezzanotte, che diversi
si alzano ed escono dal camerone: dopo un po' ritornano,
svegliano altri e parlottano assieme; questi a loro
volta si alzano e se ne vanno senza più tornare.
Di mano in mano che passano le ore, il brusio ed il
movimento di persone aumentano: mi è impossibile
dormire, per cui chiedo informazioni ad uno che sta
per andarsene. La notizia che mi dà è
allarmante: sembra che i russi siano a pochi chilometri
di distanza ed avanzino senza trovare resistenza. Sono
le tre del mattino. Chiamo Brescia Morra, ci alziamo
ed andiamo a vedere che cosa succede dove abbiamo lasciato
i nostri soldati la sera prima. In giro per la città
non si nota alcunché di particolare. I nostri
soldati sono tranquilli, a parte quelli che si lamentano
per principi di congelamento. Dopo un po' siamo tutti
d'accordo nel pensare che si tratti di frottole. Alle
8 vado con Brescia Morra al comando tappa per chiedere
notizie e saperci regolare, però non troviamo
più nessuno, tutto chiuso ad eccezione del bar.
La cosa ci insospettisce non poco ed incomincio a pensare
che tutte quelle voci non siano prive di fondamento.
Che gli alti comandi siano bene informati, l'avevo già
capito il 16 di questo mese, quando ho ricevuto l'ordine
di resistere ad oltranza dove mi trovavo, dopo che il
comando del raggruppamento dal quale in quel momento
dipendevo, si era arretrato di una quarantina di chilometri...
Entriamo nel bar per sorbirci un caffe. Nell'interno
ci siamo solo noi ed il barista. Ordiniamo il caffè
e mentre ne siamo in attesa, sentiamo una serie di forti
scoppi ed il barista ci urla: "Fuori!". Poi
si precipita verso di noi e ci sospinge al di là
della porta. C'è una scaletta interna e, mentre
la scendiamo, sentiamo altri scoppi un po' dappertutto.
Sbuchiamo dalla scala direttamente sulla strada, nei
pressi di un incrocio, e vediamo una confusione indescrivibile
che ricorderò certamente per tutta la vita: autocarri
che sbucano da tutte le parti e fuggono a velocità
pazzesca investendo uomini, cozzando tra di loro, mentre
migliaia di soldati che sembrano impazziti, alcuni dei
quali sono seminudi ed altri addirittura nudi, feriti
fuggiti dagli ospedali, tentano di salirvi. Da un cancello
aperto nel muro di cinta di fronte a noi, evidentemente
delimitante l'area di un ospedale, sbuca una grossa
autoambulanza con il solo autista; non fa in tempo a
completare la curva verso sinistra, per immettersi sulla
strada, che investe un cavallo, il quale trottava attaccato
ad una troika guidata da un russo, spuntata in quel
momento dall'incrocio. Le ruote anteriori scavalcano
il cavallo che resta morto sul colpo, impigliato sotto
il telaio, per cui le ruote motrici posteriori fanno
poca aderenza sul ghiaccio e slittando impediscono all'autoambulanza,
fermatasi di traverso di fronte a noi, sulla strada,
di proseguire. Dallo stesso cancello esce saltellando
un alpino semisvestito: chiede aiuto. Io e Brescia Morra
guardiamo tutto questo, con occhi attoniti... Intanto
l'autista dell'autoambulanza scende a precipizio dal
suo posto di guida, afferra il cavallo per la coda e
cerca di estrarlo da sotto l'intelaiatura dell'automezzo.
Io corro in soccorso dell'alpino, lo sorreggo sino all'autoambulanza,
apro lo sportello di sinistra e cerco di sospingerlo
sul sedile a fianco di quello del guidatore. Il poveretto
è in mutande, ha le gambe completamente congelate,
nere, non riesce a salire; per di più è
un giovanottone grande e grosso! Io, standogli dietro,
con una mano lo sostengo sotto l'ascella e con l'altra
riesco a sollevargli una gamba posandogli il piede sul
predellino. Se riuscissi a sollevarlo di quel tanto
da poterlo spingere nella cabina, sarebbe fatta! È
molto pesante; le scarpe mi scivolano sul ghiaccio;
egli non ha neppure la forza fisica né la forza
di volontà di aggrapparsi alla fiancata della
cabina ed aiutarsi a salire! La gamba appoggiata sul
predellino non lo sorregge, gli si piega! Nel frattempo,
l'autista, non so come, è riuscito ad estrarre
il cavallo da sotto l'autoambulanza, rimonta a precipizio
al suo posto di guida e senza preoccuparsi minimamente
di noi, riparte di scatto con lo sportello sinistro
aperto, cioè dalla parte dove io mi trovo con
l'alpino. Dato che noi ci troviamo dalla parte interna,
della curva che lui compie, se non m'affrettassi a buttarmi
indietro trascinando con me il malcapitato giovane,
ci investirebbe entrambi con la ruota posteriore sinistra.
Se almeno, quel disgraziato - per dirgli poco - avesse
allungato solo una mano per tirare in cabina quel poveretto
mentre io lo spingevo, non avrebbe perso più
di qualche secondo e questi sarebbe salito! Quanto ho
ora scritto ha indubbiamente del pazzesco, ma è
pura e sacrosanta verità! Io non posso fare altro
che trascinarlo su un lato della strada e farlo sedere
con la schiena appoggiata al muro di cinta dell'ospedale.
S'accorge che sto per lasciarlo ed allora m'invoca ripetendo
più volte: "Signor tenente, non m'abbandoni!".
Dove noi ci troviamo non passano più altri automezzi;
ormai se ne sente solo il rombo in lontananza, che posso
fare? Oltre a lui, qui non ci siamo più che io
e Brescia Morra. Cerco di fargli coraggio, gli dico
che qualcuno arriverà di certo con qualche mezzo
a caricarlo, perché i responsabili dovranno pure
preoccuparsi di sgomberare gli ospedali e raccogliere
i feriti. Il poveretto capisce che non ci è possibile,
nelle nostre condizioni, portarlo via, perciò
tace e rimane là, con la schiena appoggiata al
muro, sperando.. Col cuore spezzato, m'allontano a piedi
con Brescia Morra, seguendo la strada nella direzione
in cui abbiamo visto dirigersi tutti gli altri. Stiamo
percorrendo un rettilineo ormai fuori della città,
quando sentiamo dietro di noi, ancora lontano, il rumore
di un motore; ci voltiamo e vediamo un autocarro che
sta arrivando a tutto acceleratore. È forse l'ultimo
che lascia la città; dico a Brescia Morra che
bisogna tentare il tutto per tutto per aggrapparvisi,
altrimenti, a piedi, noi due soli, non ce la faremo
ad allontanarci. Per non ostacolarci, gli dico che io
tenterò di aggrapparmi alla fiancata sinistra,
mentre lui dovrà tentare di aggrapparsi alla
sponda posteriore. Ci mettiamo entrambi a correre, io
a sinistra e lui a destra della strada. Nel momento
in cui l'autocarro sta per sorpassarci, io spicco un
balzo e riesco ad aggrapparmi al fianco all'inizio del
cassone, tra la cabina ed il telone; m'arrampico su
quest'ultimo poi cerco di scendere all'interno del cassone,
incastrandomi dietro la cabina, tra questa ed il telone.
Brescia Morra, anche lui, ce l'ha fatta ad aggrapparsi
alla sponda posteriore e, temendo che io non sia riuscito
a salire, continua a gridare il mio nome; io lo rassicuro,
rispondendogli ed invitandolo ad entrare nel cassone.
La manovra che faccio per scendere, non è facile:
il voluminoso pastrano con fodera di agnellino che indosso,
a causa dello stretto spazio tra la cabina e la prima
centina che sostiene il telone, mentre scendo, si accartoccia
all'altezza delle ascelle. Per di più, proprio
legata al retro della cabina, c'è la ruota di
ricambio che a sua volta blocca il telone. M'accorgo
che nel cassone c'è già qualcuno e lo
invito a togliere l'impedimento all'interno che non
mi permette di scendere. La ruota viene rimossa ed io,
faticosamente, riesco nel mio intento. Subito vedo Brescia
Morra che, non avendo inteso la mia risposta ai suoi
richiami, è ancora aggrappato alla sponda dietro
e non riesce a decidersi se salire o no. Gli dò
una mano, così ci troviamo in tre nel cassone
dell'autocarro e due in cabina. Questi ultimi li vedo
attraverso il finestrino: sono l'autista, che è
un milite fascista, ed un capomanipolo. Quello che è
con noi nel cassone è pure un milite fascista
e mi dice che hanno fatto giusto in tempo ad arrivare
a Kantemirowka questa mattina con l'autocarro sul quale
ci troviamo, essendo partiti da una decina di giorni
dall'Italia e scaricati dal treno poche ore or sono
in una stazione di cui non sa il nome. Sono arrivati
e subito hanno fatto un bel dietro-front per tornare
indietro il più velocemente possibile. L'automezzo
corre velocissimo sulla strada ghiacciata e nel percorso
raggiungiamo quelli che sono partiti prima di noi, a
piedi. È naturale che facciano il possibile per
aggrapparsi anche loro, ed in breve tempo, mentre il
cassone si riempie di uomini, altri che, come me, sono
riusciti ad aggrapparsi alle fiancate ed a salire sopra
il telone, col loro peso fanno cedere le centine e premono
sulle nostre teste. Il milite ha una baionetta e con
questa, avvertendo coloro che sono sopra di fare attenzione,
di scansarsi, tagliamo il telone. Subito, dal taglio,
precipitano in basso con noi, come da una tramoggia,
diversi soldati. Leviamo, tagliandolo decisamente, tutto
il telone, in tal modo altre persone che di mano in
mano raggiungiamo lungo la strada, si aggrappano più
facilmente e finché c'è spazio per infilarci
i piedi, entrano nel cassone. Siamo tanti che quelli
sui bordi stanno ripiegati all'esterno, quasi come un
mazzo di fiori dentro il vaso. Ci sono anche dei feriti
e dei congelati che, sebbene non gravi, soffrono a causa
della posizione e si lamentano. Tento, urlando, picchiando
contro la cabina di far fermare l'autocarro per sistemarli
meglio, ma capisco che l'autista non si fermerebbe neppure
se lo ammazzassi ed il capomanipolo si comporta come
se fosse sordo, tant'è vero che neppure si gira
a guardare attraverso il finestrino che lo separa da
noi per vedere che cosa succede! L'autocarro è
stracarico, per cui la velocità si è fortemente
ridotta, quindi è più facile aggrapparsi,
cosicché viaggiamo con numerose persone appese
a grappolo sulle fiancate, perché nell'interno
non c'è più posto. Le balestre, a causa
del sovraccarico, cedono e le ruote posteriori sfregano
contro i parafanghi. Di tanto in tanto sopraggiungono
altri autocarri che provengono da chissà dove,
più o meno vuoti, velocissimi. La strada è
convessa, perciò il nostro autista viaggia al
centro perché, così, slitta meno, c'è
meno pericolo di finire fuori strada e neppure si sposta
allorché sopraggiungono gli altri e vogliono
sorpassare. La strada è abbastanza larga, per
cui ci sono quelli che sorpassano a sinistra e quelli,
sia pure in numero minore, che sorpassano a destra.
Tutti, per lo stesso motivo di stabilità sulla
strada, tendono a sorpassarci sfiorandoci, cosicché
diversi uomini appesi ai fianchi dell'autocarro su cui
mi trovo, vengono stritolati dalle fiancate degli autocarri
che ci sorpassano. Nonostante tutto, in un tempo relativamente
breve arriviamo a Bielowodsk, dove trovo gli autocarri
del mio gruppo carichi degli uomini che ieri erano partiti
da Kantemirowka, pure loro fuggiti. Perché è
successa tutta quella confusione, quel pandemonio, a
Kantemirowka? Perché dei carri armati russi,
con l'aiuto di apparecchi da caccia e da bombardamento,
si erano presentati sulla soglia e sul cielo della città
ed avevano iniziato a sparare, mitragliare, bombardare
un po' ovunque cosicché quelli che vi si trovavano
già sotto shock e stremati dalla battaglia sul
Don e per di più, in maggioranza assolutamente
disarmati, si erano dati alla fuga. Lascio l'autocarro
che mi ha portato fin qui e mi trasferisco con Brescia
Morra su uno degli autocarri del mio gruppo. Alle ore
16 attraversiamo Starobjelsk. Strada facendo abbiamo
dei feriti: un sottufficiale della mia batteria, il
sergente Carlo Trezzi, trattorista, ferito nel tratto
di strada tra Kantem e Bielowodsk, cioè prima
che io mi unissi agli uomini del mio gruppo a Bielowodsk
e tre artiglieri della 3a batteria, colpiti lungo la
strada da Bielowodsk a Ponte Donetz, nei cui pressi
arriviamo a sera inoltrata. Passo la notte con molti
altri ufficiali in un comando tappa di un paese in riva
al Donetz, sulla sponda sinistra del fiume, dove trovo
parte dei miei soldati che avevo con me a Kantemirowka.
Domenica 20
Durante la notte ed il mattino, arrivano con tutti i
mezzi possibili altri miei soldati, a gruppetti od alla
spicciolata, sempre da Kantemirowka. Arriva pure Avallone
senza slitta e senza cavalli: li ha abbandonati perché
aveva avuto l'occasione di trovare un posto su un autocarro
più veloce mentre quelli erano troppo lenti ed
avrebbe finito col trovarsi solo sulla strada, certamente
con la possibilità di incontri non amichevoli...
Con un sorriso soddisfatto (prima di abbandonare la
troika aveva pensato al suo tenente...), mi porge la
borsa di pelle che gli avevo affidato a Kantemirowka,
unitamente al pacco della spesa fatta all'Unione militare
e mi dice che il pacco l'ha lasciato sulla troika, non
potendoli portare entrambi, e, tra i due, ha pensato
che avesse piú valore la borsa di pelle, tanto
più che risultava più pesante del pacco
avvolto semplicemente in carta da imballo. Rimane male
quando gli dico che la borsa contiene delle tavole di
tiro ormai, per noi, del tutto inutili e delle bombe
a mano e null'altro, mentre nel pacco c'era biancheria
e di tutto un po', per un valore di oltre 750 lire.
Comunque lo ringrazio, ed egli non finisce più
di scusarsi per non aver saputo scegliere. Conclusione:
in tre giorni ho perso due volte tutti i miei bagagli...
Vorrà dire che mi vestirò come i soldati,
però, un rasoio per farmi la barba bisognerà
pure che lo trovi, come pure sarà necessario
che mi procuri un pezzo di sapone per lavarmi appena
troverò dell'acqua che non sia gelata! Mi resta
la soddisfazione di avere ancora in tasca la fattura
delle spese fatte a Kantemirowka che, essendo di carta
fine, sottile, adopero dopo averla tagliata in diversi
pezzetti rettangolari, come cartine per le sigarette
che riesco a "torchiare" raccogliendo, quando
desidero fumare, un po' del tritume e polvere di tabacco
che ho sparsi in tutte le tasche! Dopo aver atteso tutto
il mattino che qualcuno decida la nostra dislocazione,
finalmente, nel pomeriggio, partiamo strettissimi sui
nove autocarri rimasti al gruppo, contro i novantadue
che avevamo sul fronte del Don, alla volta di Voroscilovgrad,
dove presso il 127o autoreparto pesante, troviamo un'ospitalità
veramente commovente.
Note
- Pierino Donegatti, sottotenente di complemento e
comandante della 1a sezione della 1a batteria (la
1a batteria era una delle tre che formavano il 123°
gruppo del 2° raggrupparnento d'artiglieria di
corpo d'armata). Nato a Ficarolo in provincia di Rovigo
nel 1920, geometra, vive a Rovigo.
- Celestino Revelli, comandante della 1° batteria,
prima tenente e poi capitano in servizio permanente
effettivo. Nato a Tripoli nel 1918 da genitori monregalesi,
ha raggiunto il grado di generale di corpo d'armata,
vive a Firenze.
- Osservatorio comando.
- Duecento colpi corrispondono a circa cento quintali
tra granate, bossoli e cariche di lancio, quindi è
facilmente valutabile la fatica dei "porgitori",
uno per ogni pezzo, che, per ogni colpo da sparare,
devono scendere di corsa nella riservetta sotterranea,
scavata dai soldati, caricarsi una granata di quarantasei
chili sulle braccia, risalire correndo sino al rispettivo
pezzo per porgerla al "caricatore" che deve
prenderla a sua volta e infilarla, spingendola con
forza, nella bocca da fuoco (dal diario).
- La katiuscia è una nuova arma dei russi:
si tratta di un mezzo cingolato, come una specie di
carro armato, sul tetto del quale sono disposte nel
senso longitudinale delle specie di rotaie sulle quali,
una davanti all'altra, vengono caricate, sembra, fino
a sedici granate munite di carica di lancio a razzo
che partono una dietro l'altra con rapidissima sequenza.
Le rotaie sul tetto del mezzo si possono regolare
all'inclinazione voluta, con la possibilità
di far loro assumere un angolo di tiro come per i
cannoni. L'angolo di direzione voluto, penso lo si
possa ottenere spostando il mezzo mediante i cingoli,
per i grossi angoli e, per i piccoli angoli facendo
muovere trasversalmente le rotaie con qualche comando,
cioè proprio come si fa per i nostri obici
che, per i grandi angoli, spostiamo agendo a mano
sulla coda, e, per i piccoli spostamenti, agendo sulla
bocca da fuoco per mezzo dell'apposito volantino (dal
diario).
- Penso che la pericolosità consista, salvo
i casi in cui ti cadono addosso, in due aspetti: il
fragore dello scoppio che, se non ci si premunisce
aprendo la bocca, tenendo la lingua appoggiata al
palato e proteggendo le orecchie con le palme delle
mani aperte a conchiglia, farebbe rompere i timpani
o comunque, li danneggerebbe; il lancio a raggera
delle schegge di terra gelata, dato che i proietti
prima di scoppiare penetrano nel terreno, provocando
poi una buca di circa un metro di diametro e profonda
nel centro trenta-quaranta centimetri (dal diario).
- Il falsoscopo notturno è costituito da una
lanterna a petrolio appesa ad un paletto piantato
in un punto da noi topograficamente determinato dietro
la batteria, un po' in basso verso il valloncello
che ci separa dalla base tattica ed a m. 40-60 di
distanza a seconda della posizione relativa dei quattro
pezzi. Serve come punto di riferimento di notte per
calcolare gli angoli di direzione, per cui, puntandoci
sopra l'obiettivo a prisma del cannocchiale di ogni
pezzo e facendo assumere ad ogni bocca da fuoco il
rispettivo angolo di direzione calcolato, è
possibile sparare su un dato obiettivo non visibile
direttamente. Questo falsoscopo è collocato
in posizione così vicina ai pezzi per poterlo
vedere anche se c'è nebbia o se piove o nevica
(dal diario).
- Antonio Conte, tenente colonnello in servizio permanente
effettivo. Comandante del 123° gruppo.
- Luigi Brescia Morra, sottotenente di complemento
e comandante della 2° sezione della 1a batteria.
Nato a Sanseverino Rota in provincia di Salerno nel
1920, ingegnere.
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Per informazioni è possibile telefonare al numero 0143-837604
, inviare fax al numero 0143-824406 o e mail a piero.marenco@tin.it
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