INTRODUZIONE
Ad oltre sessanta anni di distanza dagli
eventi tristi dell’ultima guerra mondiale, ancora
attualmente angosciati da recenti, nuovi, numerosi,
fanatici focolai di discordia che minacciano libertà
e democrazia, ci viene offerta l’occasione di
recarci con una trentina di camper ed altrettanti
gruppi famigliari, portatori di pace, nello spirito
più genuino del turismo itinerante, sulle orme
dei nostri padri, fratelli e nonni combattenti, per
osservare, scoprire, comprendere, trovare, ricordare,
onorare, compiangere, pregare. No, non ho dimenticato
nessuno; alzi la mano chi potrebbe dire oggi: “sulle
orme dei nostri figli”.
Si dice spesso che l’occasione fa l’uomo
ladro; questa occasione più onestamente ci
incuriosisce, invitandoci a documentarci frugando
nella memoria altrui, per poter fare la nostra parte
di “posteri”, non importa se privi di
“ardue sentenze”, ma quantomeno capaci
di rispolverare anche un minimo di verità storica,
e magari di illuminarla con qualche piccolo contributo
inedito. Nostro compito principale non sarà
quindi il giudicare, ma l’apprendere e, come
usiamo fare nei nostri “diari di bordo”
ci ripromettiamo fin da ora di riferire, con metodo
scientifico, ciò che troveremo “scritto”
o che ci verrà riferito personalmente e i cieli,
le valli, le colline, i fiumi che vedremo e toccheremo,
e le strade che percorreremo, e i luoghi che raggiungeremo
e la gente che incontreremo, e le parole che ci diremo,
e gli abbracci che ci scambieremo, e i pasti che consumeremo
insieme, e le preghiere che, sempre insieme, pronunceremo.
La visita dei territori che furono teatro di cruente
battaglie di nostri soldati, sarà una porzione
di viaggio dedicata a chi ci ha preceduto, in condizioni
speriamo, irripetibili, a chi là è ritornato
per non dimenticare, a noi che andremo a divulgare
il nostro pacifico turismo famigliare itinerante,
per tenere aperta la strada della pace a tutti coloro
che in seguito vorranno seguire le orme delle nostre
casette a quattro ruote.
LA NOSTRA INIZIATIVA
Il “Camper Club La Granda” ha
aderito alla proposta di una agenzia Russa di intraprendere
un viaggio oltre l’Ucraina, in territorio Russo
fino al Caucaso, con itinerario comprendente le zone
a ridosso del Don, ove si è consumata una delle
peggiori tragedie belliche di nostri connazionali
in Europa. L’occasione ha risvegliato in me
la curiosità di scoprire ed approfondire quel
momento storico, e non ho potuto nascondere a me stesso
una estrema ignoranza al riguardo, pur avendo avuto
un padre che ha partecipato come ufficiale alle operazioni
di guerra, un padre che è sempre stato a parole
molto avaro nel riferire di episodi, di luoghi, di
date e di quant’altro in proposito. Mi sono
quindi affidato ad internet, in una ricerca che mi
ha subito coinvolto anche emotivamente per quantità
e qualità di scritti, di fotografie, di commemorazioni,
di canti, di leggende. Poco alla volta, come nella
lenta ricomposizione di un “puzzle”, confrontando
i numerosissimi brani scritti da reduci, romanzieri,
poeti, parolieri, giornalisti, ho cercato di dare
per prima cosa un volto per lo meno geografico e toponomastico
alla zona interessata ed alla composizione ed appostamento
dei vari reparti dell’A.R.M.I.R. (Armata Italiana
in Russia), onde poter confrontare luoghi e posizioni
nell’itinerario che andremo a percorrere.
Per la verità ho dovuto subito constatare che
la maggior parte dei nomi dei luoghi citati negli
scritti dei “reduci alpini” trova pochi
riscontri nella odierna toponomastica; vale per tutti
il nome della località che più sollecita
la nostra commozione: Nikolajewka, oggi Livenka. E
così vi sfido a rintracciare facilmente nelle
odierne cartine geografiche nomi di località
come: Podgornoje, Postujali, Karkowka, Scheljakino,
Varwarowka, Nikitowka, Arnautowo, Terenkina, paesi
e cittadine che costituirono l’itinerario bellico
anche di mio padre, l’allora tenente Eugenio
Bonardi, poi capitano, con la sua 253 compagnia del
battaglione Valchiese, percorso prima di approdare
appunto a Nikolajewka, oltrepassare il ben noto terrapieno
sotto la ferrovia, e, dopo aver parzialmente superato
la resistenza nemica, aprirsi la strada verso la ritirata.
Per avere comunque un quadro non approssimativo del
“campo di battaglia nei pressi del Don”,
e poter in seguito avere un quadro comparativo dei
luoghi, rapportato a quelli che andremo a visitare
da turisti itineranti, conviene rifarsi ad alcune
descrizioni grafiche del tempo, ove sono indicate
località e posizione dei vari reparti: ungheresi,
italiani, tedeschi etc., e che qui vengono riportate,
precisando che sono state estratte dal libro “Urla
di vittoria nella steppa” scritto dal tenente
Giorgio Gaza, poi capitano, ufficiale dal carattere
battagliero, grande stratega, ancora oggi vivente,
allora ufficiale al comando, con la collaborazione
di mio padre Eugenio, di compagnie del Valchiese.
UN PO’ DI CONOSCENZA STORICA
Per una migliore lettura e comprensione delle descrizioni
grafiche, occorre conoscere la struttura del Corpo
di Armata Alpino in Russia, la cui composizione dovrebbe
corrispondere, salvo errori od omissioni, a quanto
segue:
Il Comando supremo spettava al Generale di Corpo d’Armata
Gabriele Nasci.
Capo delle Truppe di Corpo d’Armata comprendente
il Quartier Generale era il colonnello Giulio Martinat.
I reparti di Artiglieria (genio) erano al comando
del generale B. Carlo Filippi.
La seconda Divisione Tridentina al comando del generale
Luigi Reverberi era così suddivisa:
5° Reggimento Alpini, al comando del Colonnello
Giuseppe Adami,, comprendeva i battaglioni: Morbegno,
Tirano, Edolo;
6° Reggimento Alpini al comando del colonnello
Paolo Signorini, comprendeva i battaglioni Verona,
Vestone, Valchiese;
2° Reggimento Artiglieria Alpina al comando del
colonnello Federico Moro, comprendeva i battaglioni
Bergamo, Vicenza, Valcamonica.
La terza Divisione Julia al comando del generale Umberto
Ricagno era così suddivisa:
8° Reggimento Alpini al comando del Colonnello
Armando Cigolino, comprendeva i battaglioni Tolmezzo,
Gemona, Cividale;
9° Reggimento Alpini al comando del colonnello
Fausto Lavizzari, comprendeva i battaglioni Vicenza,
L’Aquila, Val Cismon;
3° Reggimento Artiglieria Alpina al comando del
colonnello Pietro Gay comprendeva i battaglioni Udine,
Conegliano e Val Piave.
La quarta Divisione Cuneense al comando del generale
Emilio Battisti era così suddivisa:
1° Reggimento Alpini al comando del colonnello
Luigi Manfredi, comprendeva i battaglioni Ceva, Pieve
di Teco, Mondovì;
2° Reggimento Alpini al comando del colonnello
Luigi Scrimin, comprendeva i battaglioni Borgo San
Dalmazzo, Dronero, Saluzzo;
4° Reggimento di Artiglieria Alpina al comando
del colonnello Enrico Orlandi, comprendeva i battaglioni
Pinerolo, Mondovì, Val Po.
Va inoltre ricordato che gli ufficiali di grado superiore,
dal maggiore in su, si distinguevano per la “penna
bianca” sul cappello, ed avevano il comando
operativo; i vari battaglioni erano suddivisi in compagnie,
direttamente guidate da ufficiali di grado inferiore
(“penne nere”): capitani, tenenti, sottotenenti,
e che le operazioni sul Don, per la perdita di gran
parte degli ufficiali addetti al comando, finirono
per essere affidate a tenenti e sottotenenti, cui
spettò spesso il compito di prendere decisioni
cruciali, in mancanza di collegamenti e quindi anche
di ordini superiori diretti.
MEMORIA E CULTURA ITINERANTE
Ora possiamo con migliore competenza riconoscere nelle
descrizioni grafiche la disposizione dei vari reparti
nel periodo dal 18 dicembre 1942 al 17 gennaio 1943
(cioè prima che i reparti iniziassero il “ripiegamento”,
terminato con lo “sfondamento” a Nikolajewka
il 26 gennaio e con la successiva ritirata.):
a sinistra la 2°Armata Ungherese; a seguire: i
battaglioni Verona, Val Chiese, Tirano, Edolo, Morbegno,
Vestone, Vicenza (arretrato), Pieve di Teco, Ceva,
Mondovì, Borgo San Dalmazzo, Dronero, Saluzzo,
quindi ancora l’8° Reggimento Alpini, il
9° Reggimento Alpini ed infine i Tedeschi.
Nella seconda raffigurazione grafica è invece
rappresentata la zona dei tragici combattimenti finali.
Sono inoltre ben evidenziate nelle predette piantine
le località di Datscha e Podgornoje, Arnautowo,
Terenkina (o Terinkina), Nikitowka, Nikolajewka.
Perché, mi chiederete, questo insistere abbondantemente
sull’aspetto tecnico e toponomastico di quei
luoghi? Semplice, per poter essere, quando vi andremo,
testimoni di una memoria storica che ha direttamente
o indirettamente coinvolto ciascuno di noi, sia che
siamo figli o nipoti o fratelli di reduci o di caduti
o di dispersi sia che non siamo figli o nipoti o fratelli
di alcuna di queste categorie. E ciascuno di noi avrà
l’occasione di vedere, sentire, confrontare,
comprendere, onorare, condannare, giudicare secondo
la propria coscienza, meditare ed accorgersi di aver
fatto una esperienza che può aiutare a crescere,
così come vorremmo, in un mondo migliore, in
cui pace e concordia la facciano da padrone, in cui
le piccole cose contino più dei sogni di grandezza
e di potere, un mondo ove si possa avere la soddisfazione
di scoprirsi liberi di raccontare qualsiasi barzelletta
e di poter condividere con altri la risata che ne
consegue.
Fra non molto, con il nostro carico di “visti”,
“permessi”, “inviti”, bottiglie
di vino, chili di pasta, confezioni di acqua minerale
e quant’altro, i nostri camper attraverseranno
più frontiere. Saremo un piccolo esercito di
pace, porteremo le nostre canzoni, ci confonderemo
nel ballo con gli amici Bielorussi, Ucraini e, Russi;
assaggeremo ancora cetrioli e sorseggeremo vodka;
ascolteremo le ballate russe accompagnate da fisarmonica
e balalayka, e mostreremo con orgoglio le nostre bandierine
italiane, e proporremo a mani strette il nostro “io
vagabondo”, certi che riceveremo la più
sincera ed accurata delle ospitalità, questo
forse anche grazie al comportamento leale ed umano,
pur nella tragicità degli eventi, di molti
nostri genitori, nonni e fratelli Alpini e della loro
ben nota capacità di familiarizzare con un
nemico straziato e impaurito, e di evitare al massimo
i gesti di estrema soluzione ben noti alle truppe
tedesche.
Per questo, prima di riferire sul viaggio ormai prossimo,
credo possa interessare i partecipanti la lettura
del breve ma intenso diario di mio padre riguardante
il periodo in Russia subito precedente la battaglia
di Nikolajewka. Non desidero commentarne il contenuto,
mi piace che sia letto nella sua forma autentica,
poiché in quelle righe traspare nella sua integrità
la condizione psicologica dell’ufficiale uomo,
che annota date, nomi, luoghi, spostamenti, brevi
episodi, situazioni climatiche, e un elenco di orrori,
di morte, di paure, di ansie, di speranze. Una testimonianza
utile alla nostra ricerca di comparazione con i luoghi
di allora e un contributo alla memoria storica da
collocare fra i tanti contributi di coloro che l’hanno
già raccontata.
Prima però un breve cenno sulle “radici”
del mio desiderio di approfondimento, al quale il
proposto viaggio verso il Don ha certo offerto una
ghiotta occasione, radici che si innestano su un fatto
cui non diedi subito adeguato seguito: alla morte
di papà, mia madre desiderò che il suo
caro Eugenio fosse innanzitutto ricordato come “Il
Capitano della Compagnia” . E solo oggi, proprio
a causa del nostro imminente viaggio in camper verso
la Russia, ho potuto rintracciare parte del diario
di papà, che credevo perduto, e che si trovava
gelosamente conservato dalla sua Nelly.
PAPA’ EUGENIO
Era l’ormai il lontano 25 ottobre 1976, quando
in una stanzetta dello ”Istituto dei Tumori”
di Milano si spegneva in silenzio, dopo lunga agonia,
colpito dal “male del secolo” il dr. Eugenio
Bonardi, mio padre, classe 1913. L’immatura
scomparsa creò, al momento, qualche problema
alla mia famiglia, allora composta da una madre casalinga,
due figlie sposate e cinque figli ancora impegnati
negli studi. Ripensando a quei momenti, ciò
che più di ogni altra cosa ancora oggi mi stupisce
nel ricordo è la volontà e la tenacia
con la quale mamma Nelly desiderò che il suo
caro Eugenio fosse innanzitutto ricordato come “Il
Capitano della Compagnia” e richiese ed ottenne
che al suo funerale fosse presente un “picchetto”
di dodici Alpini del sesto Reggimento, divisione Tridentina,
con relativo Ufficiale e commoventissimo suono di
tromba del “silenzio”. Anche sulla pietra
della sua sepoltura “a giardino”, nel
Cimitero Monumentale di Milano, figurava innanzitutto
la scritta “Capitano Eugenio Bonardi”,
quasi che la sua dipartita in età prematura
potesse essere considerata conseguenza di una guerra
ancora tanto tristemente viva e presente nel cuore
di sposa della sua cara Nelly.
Per la verità non mi sono quasi mai occupato
di indagare su quel particolare spicchio della vita
di mio padre, prima che il destino facesse cadere
l’intera mela dal suo amatissimo ramo. Papà
parlò spesso dei fatti di guerra con i suoi
ufficiali ed Alpini, e frequentò con evidente
commozione le adunate Alpine, ma lasciò a noi
figli poche parole sulla sua vita da soldato e sulle
campagne militari sostenute in Francia, in Grecia,
in Albania ed in Russia. Ricordo con affetto il caro
avv. Giuseppe Prisco, sì, quello dell’Inter,
amico di papà per la comune appartenenza al
club “Temi” (dopolavoro dei dipendenti
del Tribunale di Milano e di avocati, procuratori,
giudici e loro famigliari), club che papà frequentava
in particolare partecipando ai tornei di bridge organizzati,
e che anche tre di noi figli frequentavamo quali appartenenti
alla squadra di ping-pong, nella quale, fra l’altro,
sono stato a volte impegnato nell’ARCI in incontri
di doppio con lo stesso Prisco, con il quale formavo
“coppia fissa”. Solo più tardi
ho compreso che la sensibilità mostrata dall’avvocato
Prisco, e da tanti altri, nei riguardi della mia famiglia
in difficoltà, dopo il grave lutto, non solo
con sostegno morale, ma anche con sostegno materiale,
aveva radici più lontane, fondate sui trascorsi
di quei giorni di battaglia che aveva unito in un
indissolubile nodo di fraternità tutti gli
attori della immane tragedia bellica.
Mio padre, un ufficiale addetto principalmente al
vettovagliamento, alla sussistenza, al controllo e
alla distribuzione di viveri, armi e materiale; un
soldato che amava sostenere i suoi Alpini invitandoli
ad una partita a carte o a scacchi, a fumare una sigaretta
e fare le “parole crociate”, a scegliere
un libro della sua fornitissima “biblioteca
da campo”, a creare uno spettacolino teatrale,
o a partecipare al coro che egli dirigeva con passione.
Eppure papà non era più speciale di
altri suoi compagni Alpini. Insisteva inoltre perché
gli dettassero una lettera da scrivere alla fidanzata
o alla mamma. Nelle lettere che spediva dal fronte
alla sua “cara Nelly” esordiva sempre
con “Aequa in arduis mente” o con “Per
aspera ad astra”, i cui significati più
o meno sarebbero: “agisci nelle contrarietà
con mente adeguata”, e “attraverso le
avversità cerca di raggiungere i più
alti traguardi”. Queste frasi la dicono lunga
sulla sua costrizione alla guerra e la sua lontananza
dalla serenità. Ed era anche un ufficiale destinato
ad assumere decisioni determinanti in situazioni disastrose,
fra assiderati, congelati, feriti di ogni genere,
sbandati imploranti ed eroi. Malgrado tutto questo,
mio padre fu certamente uno dei più fortunati,
era definito “lestofante” per la sua capacità
di procurare cibo, accantonamento in luogo coperto,
vettovaglie ed altro, come previsto nei compiti della
sua 253° compagnia del Valchiese, fin dall’inizio
della campagna destinata alla sussistenza ed agli
approvvigionamenti. Comunque fortunato, in quanto
è riuscito a ritornare in Italia senza un graffio,
anche se ha poi dovuto subire l’internamento
in Polonia (Czestochowa), poi il 7 novembre 1943 a
Cholm, quindi il 31 gennaio 1944 a Doeblin, quindi
l’1 febbraio 1944 a 4 km. da Przemyslil ed in
Germania il 21 marzo 1944: a Norimberga. Nel frattempo
nasceva il sottoscritto, ignaro di tutto quanto sopra,
ma, se vogliamo, figlio di quella terribile ritirata
di Russia che andremo a ripercorrere quasi al contrario
e su quattro comode ruote.
DIARIO INEDITO
Dal diario del tenente Eugenio Bonardi,
(rinvenuto in copia manoscritta dalla moglie Elena Caligaris)
“La storia del Valchiese nella ritirata di
Russia”
9 gennaio 1943 Alle 20 una pattuglia russa si spinge
fino alla Lingua Bianca e viene respinta a bombe a
mano: tracce di sangue sulla neve. Da alcuni giorni
è in corso un grande attacco sul fronte ungherese.
14 gennaio 1943 durante i lavori ad un camminamento,
è esplosa una mina anticarro ungherese. Un
alpino morto e un ferito gravemente.
15 gennaio 1943 mentre continua il cannoneggiamento
sul fronte degli Ungheresi, giunge all’improvviso
l’ordine di ripiegamento. Alla sera già
partono i magazzini. Il freddo è polare –
35 sotto zero.
16 gennaio 1943 all’alba, intenso pattugliamento
russo. Durante il giorno, preparativi per la partenza;
ricostruzione dei plotoni e designazione degli ufficiali
incaricati di assicurare la “copertura”
durante il ripiegamento delle compagnie. Resteranno
in linea: della 253 i sottotenenti Pais e Grossi;
della 254 i tenenti Marchioni e Bianchi, della 255
il sottotenente Murari, della 112 i sottotenenti Ballico
e De Tavonatti, della Compagnia Comando il sottotenente
Quey.
Domenica 17 gennaio e lunedì 18 gennaio 1943
Alla mattina il tempo è terso. Sulla destra
rombo di artiglierie. Notizie contradditorie si alternano:
si parte….non si parte…. Vengono comunque
affrettati i preparativi. Si costruiscono slittini
con gli sci per i trasporti individuali. Si minano
le baracche abbandonate e i punti di passaggio obbligato.
Alle 14 arriva l’ordine di partenza. Si procede
all’inquadramento dei reparti sul rovescio delle
linee e all’ultimo controllo dei materiali.
Alle 17 circa il battaglione inizia il movimento verso
Datscha dove è il punto di concentramento,
mentre i magazzini e i depositi vengono dati alle
fiamme. Rimangono in linea soltanto i reparti di copertura.
Verso le 20 il Battaglione lascia Datscha e si dirige
ordinatamente verso Andrejewka, sita a pochi km. di
distanza. Al freddo intenso si aggiunge una violentissima
tormenta che ricopre le strade di un alto strato di
neve farinosa. La strada è spesso ingombra
di slitte e di materiali abbandonati da altri reparti
che hanno preceduto il Valchiese, per cui è
talvolta necessario aprirsi nuove piste nella neve
alta. Si verificano i primi intasamenti e allungamenti
che fanno perdere l’ordine e la compattezza
ai reparti. Alcuni scelgono piste parallele, ma nel
buio e nella tormenta, perdono la direzione. Si verificano
i primi casi di assideramento e di congelamento. Il
battaglione raggiunge quindi Podgornoje, con notevole
ritardo sul previsto e con i reparti in disordine,
solo alla mattina del giorno successivo. La mattinata
viene impiegata a riordinare le unità e ad
occupare gli accantonamenti e le posizioni assegnate.
Una ventina di congelati vengono ricoverati presso
gli ospedali del luogo e risulteranno, in seguito,
dispersi, nessuna notizia essendosi più avuta
da loro. Viene disposto l’alleggerimento di
tutti i materiali inutili e non trasportabili, compreso
il bagaglio degli Ufficiali e le munizioni esuberanti.
Vengono dati alle fiamme i magazzini e vengon fatti
saltare i depositi. Verso le 14 rientrano i reparti
del “mascheramento”: Hanno sparato di
quando in quando, per tutta la notte, per manifestare
la loro presenza e si sono ordinatamente sganciati
alle 4 del mattino senza trovare ostacoli da parte
del nemico. La marcia è stata però resa
pesante, oltre che dalla stanchezza per la notte insonne,
dal freddo intenso e dalla tormenta che, specie nell’ultimo
tratto, aveva reso impraticabili le strade. Numerosi
i colpiti da congelamento, compreso un ufficiale.
Alla sera comunque, il battaglione è al completo
nei suoi organici e perfettamente riordinato. Si sparge
la notizia che il Corpo d’Armata è circondato
dai Russi e che, per uscire, bisognerà sfondare.
Martedì 19 gennaio 1943 A mezzanotte allarme
e adunata di corsa. I reparti vengono schierati a
difesa del paese. Si dice che stiano arrivando i Russi,
ma poco dopo viene dato il cessato allarme e si ritorna
a riposare fino alle 3. Alle 4 si parte diretti a
Opit dove corre voce che ci sia già il Vestone
e il comando della Tridentina. La strada è
in ripida salita ed è gelata. Dovunque automezzi
abbandonati e carogne di muli e cavalli. Le fiamme
dei magazzini e delle isbe illuminano la scena, depositi
di munizioni esplodono di tanto in tanto. Giunti a
Opit sembra di entrare in una bolgia, Italiani, Tedeschi,
Ungheresi, migliaia di persone che gridano, si pigiano,
si urtano; automezzi, slitte, quadrupedi, cannoni,
materiali abbandonati, ufficiali senza soldati, soldati
senza ufficiali. Il Battaglione fatica non poco ad
aprirsi la strada in mezzo a questo disordine, ma
riesce infine a raggiungere la strada per Repjewka
sulla quale si incontra il “Vestone”.
Lunga sosta; mentre i comandanti si consultano e tentano
di collegarsi via Radio con i comandi superiori, gli
alpini fraternizzano con i paesani. Poi il Valchiese
scavalca il Vestone e, seguito da un gruppo di artiglieria
e da due pezzi contro carro, prosegue per Repjewka.
Poco dopo si comincia ad udire in lontananza un intenso
cannoneggiamento che si fa sempre più forte
via via che il reparto prosegue. Si senton ora anche
raffiche di mitraglia e la fucileria. Ad un incrocio
di strade nuova sosta, mentre gli addetti alla radio
tentano di mettersi in collegamento con i comandi.
Il cielo è nebbioso e il freddo è intenso.
La sosta si protrae a lungo. Poi si prosegue ancora
e si incrocia una lunghissima autocolonna ferma e
più avanti, i feriti del “Verona”
e i resti del Battaglione che ripiega semi-distrutto
dopo aver invano tentato di occupare Postojalyi. Il
plotone del tenente Ferroni viene inviato sulla sinistra
per sventare l’attacco di un reparto russo che
si dice si stia avvicinando lungo una profonda balca.
Dopo un altro tentativo di collegamento radio, che
finalmente riesce, il Valchiese, con in testa la 253
(Bonardi) spiegata per misura precauzionale, converge
a destra ed entra in Repjewka. Qui il Battaglione
si spiega a difesa: 254 a sinistra, 255 a cavallo
della strada per Postojalyi, 253 a destra –
batterie e pezzi anticarro dislocate negli intervalli
-. Viene anche disposto l’invio di pattuglie
di esploratori al comando del sottotenente Quey e
del sergente Volpini per accertare la presenza di
colonne nemiche. Verso sera giungono reparti tedeschi
con 4 carri armati 2 auto-blindo e un reparto di katiusce.
Si verificano i primi incidenti nella occupazione
delle case. I Tedeschi fucilano 4 borghesi russi accusandoli
di essere partigiani. Alla sera rapporto ufficiali:
il giorno dopo si andrà all’attacco di
Postojalyi.
Mercoledì 20 gennaio 1943 Alle ore 5 allarme
– sembra che una colonna nemica marci nella
nostra direzione. Si attende in paese fino verso le
8 poi il Battaglione esce da Repjewka con la 253 (Bonardi)
in testa alla colonna e si dirige su Postojalyi; giunto
nelle vicinanze si spiega con la 254 (Marzarotto)
a sinistra. la 255 (Marchioni) a cavallo della strada
e la 253 a destra. Sulla strada i semoventi e le autoblindo
tedesche – Le artiglierie italiana e tedesca
aprono un fuoco di preparazione breve ma intenso –
Poi i reparti scattano ed entrano in paese senza incontrare
resistenza . Il nemico si è sottratto al combattimento.
Impressionante il numero dei caduti (italiani, russi,
ungheresi) rinvenuti lungo la strada, segno dell’asprezza
dei combattimenti del giorno prima. La strada è
veramente disseminata di cadaveri e dei resti di una
nostra autocolonna distrutta. Il Battaglione esce
da Postojalyi e prosegue la marcia resa difficile
dalla neve alta e dalle continue infiltrazioni di
sbandati in mezzo ai reparti combattenti. Ordini e
contrordini rallentano la marcia. Si giunge così
verso sera, in vista di un grosso villaggio: Novo
Charkowka (Charkowskaja) che risulta fortemente presidiata
dal nemico. Il Battaglione si schiera in ordine di
combattimento. Sopraggiunge anche il “Vestone”
che inizia una manovra di protezione sulla sinistra,
e i gruppi “Vicenza” e “Bergamo”
che assieme all’artiglieria tedesca iniziano
un tiro di preparazione. Il Valchiese accerchia il
paese: 253 (Bonardi) a nord, 254 (Marzarotto) a sinistra,
255 (Marchioni) a destra, e parte all’attacco,
ma viene bloccato da un fuoco infernale del nemico.
Si avanza lentamente combattendo casa per casa. Alla
fine la decisione degli Alpini ha la meglio sulla
resistenza del nemico che viene sopraffatto senza
possibilità di fuga. Si rinvengono mortai e
armi automatiche. Non molti i nostri caduti. Numerosi
i feriti tra i quali il sottotenente Pesavento, colpito
mentre guidava all’assalto il suo plotone. Ormai
è notte. Il Battaglione si sistema nelle case.
Durante la notte alcuni autocarri nemici entrano in
paese credendolo ancora occupato dai Russi e vengono
distrutti dai pezzi controcarro mentre i conducenti
vengono catturati. Si sparge la voce che a Opit, durante
la notte scorsa, una compagnia del “Vestone”
sia stata attaccata di sorpresa dai Russi presentatisi
come Ungheresi, e pressoché distrutta.
Giovedì 21 gennaio 1943 All’una viene
disposto l’ammassamento, ma occorre qualche
tempo per riordinare i reparti, che sono stanchi e
provati. Si parte verso le 3, il Valchiese è
sempre in avanguardia e la 254 in testa (Marzarotto).
Le prime ore sono estremamente dure per la pista in
salita e per la neve alta. A questo si aggiungono
gli sbandati che si inseriscono nella colonna rallentandone
la marcia. Giunti nei pressi del villaggio di Krauzowka
che si trova in una depressione, l’avanguardia
viene improvvisamente investita da tiri di armi automatiche
e di mortaio. La nostra artiglieria risponde prontamente.
La 254 guidata dal tenente Marzarotto si schiera rapidamente
e con manovra raggirante parte all’attacco dietro
i primi carri armati tedeschi, mentre la 253 (Bonardi)
sopraggiunta, si schiera insieme alle autoblindo.
Il suo intervento però si appalesa inutile
perché la 254 è già da sola riuscita
(Marzarotto) a sopraffare il nemico. Lievi le nostre
perdite, numerose quelle del nemico in uomini ed armi.
Mentre il Valchiese è ancora impegnato nel
rastrellamento del paese, la colonna entra e occupa
tutte le case. Eliminati gli ultimi nuclei di resistenza
(i tedeschi compiono le solite brutalità) ci
si prepara a proseguire. Poi arriva l’ordine
di pernottare in paese, ma riuscire a sistemarsi nelle
poche isbe diventa ora quanto mai difficile. Nel primo
pomeriggio, allarme aereo, sono invece aerei tedeschi
che paracadutano rifornimenti per i loro connazionali.
La temperatura è scesa a un limite mai raggiunto
e una bufera di neve spazza le strade. Verso sera
ci scavalca il 5° Alpini che prosegue. Il Comando
dispone che la 254 (Marzarotto) appoggiata da carri
tedeschi e dalla 20° batteria del Vicenza vada
ad occupare Nowo Dimitrowka al fine di proteggere
il grosso, sulla sinistra, da eventuali attacchi russi.
Il tenente Marzarotto riesce a riunire i suoi uomini
e la compagnia inizia la marcia tra la bufera raggiungendo
il paese assegnatole verso le 23,30. Numerosi i congelati.
Il tenente Marzarotto insieme al tenente Bianchi e
alla 20° batteria li raggiungono circa un ora
dopo.
Venerdì 22 gennaio 1943 Alle ore 4 sveglia.
Ma è piuttosto lungo radunare gli alpini dispersi
nelle case del paese. Si rendono inoltre necessarie
misure di estremo rigore per disciplinare la massa
incontrollabile degli sbandati che rende sempre più
difficile la marcia dei reparti combattenti. A tale
scopo vengono impiegati reparti appositamente costituiti,
che bloccano gli irregolari e fanno strada ai Battaglioni
della Tridentina. Alla fine si parte. Scavalcato il
5° alpini rientra al Battaglione anche la 254
che il sottotenente Brusati, improvvisatosi porta
ordini, aveva raggiunto con gli sci. La marcia prosegue
su una bella strada e verso le 10 si giunge nei pressi
di Scheljakino accolti da raffiche di mitraglia. Si
tratta di un grosso paese suddiviso in due tronconi
da una serie di colline. La strada di accesso, scavalcata
con un ponte una profonda balca, sale ad una sella
dalla quale si domina il villaggio. Sulla sinistra
del ponte, le colline sono interrotte, e attraverso
un vallone, si vede l’altra frazione del paese
nel quale si evidenzia un notevole movimento di automezzi.
Mentre i pezzi controcarro vengono piazzati a protezione
del fianco sinistro, il Valchiese riprende la marcia
e si schiera sulla cresta delle colline che dominano
Scheljakino. La 253 (Bonardi) a sinistra, la 255 (Marchioni)
a destra, la 254 (Marzarotto) di rincalzo. Al di là
della strada, si va schierando il “Vestone”,
davanti al quale si piazzano i carri tedeschi. L’artiglieria
apre il fuoco sul nemico, che risponde con armi automatiche,
mortai e artiglieria. Si parte all’assalto.
Le nostre mitragliatrici e i mortai appostati sopra
e dietro il dosso ci accompagnano nell’azione.
I Tedeschi che assistono all’attacco, hanno
poi affermato che il comportamento del Battaglione
è stato magnifico; sembrava una manovra. Ma
anche il nemico è forte e ben armato. Le nostre
perdite sono sensibili fin dall’inizio. Gli
Alpini entrano in paese di slancio e travolgono la
resistenza russa che si spezzetta in tante azioni
isolate di buca in buca, di casa in casa! Quando ormai
la situazione si sta rapidamente evolvendo nel modo
più favorevole per gli Alpini, piombano sul
tergo dei nostri reparti i carri armati russi, che
evidentemente si trovavano nascosti nell’altra
parte del paese. Alcuni attaccano nel settore della
253 (Bonardi) altri in quello della 254 - 255 (Marzarotto
– Marchioni). Questi ultimi vengono subito distrutti
dai carri tedeschi, mente gli alpini della 253 (Bonardi)
iniziano una vera e propria caccia all’uomo
contro gli equipaggi arrampicati sugli altri. Dopo
che anche questi carri sono stati messi fuori combattimento,
o si sono sottratti alla distruzione con la fuga,
il Battaglione riprende il rastrellamento di Schaljakino,
nel corso del quale vengono anche liberati numerosi
soldati italiani rinchiusi in carcere sotterraneo
nel centro del paese. Vengono con loro liberati anche
alcuni Russi arrestati per aver dato ospitalità
nelle loro case a soldati italiani. Nel corso del
combattimento la 253 (com. Bonardi) che si è
trovata nella zona più difesa, quella del Molino,
ha avuto le maggiori perdite: sono caduti tra gli
altri il sottotenente Ippolito Pais e i sergenti Negrini
e Tonassi. Numerosi i feriti tra i quali il sottotenente
Murari della 255, e il sergente M. Borgonovi. Completata
la conquista del paese, nel corso della quale viene
rinvenuto un magazzino ancora intatto, che consente
un adeguato rifornimento, il Valchiese si incolonna
e riprende la marcia, Si sparge la notizia che il
Comando del Battaglione è stato assunto dal
maggiore Paroldo, e che il tenente colonnello Chierici
è stato incaricato di inquadrare, con l’aiuto
di alcuni ufficiali e sottufficiali, gli sbandati,
allo scopo di evitare il ripetersi degli inconvenienti
che rendono sempre più difficile la marcia
dei reparti combattenti. Dopo alcune ore di marcia
con cielo limpido e freddo intenso, si giunge a Wischjowka.
Un intenso cannoneggiamento verso Scheljakino fa comprendere
che i Russi hanno attaccato la nostra retroguardia.
Da noi la notte passa tranquilla.
Sabato 23 gennaio 1943 Alle ore 3,30 sveglia, ma anche
quest’oggi l’ammassamento è difficile
a causa degli sbandati che affollano le strade con
slitte e slittini. In testa il Vestone accompagnato
dai carri tedeschi e da un gruppo di artiglieria.
Si attraversa un corso d’acqua gelata. Uno dei
panzer ha sfondato il ponte e si è quasi rovesciato.
La marcia prosegue sotto un cielo bianco di neve,
che il vento trasforma in tormenta. Si affonda nella
neve alta. Dopo alcune ore di durissima marcia, la
colonna è ferma. Si sente davanti un rombo
di artiglierie e raffiche di mitraglie. Poi la sparatoria
rallenta e cessa. Si riprende la marcia. La strada
sale. Su una collina è il paese di Nikolajewka.
Le strade e le isbe sono ingombre di cadaveri russi.
Nel centro del paese una colonna di automezzi carichi
di munizioni e una batteria di cannoni di medio calibro
vengono distrutti dai nostri artiglieri. Si riprende
la marcia fuori dal paese, in mezzo ad una bufera
di neve. Si adottano misure di sicurezza perché
è stato annunziato che un reparto di cavalleria
nemica è fuggito dal paese e potrebbe ritornare.
A notte inoltrata si giunge a Degtjarnaia dove si
entra senza incontrare resistenza. Ma il paese è
stato in gran parte già occupato dagli sbandati,
per cui i reparti combattenti devono frazionarsi nelle
isbe.
Domenica 24 gennaio 2943 E’ ancora buio quando
viene disposta l’adunata del Battaglione. La
temperatura è polare e il vento spazza la neve.
La 253 (Bonardi) è in testa ma la massa degli
sbandati la precede e si inserisce nella colonna,
rallentando la marcia delle altre compagnie. I panzer
tedeschi e le autoblindo sono avanti in esplorazione.
La visibilità, a causa della tormenta, è
quasi nulla, si vede appena a 20 m. e i reparti di
testa seguono le tracce dei cingoli dei carri nella
neve alta. A un tratto si sentono spari di mitragliatrice
e di artiglierie e gli sbandati fuggono indietro.
I carri tedeschi sono fermi sull’orlo di una
grande depressione sul fondo della quale è
il paese di Malakajewka. Si ode urlare dal generale
Reverberi: “Avanti il Valchiese”. La 253
(Bonardi) si schiera. Si cerca di far affluire le
altre compagnie, ma l’intasamento è enorme.
A tratti la tormenta si placa e si intravedono i Russi
che stanno correndo, perché, evidentemente,
sono stati sorpresi dall’imprevisto arrivo degli
Alpini. La loro artiglieria inizia a sparare. Uno
dei panzer è già stato colpito ed è
immobilizzato. Il tenente Gaza si rende conto che
attendere ancora consentirebbe al nemico di organizzarsi,
e parte all’attacco trascinando la compagnia
in un assalto disperato che sorprende e travolge i
Russi prima che possano raggiungere le postazioni.
La 253 (Bonardi) ha già occupato il centro
del paese e combatte aspramente, quando finalmente
le altre compagnie riescono a districarsi e ad aprire
il varco tra la massa degli sbandati. Si spiegano
a sinistra e a destra e si appiattano fra la neve
alta. Affluiscono le batterie italiane e tedesche
ed aprono il fuoco contro le postazioni di artiglieria
russa che hanno iniziato un tiro infernale. Una delle
mostre batterie viene centrata con gravi perdite tra
i serventi. La 253 (Bonardi) segnala di essere quasi
senza munizioni: lo comunica il sottotenente Molino
che, sebbene ferito, è corso indietro a chiedere
rinforzi. Ora le altre compagnie del Valchiese partono
all’attacco verso i lati del paese dove i Russi
si sono fortemente arroccati, mentre il Vestone, che
si è fatto strada a fatica tra la calca, inizia
una manovra aggirante sulla destra. La battaglia ora
infuria alla periferia del paese, dove i Russi oppongono
ancora un’aspra resistenza, specie sul fronte
della 254 (Marzarotto). Al centro il nemico è
stato inchiodato dalla irruenza dell’assalto.
Nessuno si è salvato. Reparti russi che stavano
affluendo, vengon sorpresi dalla manovra aggirante
del Vestone che ha fatto una marcia durissima nella
neve alta e ora li sorprende alle spalle. Le perdite
del Valchiese sono sensibili, specie per la 253 (Bonardi)
(qui mio fratello Gianni è stato ferito al
collo) e la 254 (Marzarotto). Sono caduti tra gli
Alpini i sergenti Rambaldini e Zanoni. Tra i feriti
grave il sottotenente Bartolozzi della 254. Le perdite
dei Russi sono molto più forti. Una vera strage.
Sono state catturate armi di ogni genere, tra cui
alcune batterie di medio calibro e autocarri carichi
di viveri e munizioni. Gli Alpini mangiano il primo
e ultimo rancio caldo della ritirata: quello abbandonato
dai Russi. Il Battaglione si raduna vicino alla Chiesa
e riprende la marcia. Per la prima volta, una parte
dei feriti, mancando mezzi di trasporto, devono essere
abbandonati. Il Valchiese esce da Malakejewka. La
253 (Bonardi) è in testa. Per consentire ai
reparti di stare uniti, il sottotenente Ballico e
il tenente colonnello Chierici devono attuare un vero
e proprio sbarramento all’uscita del paese,
bloccando, armi alla mano, la massa degli sbandati.
Un aereo tedesco paracaduta viveri e rifornimenti
per i panzer. La marcia prosegue tra una tormenta
implacabile. A notte inoltrata si giunge a Romankowo,
dove i reparti si sistemano a fatica nelle isbe occupate
dagli sbandati. Molti restano allo scoperto e accendono
fuochi per scaldarsi. Scoppiano incendi in alcune
isbe – prende fuoco anche la Chiesa e vi muoiono
tutti gli occupanti!
Lunedì 25 gennaio 1943 e Martedì 26
gennaio 1943 La mattina, il Valchiese esche da Romankowo
quando già è giorno. Davanti ci sono
il Vestone, i resti del Verona, e un gruppo di artiglieria:
il Bergamo, dietro un altro gruppo di artiglieria.
All’uscita dal paese, un carro tedesco ha costituito
uno sbarramento su un ponte e tenta di lasciar passare
solo i reparti organici. Ma gli sbandati girano al
largo e scavalcano il blocco. C’è un
notevole disordine nella colonna. Manca la 254 (Marzarotto)
che si ricongiungerà solo verso mezzogiorno,
dopo una marcia durissima. Il tempo sta migliorando
e più tardi si intravede un po’ di sole.
Aerei tedeschi lanciano rifornimenti ai loro connazionali.
Atterra anche una “cicogna” portando ordini
al Comando Alpino. Verso mezzogiorno si giunge alla
periferia di un grosso paese, posto alla base di una
catena di colline. Si sente sparare in testa alla
colonna. Lunga sosta in prossimità di una autocolonna
italiana abbandonata. Poi la marcia riprende e si
entra a Nikitowka. Questo centro sarà ricordato
dagli Alpini come “il paese del miele”
per la fortunata eccezionale abbondanza di questo
cibo energetico. Si riparte. Ora la strada gira a
sinistra e sale sulle colline che sovrastano il paese.
Si incontrano autocarri russi abbandonati, carichi
di munizioni. Il sole è già calato,
quando sopraggiunge il tenente colonnello Chierici
su un automezzo militare e blocca la colonna, facendo
ritornare parte del Gruppo Bergamo, la 112, la 253
(Bonardi) e la 254 (Marzarotto) verso il paese di
Arnautowo, una frazione posta a breve distanza da
Nikitowka. La 255 (Marchioni) prosegue invece con
la Comando e con il Vestone e il Verona per il villaggio
di Terenkina dove si sistemano assieme al resto del
Gruppo Bergamo. Ma i reparti che ritornano ad Arnautowo
trovano il paese quasi completamente occupato, per
cui sono costretti a disperdersi senza ordine nelle
isbe. Parte della 254 (Marzarotto) si sistema in una
frazione della parte sud del paese, verso Nikitowka.
La 112 e la 253 (Bonardi) con gli artiglieri del Bergamo,
nella parte alta, a destra della strada che porta
a Terenkina e a Nikolajewka.”
Il diario di papà si conclude qui, alle soglie
di Nikolalewka. Evidentemente gli orrori di quella
vittoria “campale” papà non ha
potuto o voluto trasmetterli, o forse più semplicemente
sono andati persi o trafugati.
Ma il manoscritto di mamma Nelly si spinge oltre Nikolajewka
e riporta ancora alcune righe interessanti che riferisco
per dovere di cronaca:
“6 giorni ancora La Tridentina, nei giorni successivi,
continua la lunga marcia per 6 giorni, durissima marcia,
ma il nemico non si fa più vedere. La colonna
raggiunge Bolske Troshoje dove l’aspettano i
primi soccorsi, le prime strette di mano, i primi
elogi. E’ un fiume di pellicce spelacchiate.
Auto ambulanze lì attorno, incominciano a caricare
i feriti e gli ammalati. La Julia….la Cuneense….
il Vicenza….sono rimaste nel grande laccio….soltanto
un ricordo formicolante di volti e di nomi! Podgornoje,
Postujlali, Karkowka, Scheljakino, Varwarowka, Nikitowka,
Arnautowo e Nikolajewka….8 piccoli paesi qualsiasi,
inceneriti dall’inverno, sulla sconfinata pianura
rossa, fiammeggiano nel ricordo uno dietro l’altro,
fino al Don, coi loro cancelli di fuoco!”
Ora tocca a noi comprendere i perché di quei
“Per aspera ad astra” o “Aequa in
arduis mente” che hanno sostenuto la speranza
di un ritorno da parte di quanti, troppi, sono stati
utilizzati in nome di una ideologia e, prigionieri
del loro encomiabile amor di patria, della loro giovanile
irruenza, del loro straordinario senso del dovere,
sono rimasti là, o sono rientrati mutilati
nel corpo o minati nello spirito. Onore a tutti loro,
e che la memoria storica ci renda più inclini
alla fratellanza e alla carità.
A proposito, se volete sapere che ne è stato
del Valchiese e del ritorno di papà, ho sotto
mano alcune sue lettere scritte a mamma Nelly, che
riporto senza tema di ledere la “privacy”:
“ 7 marzo 1943 XXI P.M. 201
Mio tesoro adorato,
la bufera è passata sulle penne nere; alcune
sono rimaste schiantate, altre si ergono più
fiere che mai. Una è quella del tuo Geniolino
per il quale si sono certamente mobilitati in cielo
e in Terra miriadi di angeli e di Santi! Un fiotto
di episodi e di fatti e commenti fa nodo, e lo sfogo
è impossibile in un semplice foglio di carta.
Sarà più facile a voce… perché,
a giorni, sarai fra le mie braccia e dovrai essere
orgogliosa di vedere in che magnifiche condizioni
fisiche è rimasto un uomo che ha provato quello
che io ho provato! Ti ho scritto a metà gennaio
l’ultima lettera regolare; al 5 di febbraio,
una cartolina, poi questa, che sarà l’ultima,
prima del ritorno. Ho visto Gianni l’ultima
volta il 28 gennaio, è in Italia? Comando la
253 compagnia come unico ufficiale efficiente rimasto!
Con me è passato Quey, il bel giovanotto valdostano
amico di Gianni. Marchioni, altro invulnerabile, comanda
la 255. Ballico è alla 254. Ci sono poi Tempini,
Don Pierino, De Sabata. Anche il maggiore Paroldo
e il sottotenente medico Redaelli si sono trascinati
con noi fino alla fine dell’avventura. Giulini,
Marzarotto, Bellotti e Mazza si sono riuniti alcuni
giorni fa dopo un po’ di ospedale. Luppi e Colombo
sono giunti freschi freschi dall’Italia. Tra
gli oggetti che ancora posseggo: il porta sigarette
della tua mamma, il termometro, la medaglia di bronzo,
il borsellino con marchi, i francobolli…e me
stesso.
Baci infiniti geniolino tuo.”
“18 marzo 1943 XXI° Tarvisio
Mia carissima,
sono giunto in Italia stamane con parte dei miei alpini!
Sto benissimo. Ci fermeremo a Tarvisio circa 15 giorni
per la disinfezione in quarantena. Devo frenare ancora
per questi giorni il pazzo desiderio di abbracciarti.
Siamo in un bell’albergo, isolati da tutti,
con ping-pong, biblioteca, radio, bar! Non credo che
sia il caso di farti venir fin quassù, ci potremmo
vedere solo di sfuggita. Ti racconterò poi
la nostra avventura, a tutto agio. Preparati a ricevermi.
Tra quelli che si trovano con me e che tu conosci:
Tempini e Facchinetti. Baci ai nostri due tesori..e
molti speciali a te.
Genio”
Estratto dalla lettera che segue:
20 marzo 1943 XXI° Tarvisio
Mia piccola graziosa mogliettina,
come ti ho già scritto in cartolina, mi trovo
a Tarvisio sui confini dell’Italia, per passare
il periodo di quarantena contro i microbi delle malattie
e i pidocchi. Con me si trova il comando del 6°
Alpini, il Battaglione Verona, parte del Vestone e
parte del Valchiese – attendiamo di ora in ora
l’altra parte del Valchiese. Ci troviamo a 7
Km. da Tarvisio in località Valbruna, in un
bell’albergo alpino con ogni comodità:
questo per i soli ufficiali, mentre i nostri Alpini
si trovano in una specie di colonia a 2 km. da Tarvisio.
Non si parla più di servizio: gli alpini si
alzano quando vogliono, hanno il pallone per giocare
a palla al cesto, le bocce, il cinematografo giornaliero,
spettacoli di varietà. Par di sognare! Agli
Ufficiali caffè e latte in camera, vini di
ogni qualità e giochi a tavolino. Le prime
carezze della patria sono graditissime: poi verranno
quelle della mogliettina… Il periodo contumaciale
dura 15 giorni se non si sviluppa qualche caso infettivo;
in tal caso, si sta 25 giorni. Calcolo quindi di essere
libero il 1 di aprile (niente pesce d’aprile).
Omissis
Quando ti narrerò le nostre peripezie di combattenti
e di marciatori, non crederai alle tue orecchie! Gianni
ha vissuto le prime, metà delle seconde. Il
Valchiese è restato con i seguenti ufficiali:
Comandante: maggiore Paroldo.
Comando: capitano Tempini – tenente cappellano
don Pierino – sottotenente Giulini – sottotenente
De Sabata;
253 compagnia: tenente Bonardi (comandante) –
tenente medico Lischetti – sottotenente Quey
– sottotenente Bellotti;
254 compagnia: tenente Marzarotto – sottotenente
Ballico – sottotenente medico Griziotti;
255 compagnia: tenente Marchioni (comandante) –
tenente medico Redaelli – sottotenente Mazza;
112 compagnia: tenente Luppi – sottotenente
Colombo.
Di questi solo 9 l’han provata tutta: Paroldo,
Tampini, don Pierino, De Sabata, Bonardi, Quey. Ballico,
Marchioni e Redaelli. 4 soli (quelli sottolineati)
erano in piena salute. Ora tutti stanno bene. Il tuo
Geniolino, come vedi, è sempre in piena efficienza
e il Signore lo protegge dappertutto. Sono i 3 angeli
che ha lasciato in casa? Arrivederci presto presto
baci infiniti Geniolino tuo”
E A TUTTI NOI: BUON VIAGGIO
E il ritorno ci fu, provvisorio. In agosto
la destinazione del Valchiese fu nelle vicinanze di
Vipiteno, “a disposizione”. L’8
settembre gli ufficiali reduci della Tridentina ancora
in attività, vennero disarmati, prelevati dalle
truppe tedesche e trasferiti in campi di concentramento
in Polonia e Germania, per subire nuove, insopportabili
umiliazioni. Avevano già perduto le “carezze
della patria”. Ancora dolore, ancora fame, ancora
rassegnazione, resi incapaci di decidere del loro
futuro, fino al tanto temuto arrivo dei Russi, i loro
nemici, che, guarda caso, la storia ha voluto fossero
proprio i loro “liberatori”. Questa è
storia ormai ben nota. Meno noto e più mio
e nostro è il fatto che il 7 marzo 1944 papà
Eugenio, internato, si domandava testualmente èer
iscritto nel proprio diario: “Forse in questi
giorni avrà visto la luce la mia terza pupa?”.
Nacqui il 19 febbraio 1944, ma ricevetti il primo
abbraccio paterno verso la fine dell’anno stesso
(lo deduco dal fatto che mio fratello Alberto è
nato il 24 agosto del 1945).
A noi vicini posteri la vita per ora riserva ben altre
circostanze. Abbiamo a disposizione, senza doverlo
elencare, ogni “ben di Dio” . Abbiamo
casa, cibo, denaro, affetti e, se fortunati più
di altri, un bel camper dotato di ogni comodità,
con luce elettrica, radio, cd e cb, televisione, antenna
satellitare, stufa e frigorifero, pannelli solari,
tendalino, servizi, portapacchi, garage. Forse tutto
questo è stato reso possibile anche da quel
tassello incastonato dagli Alpini per la costruzione
della nostra storia recente, quando privi di tutto,
si aprirono la strada verso un futuro incerto. Ci
piace crederlo. Siamo un popolo vivace ed imprevedibile,
ma sappiamo bene che cosa significa essere “INSIEME”
nelle circostanze più difficili; e saremo insieme
anche a ricordare, insieme per continuare a costruire
un mondo di pace, ove vi sia sempre spazio per iniziative
itineranti il cui scopo è quello di affratellare
i popoli e farli sentire meno distanti, meno “terzi”
rispetto ad ogni nostra esigenza di amicizia, collaborazione
e libertà .
Questo sarà il vero scopo del nostro percorso
verso il Don.
Per ora a tutti Buon viaggio.