CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"


UN RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"

CASETTE A QUATTRO RUOTE SULLE ORME DELL’A.R.M.I.R.
di Gian Luigi Bonardi

INTRODUZIONE
Ad oltre sessanta anni di distanza dagli eventi tristi dell’ultima guerra mondiale, ancora attualmente angosciati da recenti, nuovi, numerosi, fanatici focolai di discordia che minacciano libertà e democrazia, ci viene offerta l’occasione di recarci con una trentina di camper ed altrettanti gruppi famigliari, portatori di pace, nello spirito più genuino del turismo itinerante, sulle orme dei nostri padri, fratelli e nonni combattenti, per osservare, scoprire, comprendere, trovare, ricordare, onorare, compiangere, pregare. No, non ho dimenticato nessuno; alzi la mano chi potrebbe dire oggi: “sulle orme dei nostri figli”.
Si dice spesso che l’occasione fa l’uomo ladro; questa occasione più onestamente ci incuriosisce, invitandoci a documentarci frugando nella memoria altrui, per poter fare la nostra parte di “posteri”, non importa se privi di “ardue sentenze”, ma quantomeno capaci di rispolverare anche un minimo di verità storica, e magari di illuminarla con qualche piccolo contributo inedito. Nostro compito principale non sarà quindi il giudicare, ma l’apprendere e, come usiamo fare nei nostri “diari di bordo” ci ripromettiamo fin da ora di riferire, con metodo scientifico, ciò che troveremo “scritto” o che ci verrà riferito personalmente e i cieli, le valli, le colline, i fiumi che vedremo e toccheremo, e le strade che percorreremo, e i luoghi che raggiungeremo e la gente che incontreremo, e le parole che ci diremo, e gli abbracci che ci scambieremo, e i pasti che consumeremo insieme, e le preghiere che, sempre insieme, pronunceremo.
La visita dei territori che furono teatro di cruente battaglie di nostri soldati, sarà una porzione di viaggio dedicata a chi ci ha preceduto, in condizioni speriamo, irripetibili, a chi là è ritornato per non dimenticare, a noi che andremo a divulgare il nostro pacifico turismo famigliare itinerante, per tenere aperta la strada della pace a tutti coloro che in seguito vorranno seguire le orme delle nostre casette a quattro ruote.


LA NOSTRA INIZIATIVA
Il “Camper Club La Granda” ha aderito alla proposta di una agenzia Russa di intraprendere un viaggio oltre l’Ucraina, in territorio Russo fino al Caucaso, con itinerario comprendente le zone a ridosso del Don, ove si è consumata una delle peggiori tragedie belliche di nostri connazionali in Europa. L’occasione ha risvegliato in me la curiosità di scoprire ed approfondire quel momento storico, e non ho potuto nascondere a me stesso una estrema ignoranza al riguardo, pur avendo avuto un padre che ha partecipato come ufficiale alle operazioni di guerra, un padre che è sempre stato a parole molto avaro nel riferire di episodi, di luoghi, di date e di quant’altro in proposito. Mi sono quindi affidato ad internet, in una ricerca che mi ha subito coinvolto anche emotivamente per quantità e qualità di scritti, di fotografie, di commemorazioni, di canti, di leggende. Poco alla volta, come nella lenta ricomposizione di un “puzzle”, confrontando i numerosissimi brani scritti da reduci, romanzieri, poeti, parolieri, giornalisti, ho cercato di dare per prima cosa un volto per lo meno geografico e toponomastico alla zona interessata ed alla composizione ed appostamento dei vari reparti dell’A.R.M.I.R. (Armata Italiana in Russia), onde poter confrontare luoghi e posizioni nell’itinerario che andremo a percorrere.
Per la verità ho dovuto subito constatare che la maggior parte dei nomi dei luoghi citati negli scritti dei “reduci alpini” trova pochi riscontri nella odierna toponomastica; vale per tutti il nome della località che più sollecita la nostra commozione: Nikolajewka, oggi Livenka. E così vi sfido a rintracciare facilmente nelle odierne cartine geografiche nomi di località come: Podgornoje, Postujali, Karkowka, Scheljakino, Varwarowka, Nikitowka, Arnautowo, Terenkina, paesi e cittadine che costituirono l’itinerario bellico anche di mio padre, l’allora tenente Eugenio Bonardi, poi capitano, con la sua 253 compagnia del battaglione Valchiese, percorso prima di approdare appunto a Nikolajewka, oltrepassare il ben noto terrapieno sotto la ferrovia, e, dopo aver parzialmente superato la resistenza nemica, aprirsi la strada verso la ritirata.
Per avere comunque un quadro non approssimativo del “campo di battaglia nei pressi del Don”, e poter in seguito avere un quadro comparativo dei luoghi, rapportato a quelli che andremo a visitare da turisti itineranti, conviene rifarsi ad alcune descrizioni grafiche del tempo, ove sono indicate località e posizione dei vari reparti: ungheresi, italiani, tedeschi etc., e che qui vengono riportate, precisando che sono state estratte dal libro “Urla di vittoria nella steppa” scritto dal tenente Giorgio Gaza, poi capitano, ufficiale dal carattere battagliero, grande stratega, ancora oggi vivente, allora ufficiale al comando, con la collaborazione di mio padre Eugenio, di compagnie del Valchiese.


UN PO’ DI CONOSCENZA STORICA
Per una migliore lettura e comprensione delle descrizioni grafiche, occorre conoscere la struttura del Corpo di Armata Alpino in Russia, la cui composizione dovrebbe corrispondere, salvo errori od omissioni, a quanto segue:
Il Comando supremo spettava al Generale di Corpo d’Armata Gabriele Nasci.
Capo delle Truppe di Corpo d’Armata comprendente il Quartier Generale era il colonnello Giulio Martinat.
I reparti di Artiglieria (genio) erano al comando del generale B. Carlo Filippi.
La seconda Divisione Tridentina al comando del generale Luigi Reverberi era così suddivisa:
5° Reggimento Alpini, al comando del Colonnello Giuseppe Adami,, comprendeva i battaglioni: Morbegno, Tirano, Edolo;
6° Reggimento Alpini al comando del colonnello Paolo Signorini, comprendeva i battaglioni Verona, Vestone, Valchiese;
2° Reggimento Artiglieria Alpina al comando del colonnello Federico Moro, comprendeva i battaglioni Bergamo, Vicenza, Valcamonica.
La terza Divisione Julia al comando del generale Umberto Ricagno era così suddivisa:
8° Reggimento Alpini al comando del Colonnello Armando Cigolino, comprendeva i battaglioni Tolmezzo, Gemona, Cividale;
9° Reggimento Alpini al comando del colonnello Fausto Lavizzari, comprendeva i battaglioni Vicenza, L’Aquila, Val Cismon;
3° Reggimento Artiglieria Alpina al comando del colonnello Pietro Gay comprendeva i battaglioni Udine, Conegliano e Val Piave.
La quarta Divisione Cuneense al comando del generale Emilio Battisti era così suddivisa:
1° Reggimento Alpini al comando del colonnello Luigi Manfredi, comprendeva i battaglioni Ceva, Pieve di Teco, Mondovì;
2° Reggimento Alpini al comando del colonnello Luigi Scrimin, comprendeva i battaglioni Borgo San Dalmazzo, Dronero, Saluzzo;
4° Reggimento di Artiglieria Alpina al comando del colonnello Enrico Orlandi, comprendeva i battaglioni Pinerolo, Mondovì, Val Po.
Va inoltre ricordato che gli ufficiali di grado superiore, dal maggiore in su, si distinguevano per la “penna bianca” sul cappello, ed avevano il comando operativo; i vari battaglioni erano suddivisi in compagnie, direttamente guidate da ufficiali di grado inferiore (“penne nere”): capitani, tenenti, sottotenenti, e che le operazioni sul Don, per la perdita di gran parte degli ufficiali addetti al comando, finirono per essere affidate a tenenti e sottotenenti, cui spettò spesso il compito di prendere decisioni cruciali, in mancanza di collegamenti e quindi anche di ordini superiori diretti.

MEMORIA E CULTURA ITINERANTE
Ora possiamo con migliore competenza riconoscere nelle descrizioni grafiche la disposizione dei vari reparti nel periodo dal 18 dicembre 1942 al 17 gennaio 1943 (cioè prima che i reparti iniziassero il “ripiegamento”, terminato con lo “sfondamento” a Nikolajewka il 26 gennaio e con la successiva ritirata.):
a sinistra la 2°Armata Ungherese; a seguire: i battaglioni Verona, Val Chiese, Tirano, Edolo, Morbegno, Vestone, Vicenza (arretrato), Pieve di Teco, Ceva, Mondovì, Borgo San Dalmazzo, Dronero, Saluzzo, quindi ancora l’8° Reggimento Alpini, il 9° Reggimento Alpini ed infine i Tedeschi.
Nella seconda raffigurazione grafica è invece rappresentata la zona dei tragici combattimenti finali.
Sono inoltre ben evidenziate nelle predette piantine le località di Datscha e Podgornoje, Arnautowo, Terenkina (o Terinkina), Nikitowka, Nikolajewka.
Perché, mi chiederete, questo insistere abbondantemente sull’aspetto tecnico e toponomastico di quei luoghi? Semplice, per poter essere, quando vi andremo, testimoni di una memoria storica che ha direttamente o indirettamente coinvolto ciascuno di noi, sia che siamo figli o nipoti o fratelli di reduci o di caduti o di dispersi sia che non siamo figli o nipoti o fratelli di alcuna di queste categorie. E ciascuno di noi avrà l’occasione di vedere, sentire, confrontare, comprendere, onorare, condannare, giudicare secondo la propria coscienza, meditare ed accorgersi di aver fatto una esperienza che può aiutare a crescere, così come vorremmo, in un mondo migliore, in cui pace e concordia la facciano da padrone, in cui le piccole cose contino più dei sogni di grandezza e di potere, un mondo ove si possa avere la soddisfazione di scoprirsi liberi di raccontare qualsiasi barzelletta e di poter condividere con altri la risata che ne consegue.
Fra non molto, con il nostro carico di “visti”, “permessi”, “inviti”, bottiglie di vino, chili di pasta, confezioni di acqua minerale e quant’altro, i nostri camper attraverseranno più frontiere. Saremo un piccolo esercito di pace, porteremo le nostre canzoni, ci confonderemo nel ballo con gli amici Bielorussi, Ucraini e, Russi; assaggeremo ancora cetrioli e sorseggeremo vodka; ascolteremo le ballate russe accompagnate da fisarmonica e balalayka, e mostreremo con orgoglio le nostre bandierine italiane, e proporremo a mani strette il nostro “io vagabondo”, certi che riceveremo la più sincera ed accurata delle ospitalità, questo forse anche grazie al comportamento leale ed umano, pur nella tragicità degli eventi, di molti nostri genitori, nonni e fratelli Alpini e della loro ben nota capacità di familiarizzare con un nemico straziato e impaurito, e di evitare al massimo i gesti di estrema soluzione ben noti alle truppe tedesche.
Per questo, prima di riferire sul viaggio ormai prossimo, credo possa interessare i partecipanti la lettura del breve ma intenso diario di mio padre riguardante il periodo in Russia subito precedente la battaglia di Nikolajewka. Non desidero commentarne il contenuto, mi piace che sia letto nella sua forma autentica, poiché in quelle righe traspare nella sua integrità la condizione psicologica dell’ufficiale uomo, che annota date, nomi, luoghi, spostamenti, brevi episodi, situazioni climatiche, e un elenco di orrori, di morte, di paure, di ansie, di speranze. Una testimonianza utile alla nostra ricerca di comparazione con i luoghi di allora e un contributo alla memoria storica da collocare fra i tanti contributi di coloro che l’hanno già raccontata.
Prima però un breve cenno sulle “radici” del mio desiderio di approfondimento, al quale il proposto viaggio verso il Don ha certo offerto una ghiotta occasione, radici che si innestano su un fatto cui non diedi subito adeguato seguito: alla morte di papà, mia madre desiderò che il suo caro Eugenio fosse innanzitutto ricordato come “Il Capitano della Compagnia” . E solo oggi, proprio a causa del nostro imminente viaggio in camper verso la Russia, ho potuto rintracciare parte del diario di papà, che credevo perduto, e che si trovava gelosamente conservato dalla sua Nelly.

PAPA’ EUGENIO
Era l’ormai il lontano 25 ottobre 1976, quando in una stanzetta dello ”Istituto dei Tumori” di Milano si spegneva in silenzio, dopo lunga agonia, colpito dal “male del secolo” il dr. Eugenio Bonardi, mio padre, classe 1913. L’immatura scomparsa creò, al momento, qualche problema alla mia famiglia, allora composta da una madre casalinga, due figlie sposate e cinque figli ancora impegnati negli studi. Ripensando a quei momenti, ciò che più di ogni altra cosa ancora oggi mi stupisce nel ricordo è la volontà e la tenacia con la quale mamma Nelly desiderò che il suo caro Eugenio fosse innanzitutto ricordato come “Il Capitano della Compagnia” e richiese ed ottenne che al suo funerale fosse presente un “picchetto” di dodici Alpini del sesto Reggimento, divisione Tridentina, con relativo Ufficiale e commoventissimo suono di tromba del “silenzio”. Anche sulla pietra della sua sepoltura “a giardino”, nel Cimitero Monumentale di Milano, figurava innanzitutto la scritta “Capitano Eugenio Bonardi”, quasi che la sua dipartita in età prematura potesse essere considerata conseguenza di una guerra ancora tanto tristemente viva e presente nel cuore di sposa della sua cara Nelly.
Per la verità non mi sono quasi mai occupato di indagare su quel particolare spicchio della vita di mio padre, prima che il destino facesse cadere l’intera mela dal suo amatissimo ramo. Papà parlò spesso dei fatti di guerra con i suoi ufficiali ed Alpini, e frequentò con evidente commozione le adunate Alpine, ma lasciò a noi figli poche parole sulla sua vita da soldato e sulle campagne militari sostenute in Francia, in Grecia, in Albania ed in Russia. Ricordo con affetto il caro avv. Giuseppe Prisco, sì, quello dell’Inter, amico di papà per la comune appartenenza al club “Temi” (dopolavoro dei dipendenti del Tribunale di Milano e di avocati, procuratori, giudici e loro famigliari), club che papà frequentava in particolare partecipando ai tornei di bridge organizzati, e che anche tre di noi figli frequentavamo quali appartenenti alla squadra di ping-pong, nella quale, fra l’altro, sono stato a volte impegnato nell’ARCI in incontri di doppio con lo stesso Prisco, con il quale formavo “coppia fissa”. Solo più tardi ho compreso che la sensibilità mostrata dall’avvocato Prisco, e da tanti altri, nei riguardi della mia famiglia in difficoltà, dopo il grave lutto, non solo con sostegno morale, ma anche con sostegno materiale, aveva radici più lontane, fondate sui trascorsi di quei giorni di battaglia che aveva unito in un indissolubile nodo di fraternità tutti gli attori della immane tragedia bellica.
Mio padre, un ufficiale addetto principalmente al vettovagliamento, alla sussistenza, al controllo e alla distribuzione di viveri, armi e materiale; un soldato che amava sostenere i suoi Alpini invitandoli ad una partita a carte o a scacchi, a fumare una sigaretta e fare le “parole crociate”, a scegliere un libro della sua fornitissima “biblioteca da campo”, a creare uno spettacolino teatrale, o a partecipare al coro che egli dirigeva con passione. Eppure papà non era più speciale di altri suoi compagni Alpini. Insisteva inoltre perché gli dettassero una lettera da scrivere alla fidanzata o alla mamma. Nelle lettere che spediva dal fronte alla sua “cara Nelly” esordiva sempre con “Aequa in arduis mente” o con “Per aspera ad astra”, i cui significati più o meno sarebbero: “agisci nelle contrarietà con mente adeguata”, e “attraverso le avversità cerca di raggiungere i più alti traguardi”. Queste frasi la dicono lunga sulla sua costrizione alla guerra e la sua lontananza dalla serenità. Ed era anche un ufficiale destinato ad assumere decisioni determinanti in situazioni disastrose, fra assiderati, congelati, feriti di ogni genere, sbandati imploranti ed eroi. Malgrado tutto questo, mio padre fu certamente uno dei più fortunati, era definito “lestofante” per la sua capacità di procurare cibo, accantonamento in luogo coperto, vettovaglie ed altro, come previsto nei compiti della sua 253° compagnia del Valchiese, fin dall’inizio della campagna destinata alla sussistenza ed agli approvvigionamenti. Comunque fortunato, in quanto è riuscito a ritornare in Italia senza un graffio, anche se ha poi dovuto subire l’internamento in Polonia (Czestochowa), poi il 7 novembre 1943 a Cholm, quindi il 31 gennaio 1944 a Doeblin, quindi l’1 febbraio 1944 a 4 km. da Przemyslil ed in Germania il 21 marzo 1944: a Norimberga. Nel frattempo nasceva il sottoscritto, ignaro di tutto quanto sopra, ma, se vogliamo, figlio di quella terribile ritirata di Russia che andremo a ripercorrere quasi al contrario e su quattro comode ruote.



DIARIO INEDITO
Dal diario del tenente Eugenio Bonardi,
(rinvenuto in copia manoscritta dalla moglie Elena Caligaris)

“La storia del Valchiese nella ritirata di Russia”
9 gennaio 1943 Alle 20 una pattuglia russa si spinge fino alla Lingua Bianca e viene respinta a bombe a mano: tracce di sangue sulla neve. Da alcuni giorni è in corso un grande attacco sul fronte ungherese.
14 gennaio 1943 durante i lavori ad un camminamento, è esplosa una mina anticarro ungherese. Un alpino morto e un ferito gravemente.
15 gennaio 1943 mentre continua il cannoneggiamento sul fronte degli Ungheresi, giunge all’improvviso l’ordine di ripiegamento. Alla sera già partono i magazzini. Il freddo è polare – 35 sotto zero.
16 gennaio 1943 all’alba, intenso pattugliamento russo. Durante il giorno, preparativi per la partenza; ricostruzione dei plotoni e designazione degli ufficiali incaricati di assicurare la “copertura” durante il ripiegamento delle compagnie. Resteranno in linea: della 253 i sottotenenti Pais e Grossi; della 254 i tenenti Marchioni e Bianchi, della 255 il sottotenente Murari, della 112 i sottotenenti Ballico e De Tavonatti, della Compagnia Comando il sottotenente Quey.
Domenica 17 gennaio e lunedì 18 gennaio 1943 Alla mattina il tempo è terso. Sulla destra rombo di artiglierie. Notizie contradditorie si alternano: si parte….non si parte…. Vengono comunque affrettati i preparativi. Si costruiscono slittini con gli sci per i trasporti individuali. Si minano le baracche abbandonate e i punti di passaggio obbligato. Alle 14 arriva l’ordine di partenza. Si procede all’inquadramento dei reparti sul rovescio delle linee e all’ultimo controllo dei materiali. Alle 17 circa il battaglione inizia il movimento verso Datscha dove è il punto di concentramento, mentre i magazzini e i depositi vengono dati alle fiamme. Rimangono in linea soltanto i reparti di copertura. Verso le 20 il Battaglione lascia Datscha e si dirige ordinatamente verso Andrejewka, sita a pochi km. di distanza. Al freddo intenso si aggiunge una violentissima tormenta che ricopre le strade di un alto strato di neve farinosa. La strada è spesso ingombra di slitte e di materiali abbandonati da altri reparti che hanno preceduto il Valchiese, per cui è talvolta necessario aprirsi nuove piste nella neve alta. Si verificano i primi intasamenti e allungamenti che fanno perdere l’ordine e la compattezza ai reparti. Alcuni scelgono piste parallele, ma nel buio e nella tormenta, perdono la direzione. Si verificano i primi casi di assideramento e di congelamento. Il battaglione raggiunge quindi Podgornoje, con notevole ritardo sul previsto e con i reparti in disordine, solo alla mattina del giorno successivo. La mattinata viene impiegata a riordinare le unità e ad occupare gli accantonamenti e le posizioni assegnate. Una ventina di congelati vengono ricoverati presso gli ospedali del luogo e risulteranno, in seguito, dispersi, nessuna notizia essendosi più avuta da loro. Viene disposto l’alleggerimento di tutti i materiali inutili e non trasportabili, compreso il bagaglio degli Ufficiali e le munizioni esuberanti. Vengono dati alle fiamme i magazzini e vengon fatti saltare i depositi. Verso le 14 rientrano i reparti del “mascheramento”: Hanno sparato di quando in quando, per tutta la notte, per manifestare la loro presenza e si sono ordinatamente sganciati alle 4 del mattino senza trovare ostacoli da parte del nemico. La marcia è stata però resa pesante, oltre che dalla stanchezza per la notte insonne, dal freddo intenso e dalla tormenta che, specie nell’ultimo tratto, aveva reso impraticabili le strade. Numerosi i colpiti da congelamento, compreso un ufficiale. Alla sera comunque, il battaglione è al completo nei suoi organici e perfettamente riordinato. Si sparge la notizia che il Corpo d’Armata è circondato dai Russi e che, per uscire, bisognerà sfondare.
Martedì 19 gennaio 1943 A mezzanotte allarme e adunata di corsa. I reparti vengono schierati a difesa del paese. Si dice che stiano arrivando i Russi, ma poco dopo viene dato il cessato allarme e si ritorna a riposare fino alle 3. Alle 4 si parte diretti a Opit dove corre voce che ci sia già il Vestone e il comando della Tridentina. La strada è in ripida salita ed è gelata. Dovunque automezzi abbandonati e carogne di muli e cavalli. Le fiamme dei magazzini e delle isbe illuminano la scena, depositi di munizioni esplodono di tanto in tanto. Giunti a Opit sembra di entrare in una bolgia, Italiani, Tedeschi, Ungheresi, migliaia di persone che gridano, si pigiano, si urtano; automezzi, slitte, quadrupedi, cannoni, materiali abbandonati, ufficiali senza soldati, soldati senza ufficiali. Il Battaglione fatica non poco ad aprirsi la strada in mezzo a questo disordine, ma riesce infine a raggiungere la strada per Repjewka sulla quale si incontra il “Vestone”. Lunga sosta; mentre i comandanti si consultano e tentano di collegarsi via Radio con i comandi superiori, gli alpini fraternizzano con i paesani. Poi il Valchiese scavalca il Vestone e, seguito da un gruppo di artiglieria e da due pezzi contro carro, prosegue per Repjewka. Poco dopo si comincia ad udire in lontananza un intenso cannoneggiamento che si fa sempre più forte via via che il reparto prosegue. Si senton ora anche raffiche di mitraglia e la fucileria. Ad un incrocio di strade nuova sosta, mentre gli addetti alla radio tentano di mettersi in collegamento con i comandi. Il cielo è nebbioso e il freddo è intenso. La sosta si protrae a lungo. Poi si prosegue ancora e si incrocia una lunghissima autocolonna ferma e più avanti, i feriti del “Verona” e i resti del Battaglione che ripiega semi-distrutto dopo aver invano tentato di occupare Postojalyi. Il plotone del tenente Ferroni viene inviato sulla sinistra per sventare l’attacco di un reparto russo che si dice si stia avvicinando lungo una profonda balca. Dopo un altro tentativo di collegamento radio, che finalmente riesce, il Valchiese, con in testa la 253 (Bonardi) spiegata per misura precauzionale, converge a destra ed entra in Repjewka. Qui il Battaglione si spiega a difesa: 254 a sinistra, 255 a cavallo della strada per Postojalyi, 253 a destra – batterie e pezzi anticarro dislocate negli intervalli -. Viene anche disposto l’invio di pattuglie di esploratori al comando del sottotenente Quey e del sergente Volpini per accertare la presenza di colonne nemiche. Verso sera giungono reparti tedeschi con 4 carri armati 2 auto-blindo e un reparto di katiusce. Si verificano i primi incidenti nella occupazione delle case. I Tedeschi fucilano 4 borghesi russi accusandoli di essere partigiani. Alla sera rapporto ufficiali: il giorno dopo si andrà all’attacco di Postojalyi.
Mercoledì 20 gennaio 1943 Alle ore 5 allarme – sembra che una colonna nemica marci nella nostra direzione. Si attende in paese fino verso le 8 poi il Battaglione esce da Repjewka con la 253 (Bonardi) in testa alla colonna e si dirige su Postojalyi; giunto nelle vicinanze si spiega con la 254 (Marzarotto) a sinistra. la 255 (Marchioni) a cavallo della strada e la 253 a destra. Sulla strada i semoventi e le autoblindo tedesche – Le artiglierie italiana e tedesca aprono un fuoco di preparazione breve ma intenso – Poi i reparti scattano ed entrano in paese senza incontrare resistenza . Il nemico si è sottratto al combattimento. Impressionante il numero dei caduti (italiani, russi, ungheresi) rinvenuti lungo la strada, segno dell’asprezza dei combattimenti del giorno prima. La strada è veramente disseminata di cadaveri e dei resti di una nostra autocolonna distrutta. Il Battaglione esce da Postojalyi e prosegue la marcia resa difficile dalla neve alta e dalle continue infiltrazioni di sbandati in mezzo ai reparti combattenti. Ordini e contrordini rallentano la marcia. Si giunge così verso sera, in vista di un grosso villaggio: Novo Charkowka (Charkowskaja) che risulta fortemente presidiata dal nemico. Il Battaglione si schiera in ordine di combattimento. Sopraggiunge anche il “Vestone” che inizia una manovra di protezione sulla sinistra, e i gruppi “Vicenza” e “Bergamo” che assieme all’artiglieria tedesca iniziano un tiro di preparazione. Il Valchiese accerchia il paese: 253 (Bonardi) a nord, 254 (Marzarotto) a sinistra, 255 (Marchioni) a destra, e parte all’attacco, ma viene bloccato da un fuoco infernale del nemico. Si avanza lentamente combattendo casa per casa. Alla fine la decisione degli Alpini ha la meglio sulla resistenza del nemico che viene sopraffatto senza possibilità di fuga. Si rinvengono mortai e armi automatiche. Non molti i nostri caduti. Numerosi i feriti tra i quali il sottotenente Pesavento, colpito mentre guidava all’assalto il suo plotone. Ormai è notte. Il Battaglione si sistema nelle case. Durante la notte alcuni autocarri nemici entrano in paese credendolo ancora occupato dai Russi e vengono distrutti dai pezzi controcarro mentre i conducenti vengono catturati. Si sparge la voce che a Opit, durante la notte scorsa, una compagnia del “Vestone” sia stata attaccata di sorpresa dai Russi presentatisi come Ungheresi, e pressoché distrutta.
Giovedì 21 gennaio 1943 All’una viene disposto l’ammassamento, ma occorre qualche tempo per riordinare i reparti, che sono stanchi e provati. Si parte verso le 3, il Valchiese è sempre in avanguardia e la 254 in testa (Marzarotto). Le prime ore sono estremamente dure per la pista in salita e per la neve alta. A questo si aggiungono gli sbandati che si inseriscono nella colonna rallentandone la marcia. Giunti nei pressi del villaggio di Krauzowka che si trova in una depressione, l’avanguardia viene improvvisamente investita da tiri di armi automatiche e di mortaio. La nostra artiglieria risponde prontamente. La 254 guidata dal tenente Marzarotto si schiera rapidamente e con manovra raggirante parte all’attacco dietro i primi carri armati tedeschi, mentre la 253 (Bonardi) sopraggiunta, si schiera insieme alle autoblindo. Il suo intervento però si appalesa inutile perché la 254 è già da sola riuscita (Marzarotto) a sopraffare il nemico. Lievi le nostre perdite, numerose quelle del nemico in uomini ed armi. Mentre il Valchiese è ancora impegnato nel rastrellamento del paese, la colonna entra e occupa tutte le case. Eliminati gli ultimi nuclei di resistenza (i tedeschi compiono le solite brutalità) ci si prepara a proseguire. Poi arriva l’ordine di pernottare in paese, ma riuscire a sistemarsi nelle poche isbe diventa ora quanto mai difficile. Nel primo pomeriggio, allarme aereo, sono invece aerei tedeschi che paracadutano rifornimenti per i loro connazionali. La temperatura è scesa a un limite mai raggiunto e una bufera di neve spazza le strade. Verso sera ci scavalca il 5° Alpini che prosegue. Il Comando dispone che la 254 (Marzarotto) appoggiata da carri tedeschi e dalla 20° batteria del Vicenza vada ad occupare Nowo Dimitrowka al fine di proteggere il grosso, sulla sinistra, da eventuali attacchi russi. Il tenente Marzarotto riesce a riunire i suoi uomini e la compagnia inizia la marcia tra la bufera raggiungendo il paese assegnatole verso le 23,30. Numerosi i congelati. Il tenente Marzarotto insieme al tenente Bianchi e alla 20° batteria li raggiungono circa un ora dopo.
Venerdì 22 gennaio 1943 Alle ore 4 sveglia. Ma è piuttosto lungo radunare gli alpini dispersi nelle case del paese. Si rendono inoltre necessarie misure di estremo rigore per disciplinare la massa incontrollabile degli sbandati che rende sempre più difficile la marcia dei reparti combattenti. A tale scopo vengono impiegati reparti appositamente costituiti, che bloccano gli irregolari e fanno strada ai Battaglioni della Tridentina. Alla fine si parte. Scavalcato il 5° alpini rientra al Battaglione anche la 254 che il sottotenente Brusati, improvvisatosi porta ordini, aveva raggiunto con gli sci. La marcia prosegue su una bella strada e verso le 10 si giunge nei pressi di Scheljakino accolti da raffiche di mitraglia. Si tratta di un grosso paese suddiviso in due tronconi da una serie di colline. La strada di accesso, scavalcata con un ponte una profonda balca, sale ad una sella dalla quale si domina il villaggio. Sulla sinistra del ponte, le colline sono interrotte, e attraverso un vallone, si vede l’altra frazione del paese nel quale si evidenzia un notevole movimento di automezzi. Mentre i pezzi controcarro vengono piazzati a protezione del fianco sinistro, il Valchiese riprende la marcia e si schiera sulla cresta delle colline che dominano Scheljakino. La 253 (Bonardi) a sinistra, la 255 (Marchioni) a destra, la 254 (Marzarotto) di rincalzo. Al di là della strada, si va schierando il “Vestone”, davanti al quale si piazzano i carri tedeschi. L’artiglieria apre il fuoco sul nemico, che risponde con armi automatiche, mortai e artiglieria. Si parte all’assalto. Le nostre mitragliatrici e i mortai appostati sopra e dietro il dosso ci accompagnano nell’azione. I Tedeschi che assistono all’attacco, hanno poi affermato che il comportamento del Battaglione è stato magnifico; sembrava una manovra. Ma anche il nemico è forte e ben armato. Le nostre perdite sono sensibili fin dall’inizio. Gli Alpini entrano in paese di slancio e travolgono la resistenza russa che si spezzetta in tante azioni isolate di buca in buca, di casa in casa! Quando ormai la situazione si sta rapidamente evolvendo nel modo più favorevole per gli Alpini, piombano sul tergo dei nostri reparti i carri armati russi, che evidentemente si trovavano nascosti nell’altra parte del paese. Alcuni attaccano nel settore della 253 (Bonardi) altri in quello della 254 - 255 (Marzarotto – Marchioni). Questi ultimi vengono subito distrutti dai carri tedeschi, mente gli alpini della 253 (Bonardi) iniziano una vera e propria caccia all’uomo contro gli equipaggi arrampicati sugli altri. Dopo che anche questi carri sono stati messi fuori combattimento, o si sono sottratti alla distruzione con la fuga, il Battaglione riprende il rastrellamento di Schaljakino, nel corso del quale vengono anche liberati numerosi soldati italiani rinchiusi in carcere sotterraneo nel centro del paese. Vengono con loro liberati anche alcuni Russi arrestati per aver dato ospitalità nelle loro case a soldati italiani. Nel corso del combattimento la 253 (com. Bonardi) che si è trovata nella zona più difesa, quella del Molino, ha avuto le maggiori perdite: sono caduti tra gli altri il sottotenente Ippolito Pais e i sergenti Negrini e Tonassi. Numerosi i feriti tra i quali il sottotenente Murari della 255, e il sergente M. Borgonovi. Completata la conquista del paese, nel corso della quale viene rinvenuto un magazzino ancora intatto, che consente un adeguato rifornimento, il Valchiese si incolonna e riprende la marcia, Si sparge la notizia che il Comando del Battaglione è stato assunto dal maggiore Paroldo, e che il tenente colonnello Chierici è stato incaricato di inquadrare, con l’aiuto di alcuni ufficiali e sottufficiali, gli sbandati, allo scopo di evitare il ripetersi degli inconvenienti che rendono sempre più difficile la marcia dei reparti combattenti. Dopo alcune ore di marcia con cielo limpido e freddo intenso, si giunge a Wischjowka. Un intenso cannoneggiamento verso Scheljakino fa comprendere che i Russi hanno attaccato la nostra retroguardia. Da noi la notte passa tranquilla.
Sabato 23 gennaio 1943 Alle ore 3,30 sveglia, ma anche quest’oggi l’ammassamento è difficile a causa degli sbandati che affollano le strade con slitte e slittini. In testa il Vestone accompagnato dai carri tedeschi e da un gruppo di artiglieria. Si attraversa un corso d’acqua gelata. Uno dei panzer ha sfondato il ponte e si è quasi rovesciato. La marcia prosegue sotto un cielo bianco di neve, che il vento trasforma in tormenta. Si affonda nella neve alta. Dopo alcune ore di durissima marcia, la colonna è ferma. Si sente davanti un rombo di artiglierie e raffiche di mitraglie. Poi la sparatoria rallenta e cessa. Si riprende la marcia. La strada sale. Su una collina è il paese di Nikolajewka. Le strade e le isbe sono ingombre di cadaveri russi. Nel centro del paese una colonna di automezzi carichi di munizioni e una batteria di cannoni di medio calibro vengono distrutti dai nostri artiglieri. Si riprende la marcia fuori dal paese, in mezzo ad una bufera di neve. Si adottano misure di sicurezza perché è stato annunziato che un reparto di cavalleria nemica è fuggito dal paese e potrebbe ritornare. A notte inoltrata si giunge a Degtjarnaia dove si entra senza incontrare resistenza. Ma il paese è stato in gran parte già occupato dagli sbandati, per cui i reparti combattenti devono frazionarsi nelle isbe.
Domenica 24 gennaio 2943 E’ ancora buio quando viene disposta l’adunata del Battaglione. La temperatura è polare e il vento spazza la neve. La 253 (Bonardi) è in testa ma la massa degli sbandati la precede e si inserisce nella colonna, rallentando la marcia delle altre compagnie. I panzer tedeschi e le autoblindo sono avanti in esplorazione. La visibilità, a causa della tormenta, è quasi nulla, si vede appena a 20 m. e i reparti di testa seguono le tracce dei cingoli dei carri nella neve alta. A un tratto si sentono spari di mitragliatrice e di artiglierie e gli sbandati fuggono indietro. I carri tedeschi sono fermi sull’orlo di una grande depressione sul fondo della quale è il paese di Malakajewka. Si ode urlare dal generale Reverberi: “Avanti il Valchiese”. La 253 (Bonardi) si schiera. Si cerca di far affluire le altre compagnie, ma l’intasamento è enorme. A tratti la tormenta si placa e si intravedono i Russi che stanno correndo, perché, evidentemente, sono stati sorpresi dall’imprevisto arrivo degli Alpini. La loro artiglieria inizia a sparare. Uno dei panzer è già stato colpito ed è immobilizzato. Il tenente Gaza si rende conto che attendere ancora consentirebbe al nemico di organizzarsi, e parte all’attacco trascinando la compagnia in un assalto disperato che sorprende e travolge i Russi prima che possano raggiungere le postazioni. La 253 (Bonardi) ha già occupato il centro del paese e combatte aspramente, quando finalmente le altre compagnie riescono a districarsi e ad aprire il varco tra la massa degli sbandati. Si spiegano a sinistra e a destra e si appiattano fra la neve alta. Affluiscono le batterie italiane e tedesche ed aprono il fuoco contro le postazioni di artiglieria russa che hanno iniziato un tiro infernale. Una delle mostre batterie viene centrata con gravi perdite tra i serventi. La 253 (Bonardi) segnala di essere quasi senza munizioni: lo comunica il sottotenente Molino che, sebbene ferito, è corso indietro a chiedere rinforzi. Ora le altre compagnie del Valchiese partono all’attacco verso i lati del paese dove i Russi si sono fortemente arroccati, mentre il Vestone, che si è fatto strada a fatica tra la calca, inizia una manovra aggirante sulla destra. La battaglia ora infuria alla periferia del paese, dove i Russi oppongono ancora un’aspra resistenza, specie sul fronte della 254 (Marzarotto). Al centro il nemico è stato inchiodato dalla irruenza dell’assalto. Nessuno si è salvato. Reparti russi che stavano affluendo, vengon sorpresi dalla manovra aggirante del Vestone che ha fatto una marcia durissima nella neve alta e ora li sorprende alle spalle. Le perdite del Valchiese sono sensibili, specie per la 253 (Bonardi) (qui mio fratello Gianni è stato ferito al collo) e la 254 (Marzarotto). Sono caduti tra gli Alpini i sergenti Rambaldini e Zanoni. Tra i feriti grave il sottotenente Bartolozzi della 254. Le perdite dei Russi sono molto più forti. Una vera strage. Sono state catturate armi di ogni genere, tra cui alcune batterie di medio calibro e autocarri carichi di viveri e munizioni. Gli Alpini mangiano il primo e ultimo rancio caldo della ritirata: quello abbandonato dai Russi. Il Battaglione si raduna vicino alla Chiesa e riprende la marcia. Per la prima volta, una parte dei feriti, mancando mezzi di trasporto, devono essere abbandonati. Il Valchiese esce da Malakejewka. La 253 (Bonardi) è in testa. Per consentire ai reparti di stare uniti, il sottotenente Ballico e il tenente colonnello Chierici devono attuare un vero e proprio sbarramento all’uscita del paese, bloccando, armi alla mano, la massa degli sbandati. Un aereo tedesco paracaduta viveri e rifornimenti per i panzer. La marcia prosegue tra una tormenta implacabile. A notte inoltrata si giunge a Romankowo, dove i reparti si sistemano a fatica nelle isbe occupate dagli sbandati. Molti restano allo scoperto e accendono fuochi per scaldarsi. Scoppiano incendi in alcune isbe – prende fuoco anche la Chiesa e vi muoiono tutti gli occupanti!
Lunedì 25 gennaio 1943 e Martedì 26 gennaio 1943 La mattina, il Valchiese esche da Romankowo quando già è giorno. Davanti ci sono il Vestone, i resti del Verona, e un gruppo di artiglieria: il Bergamo, dietro un altro gruppo di artiglieria. All’uscita dal paese, un carro tedesco ha costituito uno sbarramento su un ponte e tenta di lasciar passare solo i reparti organici. Ma gli sbandati girano al largo e scavalcano il blocco. C’è un notevole disordine nella colonna. Manca la 254 (Marzarotto) che si ricongiungerà solo verso mezzogiorno, dopo una marcia durissima. Il tempo sta migliorando e più tardi si intravede un po’ di sole. Aerei tedeschi lanciano rifornimenti ai loro connazionali. Atterra anche una “cicogna” portando ordini al Comando Alpino. Verso mezzogiorno si giunge alla periferia di un grosso paese, posto alla base di una catena di colline. Si sente sparare in testa alla colonna. Lunga sosta in prossimità di una autocolonna italiana abbandonata. Poi la marcia riprende e si entra a Nikitowka. Questo centro sarà ricordato dagli Alpini come “il paese del miele” per la fortunata eccezionale abbondanza di questo cibo energetico. Si riparte. Ora la strada gira a sinistra e sale sulle colline che sovrastano il paese. Si incontrano autocarri russi abbandonati, carichi di munizioni. Il sole è già calato, quando sopraggiunge il tenente colonnello Chierici su un automezzo militare e blocca la colonna, facendo ritornare parte del Gruppo Bergamo, la 112, la 253 (Bonardi) e la 254 (Marzarotto) verso il paese di Arnautowo, una frazione posta a breve distanza da Nikitowka. La 255 (Marchioni) prosegue invece con la Comando e con il Vestone e il Verona per il villaggio di Terenkina dove si sistemano assieme al resto del Gruppo Bergamo. Ma i reparti che ritornano ad Arnautowo trovano il paese quasi completamente occupato, per cui sono costretti a disperdersi senza ordine nelle isbe. Parte della 254 (Marzarotto) si sistema in una frazione della parte sud del paese, verso Nikitowka. La 112 e la 253 (Bonardi) con gli artiglieri del Bergamo, nella parte alta, a destra della strada che porta a Terenkina e a Nikolajewka.”


Il diario di papà si conclude qui, alle soglie di Nikolalewka. Evidentemente gli orrori di quella vittoria “campale” papà non ha potuto o voluto trasmetterli, o forse più semplicemente sono andati persi o trafugati.
Ma il manoscritto di mamma Nelly si spinge oltre Nikolajewka e riporta ancora alcune righe interessanti che riferisco per dovere di cronaca:
“6 giorni ancora La Tridentina, nei giorni successivi, continua la lunga marcia per 6 giorni, durissima marcia, ma il nemico non si fa più vedere. La colonna raggiunge Bolske Troshoje dove l’aspettano i primi soccorsi, le prime strette di mano, i primi elogi. E’ un fiume di pellicce spelacchiate. Auto ambulanze lì attorno, incominciano a caricare i feriti e gli ammalati. La Julia….la Cuneense…. il Vicenza….sono rimaste nel grande laccio….soltanto un ricordo formicolante di volti e di nomi! Podgornoje, Postujlali, Karkowka, Scheljakino, Varwarowka, Nikitowka, Arnautowo e Nikolajewka….8 piccoli paesi qualsiasi, inceneriti dall’inverno, sulla sconfinata pianura rossa, fiammeggiano nel ricordo uno dietro l’altro, fino al Don, coi loro cancelli di fuoco!”

Ora tocca a noi comprendere i perché di quei “Per aspera ad astra” o “Aequa in arduis mente” che hanno sostenuto la speranza di un ritorno da parte di quanti, troppi, sono stati utilizzati in nome di una ideologia e, prigionieri del loro encomiabile amor di patria, della loro giovanile irruenza, del loro straordinario senso del dovere, sono rimasti là, o sono rientrati mutilati nel corpo o minati nello spirito. Onore a tutti loro, e che la memoria storica ci renda più inclini alla fratellanza e alla carità.

A proposito, se volete sapere che ne è stato del Valchiese e del ritorno di papà, ho sotto mano alcune sue lettere scritte a mamma Nelly, che riporto senza tema di ledere la “privacy”:

“ 7 marzo 1943 XXI P.M. 201
Mio tesoro adorato,
la bufera è passata sulle penne nere; alcune sono rimaste schiantate, altre si ergono più fiere che mai. Una è quella del tuo Geniolino per il quale si sono certamente mobilitati in cielo e in Terra miriadi di angeli e di Santi! Un fiotto di episodi e di fatti e commenti fa nodo, e lo sfogo è impossibile in un semplice foglio di carta. Sarà più facile a voce… perché, a giorni, sarai fra le mie braccia e dovrai essere orgogliosa di vedere in che magnifiche condizioni fisiche è rimasto un uomo che ha provato quello che io ho provato! Ti ho scritto a metà gennaio l’ultima lettera regolare; al 5 di febbraio, una cartolina, poi questa, che sarà l’ultima, prima del ritorno. Ho visto Gianni l’ultima volta il 28 gennaio, è in Italia? Comando la 253 compagnia come unico ufficiale efficiente rimasto! Con me è passato Quey, il bel giovanotto valdostano amico di Gianni. Marchioni, altro invulnerabile, comanda la 255. Ballico è alla 254. Ci sono poi Tempini, Don Pierino, De Sabata. Anche il maggiore Paroldo e il sottotenente medico Redaelli si sono trascinati con noi fino alla fine dell’avventura. Giulini, Marzarotto, Bellotti e Mazza si sono riuniti alcuni giorni fa dopo un po’ di ospedale. Luppi e Colombo sono giunti freschi freschi dall’Italia. Tra gli oggetti che ancora posseggo: il porta sigarette della tua mamma, il termometro, la medaglia di bronzo, il borsellino con marchi, i francobolli…e me stesso.
Baci infiniti geniolino tuo.”

“18 marzo 1943 XXI° Tarvisio
Mia carissima,
sono giunto in Italia stamane con parte dei miei alpini! Sto benissimo. Ci fermeremo a Tarvisio circa 15 giorni per la disinfezione in quarantena. Devo frenare ancora per questi giorni il pazzo desiderio di abbracciarti. Siamo in un bell’albergo, isolati da tutti, con ping-pong, biblioteca, radio, bar! Non credo che sia il caso di farti venir fin quassù, ci potremmo vedere solo di sfuggita. Ti racconterò poi la nostra avventura, a tutto agio. Preparati a ricevermi. Tra quelli che si trovano con me e che tu conosci: Tempini e Facchinetti. Baci ai nostri due tesori..e molti speciali a te.
Genio”

Estratto dalla lettera che segue:
20 marzo 1943 XXI° Tarvisio
Mia piccola graziosa mogliettina,
come ti ho già scritto in cartolina, mi trovo a Tarvisio sui confini dell’Italia, per passare il periodo di quarantena contro i microbi delle malattie e i pidocchi. Con me si trova il comando del 6° Alpini, il Battaglione Verona, parte del Vestone e parte del Valchiese – attendiamo di ora in ora l’altra parte del Valchiese. Ci troviamo a 7 Km. da Tarvisio in località Valbruna, in un bell’albergo alpino con ogni comodità: questo per i soli ufficiali, mentre i nostri Alpini si trovano in una specie di colonia a 2 km. da Tarvisio. Non si parla più di servizio: gli alpini si alzano quando vogliono, hanno il pallone per giocare a palla al cesto, le bocce, il cinematografo giornaliero, spettacoli di varietà. Par di sognare! Agli Ufficiali caffè e latte in camera, vini di ogni qualità e giochi a tavolino. Le prime carezze della patria sono graditissime: poi verranno quelle della mogliettina… Il periodo contumaciale dura 15 giorni se non si sviluppa qualche caso infettivo; in tal caso, si sta 25 giorni. Calcolo quindi di essere libero il 1 di aprile (niente pesce d’aprile).
Omissis
Quando ti narrerò le nostre peripezie di combattenti e di marciatori, non crederai alle tue orecchie! Gianni ha vissuto le prime, metà delle seconde. Il Valchiese è restato con i seguenti ufficiali:
Comandante: maggiore Paroldo.
Comando: capitano Tempini – tenente cappellano don Pierino – sottotenente Giulini – sottotenente De Sabata;
253 compagnia: tenente Bonardi (comandante) – tenente medico Lischetti – sottotenente Quey – sottotenente Bellotti;
254 compagnia: tenente Marzarotto – sottotenente Ballico – sottotenente medico Griziotti;
255 compagnia: tenente Marchioni (comandante) – tenente medico Redaelli – sottotenente Mazza;
112 compagnia: tenente Luppi – sottotenente Colombo.
Di questi solo 9 l’han provata tutta: Paroldo, Tampini, don Pierino, De Sabata, Bonardi, Quey. Ballico, Marchioni e Redaelli. 4 soli (quelli sottolineati) erano in piena salute. Ora tutti stanno bene. Il tuo Geniolino, come vedi, è sempre in piena efficienza e il Signore lo protegge dappertutto. Sono i 3 angeli che ha lasciato in casa? Arrivederci presto presto
baci infiniti Geniolino tuo”


E A TUTTI NOI: BUON VIAGGIO
E il ritorno ci fu, provvisorio. In agosto la destinazione del Valchiese fu nelle vicinanze di Vipiteno, “a disposizione”. L’8 settembre gli ufficiali reduci della Tridentina ancora in attività, vennero disarmati, prelevati dalle truppe tedesche e trasferiti in campi di concentramento in Polonia e Germania, per subire nuove, insopportabili umiliazioni. Avevano già perduto le “carezze della patria”. Ancora dolore, ancora fame, ancora rassegnazione, resi incapaci di decidere del loro futuro, fino al tanto temuto arrivo dei Russi, i loro nemici, che, guarda caso, la storia ha voluto fossero proprio i loro “liberatori”. Questa è storia ormai ben nota. Meno noto e più mio e nostro è il fatto che il 7 marzo 1944 papà Eugenio, internato, si domandava testualmente èer iscritto nel proprio diario: “Forse in questi giorni avrà visto la luce la mia terza pupa?”. Nacqui il 19 febbraio 1944, ma ricevetti il primo abbraccio paterno verso la fine dell’anno stesso (lo deduco dal fatto che mio fratello Alberto è nato il 24 agosto del 1945).
A noi vicini posteri la vita per ora riserva ben altre circostanze. Abbiamo a disposizione, senza doverlo elencare, ogni “ben di Dio” . Abbiamo casa, cibo, denaro, affetti e, se fortunati più di altri, un bel camper dotato di ogni comodità, con luce elettrica, radio, cd e cb, televisione, antenna satellitare, stufa e frigorifero, pannelli solari, tendalino, servizi, portapacchi, garage. Forse tutto questo è stato reso possibile anche da quel tassello incastonato dagli Alpini per la costruzione della nostra storia recente, quando privi di tutto, si aprirono la strada verso un futuro incerto. Ci piace crederlo. Siamo un popolo vivace ed imprevedibile, ma sappiamo bene che cosa significa essere “INSIEME” nelle circostanze più difficili; e saremo insieme anche a ricordare, insieme per continuare a costruire un mondo di pace, ove vi sia sempre spazio per iniziative itineranti il cui scopo è quello di affratellare i popoli e farli sentire meno distanti, meno “terzi” rispetto ad ogni nostra esigenza di amicizia, collaborazione e libertà .
Questo sarà il vero scopo del nostro percorso verso il Don.

Per ora a tutti Buon viaggio.



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