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| UN
RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"
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"MARIO RIGONI STERN E' ARRIVATO A BAITA",
intervista a Tullio Kezich di Marco Dell'Oro (Eco di
Bergamo) |
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«È riuscito
a conciliare in maniera incredibilmente
feconda le due attività, il lavoro e
la scrittura. Di
giorno lavorava, alla sera si metteva al tavolo
e
scriveva. Poi, naturalmente, alla fine, era
diventato
scrittore a tempo pieno. Con il tempo è
migliorato,
è diventato uno scrittore raffìnatissimo» |
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«Mario era pienamente
consapevole di aver ricevuto
un enorme regalo dalla sorte. Il destino gli
aveva
concesso di tornare vivo dalla Russia. Lui la
sentiva
come una cosa che non aveva meritato, rispetto
ai suoi
compagni morti. Ma ha utilizzato questa sofferenza
interiore nel modo più straordinario» |
[1921-2008]
Mario Rigoni Stern
è arrivato a baita
Lo scrittore morto nella sua Asiago. Funerali privati,
solo 15 persone. II ricordo del suo amico Tullio Kezich:
«Un collezionista di anime»
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Andava in mezzo alla gente, nei
paesi più sperduti dell'altopiano, e ascoltava
la voce di tutti |
Il libro che raccontando l'odissea dei soldati italiani
nella campagna di Russia racconta come pochi altri
l'inutilità della guerra: suole di cartone
per calpestare ghiaccio e sopportare freddo, fame
e nostalgia, la neve che entrava dappertutto e gelava
il fiato, portandosi via tutto, anche la speranza.
Sergente maggiore, torneremo a casa? Quasi nessuno,
dei suoi alpini, riuscì a tornare a casa. Lui
sì. Mario Rigoni Stern, a baita, ad Asiago,
ci arrivò il 5 maggio 1945. Ma per tutta la
vita si è portato dietro il peso di quel ritorno,
come se fosse un macigno. Il ricordo dei compagni
rimasti per sempre nel ghiaccio abitava le sue notti
e, talvolta, gli sembrava insostenibile.
Per questo, adesso, possiamo dire che Mario Rigoni
Stern, oggi, finalmente e davvero, al termine di una
vita lunga, bella e nobile, è arrivato a casa.
In silenzio, come in silenzio ha vissuto.
Lo scrittore si è spento lunedì sera,
ma la notizia della morte — secondo la sua volontà
— si è diffusa solo nel pomeriggio di
ieri, a funerali già celebrati, in forma strettamente
privata, nella chiesetta del cimitero di Asiago. La
sua Asiago che, dopo aver ritrovato in quel maggio
del 1945, non aveva più lasciato.
La notizia della sua scomparsa è stata accolta
«con tristezza» dal presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, che l'ha definito «una delle
figure più rappresentative della letteratura
italiana contemporanea».
Parole importanti, ma non belle come quelle, davvero
folgoranti, che scrisse di lui Elio Vittorini nel
1953 presentando nella collana Gettoni Einaudi il
sergente nella neve: «Non è scrittore
di vocazione... e forse non sarebbe mai capace di
scrivere di cose che non gli sono mai accadute».
Le cose che gli sono accadute sono state tante, e
lui le ha sempre raccontate bene. Nel 2004 ha vinto
il Premio Chiara alla carriera. Nello stesso anno
gli è stato dedicato un Meridiano Mondadori.
Einaudi è sempre stato il suo editore storico.
L'esordio, leggendario, con Il sergente nella neve,
seguito — dopo dieci anni di silenzio —
Dal bosco degli Urogalli (1962), che dava spazio ai
suoi temi più cari, l'amore per la terra natale
e il rapporto tra natura e memoria. Poi seguirono
Quota Albania (1971) e Il ritomo sul Don (1973), in
cui rivisita il sogno di pace del romanzo d'esordio.
E poi ancora Storia di Tonle (1978, Premio Campiello
e Premio Bagutta), vita di un pastore la cui esistenza
si mescola con gli avvenimenti della Storia, Uomini,
boschi, api (1980), Le stagioni di Giacomo (1995).
Ai libri si aggiungono diverse raccolte di racconti,
fino alla penultima (Stagioni, 2006) e all'ultima,
di poche settimane fa, Le vite dell'altipiano. Racconti
di uomini, boschi e animali.
A pochi metri dallo scrittore (e da Ermanno Olmi),
sull'altopiano di Asiago, ha vissuto per tanti anni
il critico cinematografico Tullio Kezich. Li univa
un'amicizia profonda.
Lo conosceva bene?
«Da cinquant'anni».
Il primo ricordo che le affiora alla memoria, oggi?
«Mario avrebbe potuto morire come la stragrande
maggioranza dei suoi commilitoni, nella steppa russa,
nella ritirata dell'Armir. E invece è come
il destino avesse deciso di lasciarlo invecchiare
per dargli il tempo di raccontare la tragedia dei
suoi compagni».
Come ricordava, Mario Rigoni Stern, i suoi
compagni, quella gioventù falciata via nella
neve dell'inverno russo?
«Li sognava di notte, li ha sognati per tutta
la vita. Si svegliava nel cuore della notte, gridando,
piangendo».
Il mestiere di scrittore, la letteratura,
l'ha aiutato in qualche modo a lenire quel dolore,
a superare quel trauma?
«Sì, credo che la stesura de II sergente
nella neve l'abbia aiutato ad elaborare, almeno un
po', quel lutto».
Uno dei libri più importanti dei Novecento,
eppure così semplice...
«Questa semplicità, Mario l'ha trovata
grazie all'aiuto fondamentale di Elio Vittorini. Senza
di lui, forse non avremmo né II sergente nella
neve, né lo scrittore Mario Rigoni Stern».
Perché?
«Mario all'inizio era uno scrittore molto naturale,
nel senso che non conosceva le tecniche, gli artifici
retorici che sono necessari per scrivere un libro.
Sono tutte cose che gli sono state insegnate da Vittorini».
Come un maestro...
«Mario mi ha raccontato tante volte che il manoscritto
originale de II sergente nella neve era grosso come
un elenco del telefono. È stato Vittorini che
l'ha convinto, e aiutato, a riscriverlo nella versione
asciu¬gata, molto secca, che l'ha trasformata
da semplice memoriale a letteratura, grande grande
letteratura».
Possiamo dire che anche a Rigoni Stern, in
qualche modo, era accaduto quel che era accaduto a
Primo Levi: e cioè che l'essere sopravvissuto
gli pesava come un macigno, quasi come un senso di
colpa?
«Mario era pienamente consapevole di aver ricevuto
un enorme regalo dalla sorte. Lui la sentiva come
una cosa che non aveva meritato, rispetto ai suoi
compagni morti. Ma ha utilizzato questa sofferenza
interiore nel modo più straordinario».
Proprio lui che non era scrittore di professione,
almeno all'inizio. «Sì, è
riuscito a conciliare in maniera incredibilmente feconda
le due attività, il lavoro e la scrittura.
Di giorno lavorava, alla sera si metteva al tavolo
e scriveva. Poi, naturalmente, alla fine, era diventato
scrittore a tempo pieno».
E che scrittore...
«Sì, aveva raggiunto una qualità
raffinatissima».
Non ha mai deluso.
«Gli ultimi libri sono più belli dei
primi. E dimostrano la sua capacità di esprimersi
su più temi: spaziando dalla guerra alla memorialistica,
all'ecologia».
In questo anticipò i tempi.
«Quando iniziò a parlarne lui, di ecologia,
non ne parlava nessuno, almeno in quei termini».
Lo scrittore dell'altopiano.
«Il suo era, ed è rimasto, il modo più
moderno e pulito di vedere la montagna e i suoi problemi,
le sue luci e le sue ombre. Il rapporto con gli animali
e il rapporto con le piante, che della montagna sono
parte integrante, anche se qualcuno a volte finge
di dimenticarsene».
Che importanza ha avuto Asiago per Mario Rigoni
Stern?
«Enorme. Io ho avuto la fortuna di arrivare
ad Asiago quasi cinquant'anni fa dietro a Ermanno
Olmi che voleva fare il film de II sergente nella
neve. È proprio in quel momento che è
nata la mia amicizia con Mario. Io ho costruito una
casa accanto a quella di Ermanno e di Mario, abbiamo
passato molti anni davvero vicini».
Com'era, lo scrittore, nella vita di tutti
i giorni?
«Mario era il più grande conoscitore
ed esploratore e divulgatore di tutti i problemi riguardanti
la montagna e la guerra. La prima guerra mondiale,
che aveva distrutto il paesaggio che avevamo intorno
a noi, lassù, e che poi ci ha messo dei decenni
a ricomporsi».
Avete fatto un film proprio su questo soggetto,
tutti e tre insieme. Si intitola I recuperanti.
«Sì, Mario e io l'abbiamo scritto, Ermanno
l'ha girato. È la storia degli abitanti dell'altopiano
che hanno continuato a vivere per anni scavando per
recuperare le bombe rimaste inesplose, la polvere,
i materiali. Un lavoro di una pericolosità
inaudita».
Era molto amato dalla sua gente.
«Mario era un grande collezionista. Andava in
mezzo alla gente, nei paesi più sperduti dell'altopiano,
ascoltava la voce di tutti, ha fatto per anni il cronista,
il portavoce dei montanari, gente che per abitudine
(sua) tende a parlare poco, e per abitudine (degli
altri) tende a non essere mai ascoltata, e quindi
trascurata, se non dimenticata».
Le ha dato voce lui.
«Uno scrittore diverso da tutti gli altri, profondamente
coinvolto nel suo ambiente, con la sua gente, con
il dialetto della sua gente. Lo specchio di una comunità,
quella montana, che in cinquant'anni ha vissuto trasformazioni
così violente che l'hanno stravolta e quasi
hanno rischiato di distruggerla. È stato un
vero uomo di montagna. Sempre. Anche quando non era
in montagna. Fino alla fine».
Marco Dell'Oro
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Per informazioni è possibile telefonare al numero 0143-837604
, inviare fax al numero 0143-824406 o e mail a piero.marenco@tin.it
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