Moltissimo è
stato scritto sulle vicende dell'8° armata italiana
nella seconda battaglia difensiva del Don. Sia con relazioni
ufficiali degli stati maggiori, sia con memoriali di
reduci: pertanto è già stata fornita una
più che esauriente visione dell'insieme e dei
dettagli. Con il presente articolo l'autore si propone
non di analizzare gli avvenimenti per stabilire una
verità storica, bensì di riesaminarli
alla luce de! principi dell'arte della guerra, per verificare
se la validità di tali massime viene confermata,
o meno, dalle vicende in questione.
Se tutti sono d'accordo nel riconoscere, almeno in linea
teorica, la validità dei predetti principi, non
si è ancora raggiunta piena identità dì
vedute allorchè si tratta di definirne numero
e gerarchia dei valori; tant'è vero che tutti
i teorici della guerra hanno redatto una loro lista
dei principi dopo un riepilogo degli eventi, l'autore
prende in considerazione i cinque principi su cui tutti
sono d'accordo.
Offensiva, manovra, massa, sicurezza e sorpresa, più
gli altri tre riconosciuti dalla maggioranza degli studiosi,
unitarietà del comando, economia delle forze
e morale.
Per vedere in che modo, e fino a che punto, siano stati
applicati o disattesi, la seconda battaglia difensiva
del Don, sostenuta dall'8° Armata italiana nel periodo
11 dicembre 1942-31 gennaio 1943, si articola in due
fasi:
- prima fase: 11 dicembre 1942 - 8 gennaio 1943, la
cosiddetta battaglia del solstizio con la quale i sovietici
rompono il centro dell'armata (il corpo d'armata) è
ne accerchiano l'ala destra (XXXV e XXIX corpo d'armata);
- seconda fase: 9-31 gennaio 1943, con la quale i sovietici
rompono il nuovo fronte dell'8° Armata faticosamente
ricostruito con il XXIV corpo d'armata tedesco - e ne
accerchiano l'ala sinistra (corpo d'Armata alpino}.
Tali operazioni non vanno comunque considerate a se
stanti, bensì nel contesto operativo assai più
ampio nel quale i sovietici, tra il novembre 1942 e
il febbraio 1943, rompono il fronte dell'asse e travolgono
in tempi successivi ben 6 armate alleate schierate da
sud-est a nord-ovest nel seguente ordine: 4° e 6°
armate germaniche, 3° armata rumena, 8° armata
italiana, 2° armata ungherese e 2° armata germanica
I PRECEDENTI DELLA BATTAGLIA
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Situazione sul fronte Russo
Meridionale prima e dopo l'offensiva dell'inverno
1942-43 |
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Dislocazione a cordone dell'8°
Armata lungo il corso del Don all'inizio della
battaglia
(sera del 10 dicembre 1942). |
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Ai primi di dicembre del 1942 l’8° Armata
è schierata a cordone sul Don con il seguente
dispositivo, da nord a sud:
- Corpo d'Armata alpino (Divisioni “Tridentina”,
“Julia”, ”Cuneense”);
- Il Corpo d'Armata (Divisioni “Cosseria”
e “Ravenna”); .
- XXXV Corpo d'Armata (298° Divisione tedesca e
Divisione “Pasubio”);
- XXXV Corpo d'Armata, sotto comando tedesco (Divisioni
“Torino”, “Celere” e “Sforzesca“).
In riserva di Armata è schierata la Divisione
“Vicenza”, di fatto indisponibile perché
impiegata in funzione anti-guerriglia; trattasi peraltro
di Grande Unità raccogliticcia e difficilmente
impiegabile in compiti operativi perché priva
di artiglieria
In riserva del Gruppo Armate “B” (da cui
dipende I'8° Armata) ci sono la 385° Divisione
dì fanteria germanica, in afflusso a scaglioni
e pertanto disponibile solo per un reggimento, e la
27° Divisione germanica con una cinquantina di carri
in tutto.
Le Divisioni italiane sono binarie, dispongono cioè
di solo due reggimenti e di conseguenza non sono strutturalmente
idonee a bloccare irruzioni in profondità, sono
scarsamente manovriere perché hanno pochi mezzi
di trasporto: sono poco potenti perché hanno
armi antiquate e insufficienti, in sintesi, si tratta
di Grandi Unità soggette a rapido logorio e incapaci,
in difensiva, di resistere a lungo ad un attacco sistematico.
Le Divisioni alpine, ancorché anch'esse binarie,
sono decisamente migliori come elemento umano, amalgama
e addestramento; dispongono però prevalentemente
di armi a tiro curvo che male si adattano ad un terreno
piatto come la steppa, dove sono invece richieste armi
a tiro teso, le sole idonee ad affrontare le armate
nemiche.
L'assunzione dello schieramento è stata un'operazione
lunga e sofferta
La prima Divisione ad arrivare sul Don è la “Celere”
(luglio 1942), l'ultima è la “Vicenza”
(novembre 1942).
Per colmare i vuoti lasciati dalle Grandi Unità
germaniche assorbite dalla battaglia di Stalingrado,
le Divisioni italiane subiscono poi continue ridislocazioni
o, quanto meno, rimaneggiamenti dei settori; in particolare,
delle Divisioni di fanteria, solo la “Cosseria”
non è interessata a spostamenti e pertanto potrà
affrontare il nemico sullo stesso terreno assegnatele
all'atto dell'arrivo sul Don.
Le vicende più tormentate sono comunque quelle
della “Celere” che:
- dal 29 luglio al 14 agosto, alle temporanee dipendenze
della 6° Armata germanica, elimina con duri combattimenti
la munita testa di ponte avversaria di Serafimowich;
- dal 22 agosto ai primi di settembre, in occasione
della prima battaglia difensiva del Don, interviene
a favore delta “Sforzesca” e, a prezzo di
sensibili perdite, concorre a respingere la penetrazione
nemica (combattimenti di Jagodnyi);
- in settembre e in ottobre, rimare a presidiare un
settore della linea del Don, in attesa di essere sostituita
da unità della 3° Armata rumena (che si deve
insediare alla destra dell'8° Armata ) ;
- ai primi di novembre, si riordina, quale riserva di
Armata. nella valle di Bogutschar;
- il 20 novembre infine, viene nuovamente richiamata
sul Don per presidiare il settore lasciato libero dalla
62° Divisione germanica trasferita improvvisamente
a sud.
All'inizio di dicembre l'8° Armata è finalmente
sistemata a difesa di un settore ampio circa 230-
230 km, mediamente 25 km per Divisione, con punte
di 35-40 km.
LA BATTAGLIA
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Direzioni di attacco del
nemico |
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Prima fase:
11 dicembre 1942 - 8 gennaio 1943
Gli avvenimenti di questo periodo, noti anche come
la battaglia del solstizio, possono così riassumersi:
- azione dì logoramento sul fronte del II Corpo
d'Armata e della Divisione “Pasubio” (11-15
dicembre);
-rottura del fronte del II Corpo d'Armata ed accerchiamento
dell’ala destra dell’8° Armata (16-20
dicembre);
- ripiegamento del XXXV e XXIV Corpo d'Armata e ricostituzione
dì una linea di difesa arretrata da parte dell’8°
Armata (21 dicembre - 8 gennaio).
All'alba dell'11 dicembre, i sovietici, appoggiati
da un intenso fuoco di artiglieria e mortai, attaccano
in forze i fronti delle Divisioni “Cosseria”,
“Ravenna” e “Pasubio”.
Dopo 5 giorni di aspri combattimenti, le posizioni
della difesa risultano pressochè intatte; le
unità più duramente impegnate hanno
combattuto resistendo sul posto, anche se superate
dalle preponderanti forze avversarie. Ingenti le perdite
da entrambe le parti; le nostre però sono gravissime
in quanto non ripianabili; tutto è stato buttato
nella mischia, persino i reparti guastatori e i chimici
dell'Armata.
In conseguenza delle perdite subite dalla “Cosseria”,
il Comando Gruppo Armate dispone che la Divisione
venga sostituita in linea dalla 385° Divisione
germanica; in realtà, dato lo stretto contatto
con l'avversario, non ci sarà sostituzione
ma solo l'inserimento delle unità tedesche
fra quelle italiane.
All'alba del 16 dicembre inizia la battaglia di rottura
che si sviluppa con un attacco principale Sul fronte
del II Corpo d'Armata, da dove parte una branca della
tenaglia che, in coordinazione con un'altra branca
partente dal settore della 3°Armata rumena tende
ad accerchiare II XXXV e il XXIX Corpo d'Armata, e
con attacchi sussidiari sui fronti delle Divisioni
“Pasubio”, “Torino” e “Celere”.
Nei settori delle Divisioni “Cosseria”
e “Ravenna” la difesa, pur condotta con
decisione e valore, è ormai ai limiti della
resistenza; nel pomeriggio del 16 e nella mattinata
del 17, il sistema difensivo salta definitivamente
e si apre una paurosa falla nello schieramento.
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La breccia aperta sul fronte
del II C.A. - Situazione alla data del 18 dicembre
1942
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Il Comando Gruppo Armate, nel disperato tentativo
di limitare la breccia, butta nella lotta la “Julia”
a nord (sostituita in linea dalla “Vicenza”)
e la 27° Divisione carri a sud; ma il nemico ormai
dilaga alle spalle dello schieramento; II 18 dicembre
punte corazzate raggiungono Taly; il 19 Kantemirowka
e Tschertkowo, dove il nostro presidio, alimentato
da altre truppe in ripiegamento (essenzialmente della
“Torino”), infrangerà con una epica
resistenza gli attacchi del nemico per ben 25 giorni,
il 20 i russi raggiungono Djogtewo dove, riunendosi
con unità corazzate provenienti dal settore
della 3° Armata rumena chiudono il cerchio a tergo
del XXXV e XXIX Corpo d'Armata.
In precedenza, nei giorni 17, 18 e 19 dicembre il
nemico aveva anche attaccato, conseguendo solo modesti
risultati tattici, i settori delle Divisioni “Pasubio”»,
“Torino”,” Celere” e “Sforzesca”.
Si tratta comunque di una vana resistenza perché
le Divisioni sono ormai accerchiate.
Il Comando Gruppo Armate acconsente allora al ripiegamento
che ha inizio, per le varie Divisioni, nel giorni
19 e 20 dicembre. L'ultima a lasciare la linea del
Don è la “Torino”. La “Sforzesca”
addirittura già in ripiegamento, il 21 dicembre
riceve il contrordine di ritornare in avanti sulla
linea dello Tschir; raggiunta tale linea, la Divisione
si accorge di essere isolata, subisce l'attacco dì
consistenti formazioni avversarie ed è costretta
a ripiegare definitivamente
Ha così inizio ti ripiegamento delle Grandi
Unità, dapprima su largo fronte e contrastando
il nemico: successivamente, in colonna, su uno o più
itinerari, tallonate dalle unità corazzate
nemiche. Alcune Divisioni (“Torino” e
“Sforzesca”) riescono ad effettuare il
ripiegamento compatte; altre, per effetto dei combattimenti,
si scindono In spezzoni di varia consistenza che tendono
a riunirsi, nella comune ricerca della via di minore
resistenza, in blocchi sempre più ampi.
Si formano tre blocchi principali:
- nord, costituito da aliquote della Divisione “Cosseria”
e servizi del II Corpo d'Armata;
- centrale, costituito da aliquote delle Divisioni
“Ravenna” e “Pasubio” e dalle
Divisioni 298° germanica e “Torino”;
- sud, costituito da aliquote delle Divisioni “Pasubio”,
“Celere” e dalla Divisione “Sforzesca”.
I ripiegamenti terminano il 1° gennaio, con il
blocco sud. Il periodo fino all'8 gennaio è
caratterizzato da una relativa stasi nelle operazioni,
anche se si svolgono combattimenti da ambo le parti
L'8° Armata riesce infine a ristabilire una linea
di difesa più o meno continua; il II Corpo
d'Armata è stato sostituito dal XXIV Corpo
d'Armata germanico, lo schieramento è molto
debole sulla destra (19° Divisione carri) e l'Armata
non ha alcuna riserva.
Seconda fase:
9-31 gennaio 1943
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Visione grafica riassuntiva
delle Unità del XXIX e XXXV C.A. |
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Gli avvenimenti possono cosi riassumersi:
- preparazione del nuovo attacco, rottura del fronte
in corrispondenza dei XXIV Corpo d'Armata germanico
e della 2° Armata ungherese ed accerchiamento
del Corpo d'Armata alpino (9 17 gennaio);
- ripiegamento del Corpo d'Armata alpino (18 - 31
gennaio).
Questa volta i russi hanno studiato un piano d'attacco
per travolgere il Corpo d'Armata alpino con una nuova
manovra a tenaglia; il 14 gennaio, dopo aver ammassato
ingenti forze nei punti prescelti per la rottura,
iniziano l'attacco; vista la debolezza delle forze
contrapposte, specie sul fronte del XXIV Corpo d'Armata,
intervengono subito con masse corazzate e le difesa
non è in grado di ostacolare seriamente l’azione
nemica, che raggiunge rapidamente:
- branca sud: Shilino, il 14 gennaio (dove viene travolto
il Comando del XXIV Corpo d'Armata germanico); Rossosch.
Il 15 gennaio (dove viene sorpreso il Comando del
Corpo d'Armata alpino) e Rowenki, il 16-17 gennaio;
- branca nord; Ostrogosnsk. il 17 gennaio.
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Forze contrapposte all'inizio
del 2° periodo dell'offensiva russa sul
fronte dell'8° Armata
(situazione al 13 gennaio 1943) |
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In pratica, i sovietici sono dilagati alle spalle
del Corpo d'Armata alpino, di fronte al quale agiscono
soltanto dei reparti civetta (in tutto una Divisione
e una Brigata di fanteria)
Già il 15 gennaio il Comando Armata si era
reso conto della gravità della situazione e
premeva sul Comando Gruppo Armate affinchè
autorizzasse II ripiegamento: l'autorizzazione tarda
a venire poiché il Supremo Comando tedesco,
mantenendo in posizione avanzata il Corpo d'Armata
alpino, mira a proteggere in qualche modo i! deflusso
delle altre forze dell'Asse.
Solo il 17 gennaio, allorché il Corpo d'Armata
è ormai accerchiato da due giorni, viene autorizzato
il ripiegamento dal Don
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L'aggiramento del C.A. Alpino
- Situazione del C.A. alla sera del 17 Gennaio
1943 |
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Sganciatesi dal contatto frontale con il nemico, le
Divisioni alpine, costrette ad abbandonare le artiglierie
di medio calibro per mancanza di carburante, manovrano
dapprima su largo fronte e poi proseguono con movimenti
convergenti per darsi reciproco appoggio.
Il Corpo d'Armata alpino è infatti completamente
isolato; manca il collegamento sia con i! XXIV Corpo
d'Armata germanico a sud, sia con II VII Corpo d'Armata
ungherese a nord, entrambi travolti dai sovietici
La “Julia” e la “Cuneense”
sostengono subito durissime azioni di retroguardia
a Novo PostoiaJlowka; il 19 hanno inizio i primi combattimenti
della “Tridentina” a Skoroyo. Il 20 tutte
le unità attaccano a Postoyalvi le forze nemiche
che si oppongono al movimento e forzano lo sbarramento
con gravissime perdite
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Il ripiegamento del C.A.
Alpino - 18-31 gennaio 1943 |
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Il ripiegamento avviene in condizioni ambientali e
operative durissime: tormenta, freddo polare, a piedi
e con combattimenti violenti per sfondare I successivi
sbarramenti.
Le tappe, al tempo eroiche e drammatiche di questo
calvario appartengono alla storia e culminano con
la grande azione di sfondamento di Nicolaiewka del
26 gennaio, innumerevoli sono gli episodi di fulgido
valore militare.
Il 31 gennaio i resti del Corpo d'Armata alpino, dopo
aver percorso ben 350 chilometri incontrano a Shebekino
elementi mobili del nuovo schieramento tedesco e finalmente
possono essere ristorati.
Gli alpini hanno dovuto affrontare quattro nemici
mortali, iI freddo, il digiuno, iI partigiano e il
carro armato; le perdite sono state di conseguenza
gravissime: fra caduti, dispersi, feriti e congelati,
oltre 50.000 uomini, pari pressoché alla forza
iniziale del Corpo d'Armata alpino e alla metà
di tutte le perdite subite dall’8° Armata
nel periodo 11 dicembre 1942 – 20 marzo 1943
CONSIDERAZIONI SUI PRINCIPI DELL'ARTE DELLA GUERRA
Dopo questo breve excursus storico, passiamo ad esaminare
singolarmente i già nominati principi dell'arte
della guerra, incominciando da quello dell'offensiva.
L'8° Armata era ormai in difensiva da mesi. La
ripresa dell’offensiva era stata rinviata alla
primavera successiva e fra i Comandi e le truppe si
era determinato una specie di disarmo psicologico
(1): in un contesto così chiaramente difensivo,
il principio dell'offensiva va pertanto inteso come
iniziativa,
Anche in quest'ottica, il principio è stato
comunque completamente disatteso, infatti ci si era
adattati a subire passivamente il criterio della difesa
rigida sancito dal Comando Gruppo Armate, che aveva
disposto “la difesa del fiume non deve essere
realizzata in modo elastico, ma in modo rigido, occorre
impedire ai nemico nel modo più assoluto di
attraversare, anche temporaneamente, l'ostacolo acqueo,
gli attacchi nemici devono essere stroncati davanti
alta linea di difesa, che è rappresentata dalla
sponda da noi occupata; eccezioni a tale principio
possono essere autorizzate solo dal Comando Supremo”
(2), Veniva cosi escluso ogni ripiegamento tattico
sia ai fini della manovra, sia per ottenere un raccorciamento
del fronte e una conseguente maggiore disponibilità
di forze.
In caso di rottura e di superamento, i reparti dovevano
solo preoccuparsi di resistere ad oltranza sul posto,
in attesa del “contrattacco liberatore”
che, di fatto, non arriverà mai.
L'Armata era così condannata ad una assurda
difesa ad oltranza contro forze nettamente preponderanti.
Il margine di iniziativa era perciò nullo e
ciò era tenuto ben presente dall'avversario
allorché concepì le varie manovre a
tenaglia che provocarono i nostri successivi tracolli,
Per quel che riguarda il secondo principio, in difensiva
la “manovra” si realizza essenzialmente
con i contrattacchi che devono essere “istintivi
e immediati”(3). Per effettuare i contrattacchi
occorrono riserve mobili; nel caso in esame non solo
le riserve non erano mobili, ma mancavano del tutto!
La situazione era infatti la seguente;
- a livello Comando Divisione e Corpo d'Armata, non
vi erano riserve precostituite;
- a livello Armata mancavano anche qui le riserve
perché la “Vicenza”, la sola Grande
Unità inizialmente non schierata sul Don, in
realtà era indisponibile perché impegnata
nella difesa retrovie e non aveva artiglierie; la
“Celere” poi, l'unica Grande Unità
motorizzata e quindi la sola preziosa ai fini della
manovra, era stata impiegata staticamente sul Don;
- a livello Gruppo Armate: nessuna riserva era tempestivamente
disponibile perché la 385° Divisione germanica
era in lento afflusso a scaglioni (il primo reggimento
arriverà in zona il 12 dicembre; il terzo reggimento
arriverà il 19 dicembre, a battaglia conclusa)
e la 21 Divisione germanica, la sola disponibile a
partire dal 15 dicembre, disponeva, come già
detto, di soli 50 carri.
In sintesi, a tutti i livelli mancava la possibilità
di manovrare le forze, per cui i citati Comandi non
erano e non potevano essere considerati operativi.
Circa II principio delta “massa”, l'8°
Armata in realtà aveva poco da sbizzarrirsi.
Tenuto conto delle poche forze a disposizione in relazione
agli enormi settori da presidiare, non poteva che
schierarsi a cordone sul Don. L'unica massa che si
poteva ottenere era cioè una “non massa”.
Infatti la carenza di riserve vista a livello Grande
Unità, valeva anche ai più bassi livelli
del battaglione e del reggimento; tutte le poche forze
disponibili erano quindi progettate in avanti.
II dispositivo restava comunque estremamente rado;
il motivo è semplice; secondo la dottrina di
allora una Divisione binaria poteva presidiare un
settore di 13,5 km di ampiezza, cioè circa
la metà de! settore mediamente assegnato alle
Divisioni sul Don
Più che di densità, quindi, era opportuno
parlare di diradamento spinto all'inverosimile; condizioni
cioè che non solo non consentivano di realizzare
la massa, ma offrivano al nemico la “chance”
dì fare la “sua massa” con estrema
facilità, poiché dovunque attaccava
trovava solo un velo di forze.
(1) Si consideri, in proposito, I’asserto del
Clausewitz “generalmente nell'attacco ad una
sosta necessaria non succede più un secondo
slancio”.
(2) Direttiva del Comando Gruppo Armate “B”.
n 02/2012 del 14 luglio 1942
(3) “Direttive impiego GG UU.”, Ed, 1935.
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Ipotesi di contromanovra
tedesca |
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Né l'Armata poteva realizzare la massa con
il fuoco: le artiglierie disponibili, insufficienti
e obsolete, non potevano certo realizzare concentrazioni
di fuoco massicce e tempestive; analoga osservazione
vale per lo forze aeree tedesche, che attirate dalla
fornace di Stalingrado, erano rimaste praticamente
assenti per tutta la battaglia,
La carenza di forze non offriva certo obiettive garanzie
di rispettare il quarto principio: !a sicurezza.
I rapporti di forza erano decisamente a favore del
nemico, in termini di battaglioni il rapporto era
di 5 a 1; in termini di carri armati addirittura di
10 a 1
In difesa, specie in presenza di enormi spazi, si
cerca di garantirsi con un dispositivo profondo o
comunque prevedendo di reiterare l'azione in profondità,
utilizzando le posizioni più convenienti; sul
Don, come accennato, veniva seguito il criterio opposto
di proiettare tutto in avanti, senza minimamente pensare
a predisporre una seconda posizione difensiva (e di
tempo, ce ne era stato).
In campo logistico, il dispositivo deve essere arretrato,
scaglionato in profondità e pronto, se del
caso, a ripiegare ulteriormente per non essere coinvolto
dalle puntate avversarie.
Anche in questo campo, invece, ci si comportò
all'opposto ammassando tutto sul davanti, ciò
in base a precise disposizioni di Hitler, che le prime
linee dovevano disporre, in loco, di scorte di viveri
munizioni e materiali pari a due mesi dì autosufficienza.
Un ordine pazzesco, impartito al solo scopo di ancorare,
in tutti I modi possibili, le truppe al Don, che tra
l'altro, ormai colmato dai ghiacci, facilitava i movimenti
anziché rappresentare un ostacolo.
Hitler sembrava cioè pensare che se gli italiani
non avessero lottato per la sua causa, avrebbero lottato
per difendere i loro mezzi di sostentamento
L'8° Armata, ancorata ad una difesa rigida sul
Don, appiedata e priva di riserve, con poche artiglierie
e senza “ombrello aereo”, non era certo
nelle migliori condizioni per realizzare la sorpresa
(quinto principio).
Comunque anche in questo Campo qualcosa avrebbe potuto
essere fatto per disorientare l'avversario.
Ad esempio anziché insistere nella tattica
schematica e malaccorta del resistere ad oltranza,
che già aveva portalo al disastro di Stalingrado,
si sarebbe potuto attuare un improvviso arretramento
delle linee difensive per costringere l'avversario
a far cadere nel vuoto il suo attacco.
Altro modo di disorientare l'avversario avrebbe potuto
essere quello di accennare, o quanto meno simulare,
un attacco dove lui era più debole e cioè
nel settore della 270° Divisione sovietica che
fronteggiava pressoché da sola il Corpo d'Armata
alpino; in altre parole si trattava di sviluppare
un'azione lungo la direttrice Pawlowsk - Werch Mamon
per accerchiare tutte le forze sovietiche che si erano
addensate in corrispondenza del nostro II Corpo d'Armata
(cioè gli effettivi di un'Armata).
La contromanovra tedesca, anche solo abbozzata, avrebbe
presentato molti lati favorevoli, il più importante
sarebbe stato quello, come già detto, di partire
dal vuoto cioè dagli 80 chilometri presidiati
dalla sola Divisione che fronteggiava gli alpini;
inoltre, occorreva tener presente che il Don era ormai
gelato se non era più un ostacolo per i russi,
non lo era più nemmeno per i tedeschi. Certo
l'azione non poteva essere affidata a truppe alpine,
appiedate e quindi non idonee ad azioni rapide in
pianura, né all'Armata priva com'era di riserve,
ma a forze motocorazzate tedesche quali ad esempio
le Divisioni inutilmente sottratte al Gruppo Armate
e mandate a sacrificarsi a Stalingrado.
Il princìpio “dell'unitarietà
del comando” inteso come unica mente direttiva,
in teoria è l'unico ad essere stato rispettato,
ma in modo talmente esasperato che tutte le decisioni
erano demandate a Hitler. Il principio cosi inteso
ha il grosso difetto che al vertice della piramide
si ha la visione panoramica della situazione, ma viene
persa la sensazione delle concrete possibilità
dei reparti.
Soprattutto quando si è in carenza di forze,
come lo erano i tedeschi, è essenziale che
la situazione sia valutata in loco, perché
solo in loco possono essere adottati i migliori e
più convenienti correttivi. Questo è
il corretto esercizio del Comando, non quello che
intendeva Hitler e cioè gestire di persona
tutto il potere militare avocando a sé ogni
decisione in merito all'impegno delle riserve e ai
ripiegamenti.
Succede così che anche quando le decisioni
sono prese, vengono comunicate alle unità in
ritardo e sono ormai superate. I Comandanti ai vari
livelli sono una ostentazione di volontà combattiva
ed un desiderio di gareggiare con le vecchie truppe
del CSIR; ma dietro questa vernice brillante si nascondeva
un diffuso senso di sfiducia; esso era eco evidente
della inefficace propaganda attuata in Patria e della
penetrazione nociva della propaganda nemica che si
diffondeva sempre più in profondità,
appoggiandosi ai recenti successi inglesi In Africa
(4).
Di certo, in profondità, le condizioni del
morale non erano affatto buone Le motivazioni erano
molteplici: l'inverno e il freddo erano alleati dei
russi e ostili agli italiani, popolo mediterraneo
per eccellenza; la guerra che si combatteva non era
sentita, era la guerra di Hitler; la famiglia e la
casa erano lontane migliaia di chilometri.
Le condizioni del morale peggiorarono ovviamente con
l'avanzare dell'inverno e con esso del freddo che
non consentiva nemmeno di scavare trincee e ricoveri
efficaci,
Un altro elemento che ha avuto dannose ripercussioni
sul morale è stato il problema degli avvicendamenti.
Ai primi di novembre si era appreso che i militari
che da un anno erano in Russia dovevano rientrare
in Italia sostituiti dai complementi. Gli avvicendamenti,
in certi casi, annullarono la capacità operativa
di interi reparti, composti tutti di veterani, sostituiti
in blocco da eterogenei complementi; le operazioni
andarono poi molto a rilento e la battaglia sorprese
gran parte dei veterani ancora nei ranghi delle unità
combattenti; le sostituzioni infine dovevano avvenire
in prima linea, cioè in ambiente quanto mai
delicato e difficile,
in quanto la scarsa densità di truppe non consentiva
alcun ripiegamento di unità
Tutti questi fattori ebbero negative ripercussioni
sul morale dei reparti; ne seguì il preoccupante
fenomeno, segnalato dovunque, della larga percentuale
di militari di ogni ordine e grado che recatisi in
licenza in Italia non fecero ritorno ai Corpi.
CONCLUSIONI
A questo punto, riferendosi ai cinque principi classici
e cioè “offensiva (iniziativa)”,
“manovra”, massa, “sicurezza”
e “sorpresa”, possiamo dire, senza alcun
dubbio. che sono stati tutti violati.
Le motivazioni principali sono da ricercarsi:
- negli errori commessi da Hitler nel campo della
grande strategia, con la dispersione delle forze nei
numerosi Paesi occupati, la scelta di obiettivi divergenti
e l'ostinazione con cui ha perseguito l'offensiva
anche quando i rapporti di forze, materiali e morali,
non erano dei più favorevoli (battaglie di
Mosca e Stalingrado);
- nella conseguente assoluta inadeguatezza, per quantità
e qualità, delle forze disponibili sul fronte
orientale;
- nell'assunzione di un dispositivo tattico e logistico
troppo proiettato in avanti;
- nell'immobilismo e nello schematismo dei Comandi
ai vari livelli, ormai privi di qualsiasi fantasia
operativa
Considerando poi, sempre panoramicamente, gli altri
tre principi non si può non rilevare come anch'essi
siano stati profondamente disattesi in quanto
- l'unitarietà del comando, indubbiamente difficile
da mantenere nell'ambito di Grandi Unità miste,
è stata inficiata dalle eccessive ingerenze
tedesche a livello strategico e tattico;
- in ambito Gruppo Armate non è stata nemmeno
realizzata l'economia delle forze (due Divisioni)
ottenibile con un modesto arretramento dell'ala destra
dell’Armata;
- le condizioni del morale, già precarie per
l'avanzare dell'inverno e per le notizie sui tracolli
dell’Asse, sono state aggravate dal modo in
cui è stato “gestito” il problema
degli avvicendamenti.
In sintesi, nella seconda battaglia difensiva del
Don, nessun principio dell'arte della guerra è
stato rispettato e il risultato, sotto il profilo
militare, è stato un vero disastro Questo tracollo,
che purtroppo è costato la vita a 85.000 italiani,
non è altro che una conferma, seppure triste
e per certi aspetti ovvia, della eterna validità
di tali regole.
In altre parole, un capo può arrischiarsi a
violare qualcuno dei principi o a dare la preminenza
ad uno piuttosto che ad un altro (ad esempio all'offensiva
o alla massa a scapito della sicurezza), ma non può
permettersi di disattenderli contemporaneamente tutti
senza arrivare al rapido e irreversibile collasso
dello strumento.
Per concludere: se vogliamo, come mi pare giusto,
far scendere i famosi principi dai piedistallo su
cui li ha collocati la storia militare, essi conservano
in ogni caso il diritto al nostro rispetto. Limitiamoci
pure a considerarli un semplice frutto del buon senso,
anzichè regole immutabili che insegnano al
soldato in modo inequivocabile ciò che devo
fare! Essi restano comunque dei principi vantaggiosi
che nessun capo può trascurare senza pagarne
le conseguenze.
Mi sia consentito a questo punto, anche se altro è
stato lo scopo principale delle presenti note, (fare
qualche considerazione sul comportamento militare
delle unità dell'8° Armata.
Anzitutto da quelle drammatiche vicende emerge chiaramente
che gli italiani non hanno bisogno di cercare attenuanti
alla loro sconfitta; sconfitta le cui cause profonde
hanno sempre trasceso, come si è visto, le
possibilità delle nostre truppe e le capacità
dei nostri Comandanti; si trattava di eventi decisamente
più grandi di loro e le colpa del tracollo
va solo attribuita alla imprudente condotta della
guerra e delle operazioni militari da parte di Hitler
e Mussolini.
Oggi che ricorre quarantennale di quelle vicende,
ho ritenuto comunque doveroso ritornare ancora una
volta sull'argomento perché il comportamento
militare delle nostre unità è stato
spesso ignorato e criticato; ignorato per una sorta
di puerile partigianeria dagli avversari, che nella
seconda battaglia del Don hanno subito durissime perdite;
criticato ad arte dai tedeschi che volevano trovare,
anche per motivi di propaganda interna, un capro espiatorio
ai duri rovesci subiti dalla Wehrmacht alla fine del
1942, Nulla di più falso e disonesto!
L'8° Armata ha ceduto dopo che le Armate tedesche
aveva no subito il sanguinoso scacco di Stalingrado
e il fronte della 3° Armata rumena, schierata
alla nostra destra, era stato infranto e travolto.
Di fatto, alla destra dell'Armata italiana tutte le
unità tedesche e rumene erano state sbaragliate
dalle forze sovietiche dieci volte preponderanti;
e sulla sinistra, mentre il Corpo d'Armata alpino
ancora resisteva, un'armata ungherese e una tedesca
avevano fatto la stessa fine.
Valutando nei dettagli quelle vicende, emerge poi
che tutte le nostre Grandi Unità si sono fatte
onore.
Per ben 6 giorni, dall’11 al 16 dicembre, il
II e XXXV Corpo d'Armata (Divisioni “Cosseria“,
“Ravenna” e “Pasubio”) hanno
sostenuto, senza cessioni rilevanti, l'urto poderoso
e soverchiante dei russi, le tre Divisioni del XXIX
Corpo d'Armata (la Infaticabile”Celere”,
la “Torino” e la “Sforzesca”)
sono state sacrificate, pressoché integre,
dall'alleato germanico sulla linea del Don; hanno
poi ripiegato compatte combattendo e scrivendo pagine
di gloria, come la strenua resistenza del presidio
dì Tschertkowo.
Più a nord in mezzo alla steppa, la “Julia”
ha tenuto saldamente le sue nuove posizioni per un
mese intero, in difficilissime condizioni ambientali
e operative per alleggerire la pressione sul fronte
del II Corpo d'Armata e del Corpo d'Armata alpino.
Tocca ora al Corpo d'Armata alpino essere sacrificato
dai tedeschi, ripetendo dopo poche settimane la sorte
cui era stato votato il XXIX Corpo d'Armata. Sul Don,
soli a contrastare il passo all'avversario, sono restati
gli alpini e i fanti della “Vicenza” la
quale, ancorché arrivata per ultima, in fretta
e furia e senza artiglierie, è riuscita a tenere
la linea per oltre un mese; la epica ritirata della
“Tridentina”, della “Cuneense”
e della “Julia” e le durissime battaglie
di sfondamento sono vicende di storia gloriosa oramai
a tutti note.
In sintesi, in una visione storica, sia pur sobria,
ma obiettiva e completa, non si può non arrivare
alla conclusione che nella seconda battaglia del Don
tutte le unità italiane si sono comportate
con onore ed hanno informato la loro azione al più
bei principi dell'etica e del valore militare; è
quindi indubbio che le unità dell'8° Armata
- nessuna esclusa - hanno rappresentato e rappresentano
tuttora un bellissimo esempio per tutti gli italiani
e per i giovani alle armi.
Pietro Bonabello
(4) Mario Carloni: “La campagna di Russia”.
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Il Colonnello f. (cr.) a.SM Pietro
Bonabello ha frequentato l'Accademia Militare,
la Scuola di Applicazione, la Scuola di Guerra
ed è laureato in scienze politiche. Ha
comandato raparti carri nell'ambito delle Divisioni
“Centauro”, “Legnano”,
“Folgore”, “Mantova”,
“ Ariete”, il 13° battaglioni
Carri ed stato Vice-Comandante dalla Brigata carazzata
“Mameli“ Ha assolto funzioni di Stato
Maggiore presso i Comandi dei 3° Corpo d'Armata
e della Divisione “Ariete”. Attualmente
ricopre l'incarico di Sotto capo di Stato Maggiore
del Comando 5° Corpo d’Armata. |
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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mondiale“, Firenze, 1964
- Gigli: “La seconda guerra mondiale”,
Bari, 1964
- SME - Ufficio Storico: “L'8° Armata italiana
nella seconda battaglia difensiva del Don”,
Roma, 1946
- Valori: “La campagna di Russia (CSIR - ARMIR
1941-1943)”, Roma, 1950
- SME - Ufficio Storico: “Le operazioni delle
unita italiane al fronte russo”, Roma, 1977
- SME - Ufficio Storico: “I servizi logistici
delle unità italiane al fronte russo, 1941-1943”,
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- Carloni: “La campagna di Russia”, Milano,
1956
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- Odasso: “Col Corpo alpino italiano in Russia”,
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- Franzini: “In Russia”, Venezia, 1962
- Giuffrida: “L’ARMIR il generale, la
ritirata”, Roma, 1953
- Pugliaro: “I lancieri di Novara”, Milano,
1978
- Raserò: “Alpini della Julia”,
Milano, 1977
I disegni che illustrano l'articolo sono stati eseguiti
dal pittore Giacomo Raimondi. Il Grand’Ufficiale
Franco Siccardi ha provveduto a raccoglierli, unitamente
ad altri, nel pregevole volume “La luna marcia
all'Ovest” pubblicato dalla AGA
Arti Grafiche Associate di Cuneo, che ringraziamo
per averci autorizzato a pubblicarli