CIRCOLO CULTURALE "INSIEME"

"CAMPER E CULTURA…INSIEME"


UN RADUNO TRA VIAGGIO, TURISMO, CULTURA, STORIA E RICORDI
"DAL DON AL MAR NERO"

"L'8° ARMATA ITALIANA NELLA 2° BATTAGLIA DIFENSIVA DEL DON"
di Pietro Bonabello
documenti estratti da Pino Danese

Moltissimo è stato scritto sulle vicende dell'8° armata italiana nella seconda battaglia difensiva del Don. Sia con relazioni ufficiali degli stati maggiori, sia con memoriali di reduci: pertanto è già stata fornita una più che esauriente visione dell'insieme e dei dettagli. Con il presente articolo l'autore si propone non di analizzare gli avvenimenti per stabilire una verità storica, bensì di riesaminarli alla luce de! principi dell'arte della guerra, per verificare se la validità di tali massime viene confermata, o meno, dalle vicende in questione.
Se tutti sono d'accordo nel riconoscere, almeno in linea teorica, la validità dei predetti principi, non si è ancora raggiunta piena identità dì vedute allorchè si tratta di definirne numero e gerarchia dei valori; tant'è vero che tutti i teorici della guerra hanno redatto una loro lista dei principi dopo un riepilogo degli eventi, l'autore prende in considerazione i cinque principi su cui tutti sono d'accordo.
Offensiva, manovra, massa, sicurezza e sorpresa, più gli altri tre riconosciuti dalla maggioranza degli studiosi, unitarietà del comando, economia delle forze e morale.
Per vedere in che modo, e fino a che punto, siano stati applicati o disattesi, la seconda battaglia difensiva del Don, sostenuta dall'8° Armata italiana nel periodo 11 dicembre 1942-31 gennaio 1943, si articola in due fasi:
- prima fase: 11 dicembre 1942 - 8 gennaio 1943, la cosiddetta battaglia del solstizio con la quale i sovietici rompono il centro dell'armata (il corpo d'armata) è ne accerchiano l'ala destra (XXXV e XXIX corpo d'armata);
- seconda fase: 9-31 gennaio 1943, con la quale i sovietici rompono il nuovo fronte dell'8° Armata faticosamente ricostruito con il XXIV corpo d'armata tedesco - e ne accerchiano l'ala sinistra (corpo d'Armata alpino}.
Tali operazioni non vanno comunque considerate a se stanti, bensì nel contesto operativo assai più ampio nel quale i sovietici, tra il novembre 1942 e il febbraio 1943, rompono il fronte dell'asse e travolgono in tempi successivi ben 6 armate alleate schierate da sud-est a nord-ovest nel seguente ordine: 4° e 6° armate germaniche, 3° armata rumena, 8° armata italiana, 2° armata ungherese e 2° armata germanica

I PRECEDENTI DELLA BATTAGLIA


Situazione sul fronte Russo Meridionale prima e dopo l'offensiva dell'inverno 1942-43
Dislocazione a cordone dell'8° Armata lungo il corso del Don all'inizio della battaglia
(sera del 10 dicembre 1942).


Ai primi di dicembre del 1942 l’8° Armata è schierata a cordone sul Don con il seguente dispositivo, da nord a sud:
- Corpo d'Armata alpino (Divisioni “Tridentina”, “Julia”, ”Cuneense”);
- Il Corpo d'Armata (Divisioni “Cosseria” e “Ravenna”); .
- XXXV Corpo d'Armata (298° Divisione tedesca e Divisione “Pasubio”);
- XXXV Corpo d'Armata, sotto comando tedesco (Divisioni “Torino”, “Celere” e “Sforzesca“).
In riserva di Armata è schierata la Divisione “Vicenza”, di fatto indisponibile perché impiegata in funzione anti-guerriglia; trattasi peraltro di Grande Unità raccogliticcia e difficilmente impiegabile in compiti operativi perché priva di artiglieria
In riserva del Gruppo Armate “B” (da cui dipende I'8° Armata) ci sono la 385° Divisione dì fanteria germanica, in afflusso a scaglioni e pertanto disponibile solo per un reggimento, e la 27° Divisione germanica con una cinquantina di carri in tutto.
Le Divisioni italiane sono binarie, dispongono cioè di solo due reggimenti e di conseguenza non sono strutturalmente idonee a bloccare irruzioni in profondità, sono scarsamente manovriere perché hanno pochi mezzi di trasporto: sono poco potenti perché hanno armi antiquate e insufficienti, in sintesi, si tratta di Grandi Unità soggette a rapido logorio e incapaci, in difensiva, di resistere a lungo ad un attacco sistematico.
Le Divisioni alpine, ancorché anch'esse binarie, sono decisamente migliori come elemento umano, amalgama e addestramento; dispongono però prevalentemente di armi a tiro curvo che male si adattano ad un terreno piatto come la steppa, dove sono invece richieste armi a tiro teso, le sole idonee ad affrontare le armate nemiche.
L'assunzione dello schieramento è stata un'operazione lunga e sofferta
La prima Divisione ad arrivare sul Don è la “Celere” (luglio 1942), l'ultima è la “Vicenza” (novembre 1942).
Per colmare i vuoti lasciati dalle Grandi Unità germaniche assorbite dalla battaglia di Stalingrado, le Divisioni italiane subiscono poi continue ridislocazioni o, quanto meno, rimaneggiamenti dei settori; in particolare, delle Divisioni di fanteria, solo la “Cosseria” non è interessata a spostamenti e pertanto potrà affrontare il nemico sullo stesso terreno assegnatele all'atto dell'arrivo sul Don.
Le vicende più tormentate sono comunque quelle della “Celere” che:
- dal 29 luglio al 14 agosto, alle temporanee dipendenze della 6° Armata germanica, elimina con duri combattimenti la munita testa di ponte avversaria di Serafimowich;
- dal 22 agosto ai primi di settembre, in occasione della prima battaglia difensiva del Don, interviene a favore delta “Sforzesca” e, a prezzo di sensibili perdite, concorre a respingere la penetrazione nemica (combattimenti di Jagodnyi);
- in settembre e in ottobre, rimare a presidiare un settore della linea del Don, in attesa di essere sostituita da unità della 3° Armata rumena (che si deve insediare alla destra dell'8° Armata ) ;
- ai primi di novembre, si riordina, quale riserva di Armata. nella valle di Bogutschar;
- il 20 novembre infine, viene nuovamente richiamata sul Don per presidiare il settore lasciato libero dalla 62° Divisione germanica trasferita improvvisamente a sud.

All'inizio di dicembre l'8° Armata è finalmente sistemata a difesa di un settore ampio circa 230- 230 km, mediamente 25 km per Divisione, con punte di 35-40 km.

LA BATTAGLIA



Direzioni di attacco del nemico



Prima fase:
11 dicembre 1942 - 8 gennaio 1943

Gli avvenimenti di questo periodo, noti anche come la battaglia del solstizio, possono così riassumersi:
- azione dì logoramento sul fronte del II Corpo d'Armata e della Divisione “Pasubio” (11-15 dicembre);
-rottura del fronte del II Corpo d'Armata ed accerchiamento dell’ala destra dell’8° Armata (16-20 dicembre);
- ripiegamento del XXXV e XXIV Corpo d'Armata e ricostituzione dì una linea di difesa arretrata da parte dell’8° Armata (21 dicembre - 8 gennaio).
All'alba dell'11 dicembre, i sovietici, appoggiati da un intenso fuoco di artiglieria e mortai, attaccano in forze i fronti delle Divisioni “Cosseria”, “Ravenna” e “Pasubio”.
Dopo 5 giorni di aspri combattimenti, le posizioni della difesa risultano pressochè intatte; le unità più duramente impegnate hanno combattuto resistendo sul posto, anche se superate dalle preponderanti forze avversarie. Ingenti le perdite da entrambe le parti; le nostre però sono gravissime in quanto non ripianabili; tutto è stato buttato nella mischia, persino i reparti guastatori e i chimici dell'Armata.
In conseguenza delle perdite subite dalla “Cosseria”, il Comando Gruppo Armate dispone che la Divisione venga sostituita in linea dalla 385° Divisione germanica; in realtà, dato lo stretto contatto con l'avversario, non ci sarà sostituzione ma solo l'inserimento delle unità tedesche fra quelle italiane.
All'alba del 16 dicembre inizia la battaglia di rottura che si sviluppa con un attacco principale Sul fronte del II Corpo d'Armata, da dove parte una branca della tenaglia che, in coordinazione con un'altra branca partente dal settore della 3°Armata rumena tende ad accerchiare II XXXV e il XXIX Corpo d'Armata, e con attacchi sussidiari sui fronti delle Divisioni “Pasubio”, “Torino” e “Celere”.
Nei settori delle Divisioni “Cosseria” e “Ravenna” la difesa, pur condotta con decisione e valore, è ormai ai limiti della resistenza; nel pomeriggio del 16 e nella mattinata del 17, il sistema difensivo salta definitivamente e si apre una paurosa falla nello schieramento.


La breccia aperta sul fronte del II C.A. - Situazione alla data del 18 dicembre 1942


Il Comando Gruppo Armate, nel disperato tentativo di limitare la breccia, butta nella lotta la “Julia” a nord (sostituita in linea dalla “Vicenza”) e la 27° Divisione carri a sud; ma il nemico ormai dilaga alle spalle dello schieramento; II 18 dicembre punte corazzate raggiungono Taly; il 19 Kantemirowka e Tschertkowo, dove il nostro presidio, alimentato da altre truppe in ripiegamento (essenzialmente della “Torino”), infrangerà con una epica resistenza gli attacchi del nemico per ben 25 giorni, il 20 i russi raggiungono Djogtewo dove, riunendosi con unità corazzate provenienti dal settore della 3° Armata rumena chiudono il cerchio a tergo del XXXV e XXIX Corpo d'Armata.
In precedenza, nei giorni 17, 18 e 19 dicembre il nemico aveva anche attaccato, conseguendo solo modesti risultati tattici, i settori delle Divisioni “Pasubio”», “Torino”,” Celere” e “Sforzesca”. Si tratta comunque di una vana resistenza perché le Divisioni sono ormai accerchiate.
Il Comando Gruppo Armate acconsente allora al ripiegamento che ha inizio, per le varie Divisioni, nel giorni 19 e 20 dicembre. L'ultima a lasciare la linea del Don è la “Torino”. La “Sforzesca” addirittura già in ripiegamento, il 21 dicembre riceve il contrordine di ritornare in avanti sulla linea dello Tschir; raggiunta tale linea, la Divisione si accorge di essere isolata, subisce l'attacco dì consistenti formazioni avversarie ed è costretta a ripiegare definitivamente
Ha così inizio ti ripiegamento delle Grandi Unità, dapprima su largo fronte e contrastando il nemico: successivamente, in colonna, su uno o più itinerari, tallonate dalle unità corazzate nemiche. Alcune Divisioni (“Torino” e “Sforzesca”) riescono ad effettuare il ripiegamento compatte; altre, per effetto dei combattimenti, si scindono In spezzoni di varia consistenza che tendono a riunirsi, nella comune ricerca della via di minore resistenza, in blocchi sempre più ampi.
Si formano tre blocchi principali:
- nord, costituito da aliquote della Divisione “Cosseria” e servizi del II Corpo d'Armata;
- centrale, costituito da aliquote delle Divisioni “Ravenna” e “Pasubio” e dalle Divisioni 298° germanica e “Torino”;
- sud, costituito da aliquote delle Divisioni “Pasubio”, “Celere” e dalla Divisione “Sforzesca”.
I ripiegamenti terminano il 1° gennaio, con il blocco sud. Il periodo fino all'8 gennaio è caratterizzato da una relativa stasi nelle operazioni, anche se si svolgono combattimenti da ambo le parti
L'8° Armata riesce infine a ristabilire una linea di difesa più o meno continua; il II Corpo d'Armata è stato sostituito dal XXIV Corpo d'Armata germanico, lo schieramento è molto debole sulla destra (19° Divisione carri) e l'Armata non ha alcuna riserva.

Seconda fase:
9-31 gennaio 1943



Visione grafica riassuntiva delle Unità del XXIX e XXXV C.A.


Gli avvenimenti possono cosi riassumersi:
- preparazione del nuovo attacco, rottura del fronte in corrispondenza dei XXIV Corpo d'Armata germanico e della 2° Armata ungherese ed accerchiamento del Corpo d'Armata alpino (9 17 gennaio);
- ripiegamento del Corpo d'Armata alpino (18 - 31 gennaio).
Questa volta i russi hanno studiato un piano d'attacco per travolgere il Corpo d'Armata alpino con una nuova manovra a tenaglia; il 14 gennaio, dopo aver ammassato ingenti forze nei punti prescelti per la rottura, iniziano l'attacco; vista la debolezza delle forze contrapposte, specie sul fronte del XXIV Corpo d'Armata, intervengono subito con masse corazzate e le difesa non è in grado di ostacolare seriamente l’azione nemica, che raggiunge rapidamente:
- branca sud: Shilino, il 14 gennaio (dove viene travolto il Comando del XXIV Corpo d'Armata germanico); Rossosch. Il 15 gennaio (dove viene sorpreso il Comando del Corpo d'Armata alpino) e Rowenki, il 16-17 gennaio;
- branca nord; Ostrogosnsk. il 17 gennaio.


Forze contrapposte all'inizio del 2° periodo dell'offensiva russa sul fronte dell'8° Armata
(situazione al 13 gennaio 1943)


In pratica, i sovietici sono dilagati alle spalle del Corpo d'Armata alpino, di fronte al quale agiscono soltanto dei reparti civetta (in tutto una Divisione e una Brigata di fanteria)
Già il 15 gennaio il Comando Armata si era reso conto della gravità della situazione e premeva sul Comando Gruppo Armate affinchè autorizzasse II ripiegamento: l'autorizzazione tarda a venire poiché il Supremo Comando tedesco, mantenendo in posizione avanzata il Corpo d'Armata alpino, mira a proteggere in qualche modo i! deflusso delle altre forze dell'Asse.
Solo il 17 gennaio, allorché il Corpo d'Armata è ormai accerchiato da due giorni, viene autorizzato il ripiegamento dal Don


L'aggiramento del C.A. Alpino - Situazione del C.A. alla sera del 17 Gennaio 1943


Sganciatesi dal contatto frontale con il nemico, le Divisioni alpine, costrette ad abbandonare le artiglierie di medio calibro per mancanza di carburante, manovrano dapprima su largo fronte e poi proseguono con movimenti convergenti per darsi reciproco appoggio.
Il Corpo d'Armata alpino è infatti completamente isolato; manca il collegamento sia con i! XXIV Corpo d'Armata germanico a sud, sia con II VII Corpo d'Armata ungherese a nord, entrambi travolti dai sovietici
La “Julia” e la “Cuneense” sostengono subito durissime azioni di retroguardia a Novo PostoiaJlowka; il 19 hanno inizio i primi combattimenti della “Tridentina” a Skoroyo. Il 20 tutte le unità attaccano a Postoyalvi le forze nemiche che si oppongono al movimento e forzano lo sbarramento con gravissime perdite


Il ripiegamento del C.A. Alpino - 18-31 gennaio 1943


Il ripiegamento avviene in condizioni ambientali e operative durissime: tormenta, freddo polare, a piedi e con combattimenti violenti per sfondare I successivi sbarramenti.
Le tappe, al tempo eroiche e drammatiche di questo calvario appartengono alla storia e culminano con la grande azione di sfondamento di Nicolaiewka del 26 gennaio, innumerevoli sono gli episodi di fulgido valore militare.
Il 31 gennaio i resti del Corpo d'Armata alpino, dopo aver percorso ben 350 chilometri incontrano a Shebekino elementi mobili del nuovo schieramento tedesco e finalmente possono essere ristorati.
Gli alpini hanno dovuto affrontare quattro nemici mortali, iI freddo, il digiuno, iI partigiano e il carro armato; le perdite sono state di conseguenza gravissime: fra caduti, dispersi, feriti e congelati, oltre 50.000 uomini, pari pressoché alla forza iniziale del Corpo d'Armata alpino e alla metà di tutte le perdite subite dall’8° Armata nel periodo 11 dicembre 1942 – 20 marzo 1943

CONSIDERAZIONI SUI PRINCIPI DELL'ARTE DELLA GUERRA

Dopo questo breve excursus storico, passiamo ad esaminare singolarmente i già nominati principi dell'arte della guerra, incominciando da quello dell'offensiva.
L'8° Armata era ormai in difensiva da mesi. La ripresa dell’offensiva era stata rinviata alla primavera successiva e fra i Comandi e le truppe si era determinato una specie di disarmo psicologico (1): in un contesto così chiaramente difensivo, il principio dell'offensiva va pertanto inteso come iniziativa,
Anche in quest'ottica, il principio è stato comunque completamente disatteso, infatti ci si era adattati a subire passivamente il criterio della difesa rigida sancito dal Comando Gruppo Armate, che aveva disposto “la difesa del fiume non deve essere realizzata in modo elastico, ma in modo rigido, occorre impedire ai nemico nel modo più assoluto di attraversare, anche temporaneamente, l'ostacolo acqueo, gli attacchi nemici devono essere stroncati davanti alta linea di difesa, che è rappresentata dalla sponda da noi occupata; eccezioni a tale principio possono essere autorizzate solo dal Comando Supremo” (2), Veniva cosi escluso ogni ripiegamento tattico sia ai fini della manovra, sia per ottenere un raccorciamento del fronte e una conseguente maggiore disponibilità di forze.
In caso di rottura e di superamento, i reparti dovevano solo preoccuparsi di resistere ad oltranza sul posto, in attesa del “contrattacco liberatore” che, di fatto, non arriverà mai.
L'Armata era così condannata ad una assurda difesa ad oltranza contro forze nettamente preponderanti. Il margine di iniziativa era perciò nullo e ciò era tenuto ben presente dall'avversario allorché concepì le varie manovre a tenaglia che provocarono i nostri successivi tracolli,
Per quel che riguarda il secondo principio, in difensiva la “manovra” si realizza essenzialmente con i contrattacchi che devono essere “istintivi e immediati”(3). Per effettuare i contrattacchi occorrono riserve mobili; nel caso in esame non solo le riserve non erano mobili, ma mancavano del tutto!
La situazione era infatti la seguente;
- a livello Comando Divisione e Corpo d'Armata, non vi erano riserve precostituite;
- a livello Armata mancavano anche qui le riserve perché la “Vicenza”, la sola Grande Unità inizialmente non schierata sul Don, in realtà era indisponibile perché impegnata nella difesa retrovie e non aveva artiglierie; la “Celere” poi, l'unica Grande Unità motorizzata e quindi la sola preziosa ai fini della manovra, era stata impiegata staticamente sul Don;
- a livello Gruppo Armate: nessuna riserva era tempestivamente disponibile perché la 385° Divisione germanica era in lento afflusso a scaglioni (il primo reggimento arriverà in zona il 12 dicembre; il terzo reggimento arriverà il 19 dicembre, a battaglia conclusa) e la 21 Divisione germanica, la sola disponibile a partire dal 15 dicembre, disponeva, come già detto, di soli 50 carri.
In sintesi, a tutti i livelli mancava la possibilità di manovrare le forze, per cui i citati Comandi non erano e non potevano essere considerati operativi.
Circa II principio delta “massa”, l'8° Armata in realtà aveva poco da sbizzarrirsi. Tenuto conto delle poche forze a disposizione in relazione agli enormi settori da presidiare, non poteva che schierarsi a cordone sul Don. L'unica massa che si poteva ottenere era cioè una “non massa”.
Infatti la carenza di riserve vista a livello Grande Unità, valeva anche ai più bassi livelli del battaglione e del reggimento; tutte le poche forze disponibili erano quindi progettate in avanti.
II dispositivo restava comunque estremamente rado; il motivo è semplice; secondo la dottrina di allora una Divisione binaria poteva presidiare un settore di 13,5 km di ampiezza, cioè circa la metà de! settore mediamente assegnato alle Divisioni sul Don
Più che di densità, quindi, era opportuno parlare di diradamento spinto all'inverosimile; condizioni cioè che non solo non consentivano di realizzare la massa, ma offrivano al nemico la “chance” dì fare la “sua massa” con estrema facilità, poiché dovunque attaccava trovava solo un velo di forze.
(1) Si consideri, in proposito, I’asserto del Clausewitz “generalmente nell'attacco ad una sosta necessaria non succede più un secondo slancio”.
(2) Direttiva del Comando Gruppo Armate “B”. n 02/2012 del 14 luglio 1942
(3) “Direttive impiego GG UU.”, Ed, 1935.


Ipotesi di contromanovra tedesca


Né l'Armata poteva realizzare la massa con il fuoco: le artiglierie disponibili, insufficienti e obsolete, non potevano certo realizzare concentrazioni di fuoco massicce e tempestive; analoga osservazione vale per lo forze aeree tedesche, che attirate dalla fornace di Stalingrado, erano rimaste praticamente assenti per tutta la battaglia,
La carenza di forze non offriva certo obiettive garanzie di rispettare il quarto principio: !a sicurezza.
I rapporti di forza erano decisamente a favore del nemico, in termini di battaglioni il rapporto era di 5 a 1; in termini di carri armati addirittura di 10 a 1
In difesa, specie in presenza di enormi spazi, si cerca di garantirsi con un dispositivo profondo o comunque prevedendo di reiterare l'azione in profondità, utilizzando le posizioni più convenienti; sul Don, come accennato, veniva seguito il criterio opposto di proiettare tutto in avanti, senza minimamente pensare a predisporre una seconda posizione difensiva (e di tempo, ce ne era stato).
In campo logistico, il dispositivo deve essere arretrato, scaglionato in profondità e pronto, se del caso, a ripiegare ulteriormente per non essere coinvolto dalle puntate avversarie.
Anche in questo campo, invece, ci si comportò all'opposto ammassando tutto sul davanti, ciò in base a precise disposizioni di Hitler, che le prime linee dovevano disporre, in loco, di scorte di viveri munizioni e materiali pari a due mesi dì autosufficienza. Un ordine pazzesco, impartito al solo scopo di ancorare, in tutti I modi possibili, le truppe al Don, che tra l'altro, ormai colmato dai ghiacci, facilitava i movimenti anziché rappresentare un ostacolo.
Hitler sembrava cioè pensare che se gli italiani non avessero lottato per la sua causa, avrebbero lottato per difendere i loro mezzi di sostentamento
L'8° Armata, ancorata ad una difesa rigida sul Don, appiedata e priva di riserve, con poche artiglierie e senza “ombrello aereo”, non era certo nelle migliori condizioni per realizzare la sorpresa (quinto principio).
Comunque anche in questo Campo qualcosa avrebbe potuto essere fatto per disorientare l'avversario.
Ad esempio anziché insistere nella tattica schematica e malaccorta del resistere ad oltranza, che già aveva portalo al disastro di Stalingrado, si sarebbe potuto attuare un improvviso arretramento delle linee difensive per costringere l'avversario a far cadere nel vuoto il suo attacco.
Altro modo di disorientare l'avversario avrebbe potuto essere quello di accennare, o quanto meno simulare, un attacco dove lui era più debole e cioè nel settore della 270° Divisione sovietica che fronteggiava pressoché da sola il Corpo d'Armata alpino; in altre parole si trattava di sviluppare un'azione lungo la direttrice Pawlowsk - Werch Mamon per accerchiare tutte le forze sovietiche che si erano addensate in corrispondenza del nostro II Corpo d'Armata (cioè gli effettivi di un'Armata).
La contromanovra tedesca, anche solo abbozzata, avrebbe presentato molti lati favorevoli, il più importante sarebbe stato quello, come già detto, di partire dal vuoto cioè dagli 80 chilometri presidiati dalla sola Divisione che fronteggiava gli alpini; inoltre, occorreva tener presente che il Don era ormai gelato se non era più un ostacolo per i russi, non lo era più nemmeno per i tedeschi. Certo l'azione non poteva essere affidata a truppe alpine, appiedate e quindi non idonee ad azioni rapide in pianura, né all'Armata priva com'era di riserve, ma a forze motocorazzate tedesche quali ad esempio le Divisioni inutilmente sottratte al Gruppo Armate e mandate a sacrificarsi a Stalingrado.
Il princìpio “dell'unitarietà del comando” inteso come unica mente direttiva, in teoria è l'unico ad essere stato rispettato, ma in modo talmente esasperato che tutte le decisioni erano demandate a Hitler. Il principio cosi inteso ha il grosso difetto che al vertice della piramide si ha la visione panoramica della situazione, ma viene persa la sensazione delle concrete possibilità dei reparti.
Soprattutto quando si è in carenza di forze, come lo erano i tedeschi, è essenziale che la situazione sia valutata in loco, perché solo in loco possono essere adottati i migliori e più convenienti correttivi. Questo è il corretto esercizio del Comando, non quello che intendeva Hitler e cioè gestire di persona tutto il potere militare avocando a sé ogni decisione in merito all'impegno delle riserve e ai ripiegamenti.
Succede così che anche quando le decisioni sono prese, vengono comunicate alle unità in ritardo e sono ormai superate. I Comandanti ai vari livelli sono una ostentazione di volontà combattiva ed un desiderio di gareggiare con le vecchie truppe del CSIR; ma dietro questa vernice brillante si nascondeva un diffuso senso di sfiducia; esso era eco evidente della inefficace propaganda attuata in Patria e della penetrazione nociva della propaganda nemica che si diffondeva sempre più in profondità, appoggiandosi ai recenti successi inglesi In Africa (4).
Di certo, in profondità, le condizioni del morale non erano affatto buone Le motivazioni erano molteplici: l'inverno e il freddo erano alleati dei russi e ostili agli italiani, popolo mediterraneo per eccellenza; la guerra che si combatteva non era sentita, era la guerra di Hitler; la famiglia e la casa erano lontane migliaia di chilometri.




Le condizioni del morale peggiorarono ovviamente con l'avanzare dell'inverno e con esso del freddo che non consentiva nemmeno di scavare trincee e ricoveri efficaci,
Un altro elemento che ha avuto dannose ripercussioni sul morale è stato il problema degli avvicendamenti.
Ai primi di novembre si era appreso che i militari che da un anno erano in Russia dovevano rientrare in Italia sostituiti dai complementi. Gli avvicendamenti, in certi casi, annullarono la capacità operativa di interi reparti, composti tutti di veterani, sostituiti in blocco da eterogenei complementi; le operazioni andarono poi molto a rilento e la battaglia sorprese gran parte dei veterani ancora nei ranghi delle unità combattenti; le sostituzioni infine dovevano avvenire in prima linea, cioè in ambiente quanto mai delicato e difficile,
in quanto la scarsa densità di truppe non consentiva alcun ripiegamento di unità
Tutti questi fattori ebbero negative ripercussioni sul morale dei reparti; ne seguì il preoccupante fenomeno, segnalato dovunque, della larga percentuale di militari di ogni ordine e grado che recatisi in licenza in Italia non fecero ritorno ai Corpi.

CONCLUSIONI
A questo punto, riferendosi ai cinque principi classici e cioè “offensiva (iniziativa)”, “manovra”, massa, “sicurezza” e “sorpresa”, possiamo dire, senza alcun dubbio. che sono stati tutti violati.
Le motivazioni principali sono da ricercarsi:
- negli errori commessi da Hitler nel campo della grande strategia, con la dispersione delle forze nei numerosi Paesi occupati, la scelta di obiettivi divergenti e l'ostinazione con cui ha perseguito l'offensiva anche quando i rapporti di forze, materiali e morali, non erano dei più favorevoli (battaglie di Mosca e Stalingrado);
- nella conseguente assoluta inadeguatezza, per quantità e qualità, delle forze disponibili sul fronte orientale;
- nell'assunzione di un dispositivo tattico e logistico troppo proiettato in avanti;
- nell'immobilismo e nello schematismo dei Comandi ai vari livelli, ormai privi di qualsiasi fantasia operativa
Considerando poi, sempre panoramicamente, gli altri tre principi non si può non rilevare come anch'essi siano stati profondamente disattesi in quanto
- l'unitarietà del comando, indubbiamente difficile da mantenere nell'ambito di Grandi Unità miste, è stata inficiata dalle eccessive ingerenze tedesche a livello strategico e tattico;
- in ambito Gruppo Armate non è stata nemmeno realizzata l'economia delle forze (due Divisioni) ottenibile con un modesto arretramento dell'ala destra dell’Armata;
- le condizioni del morale, già precarie per l'avanzare dell'inverno e per le notizie sui tracolli dell’Asse, sono state aggravate dal modo in cui è stato “gestito” il problema degli avvicendamenti.
In sintesi, nella seconda battaglia difensiva del Don, nessun principio dell'arte della guerra è stato rispettato e il risultato, sotto il profilo militare, è stato un vero disastro Questo tracollo, che purtroppo è costato la vita a 85.000 italiani, non è altro che una conferma, seppure triste e per certi aspetti ovvia, della eterna validità di tali regole.
In altre parole, un capo può arrischiarsi a violare qualcuno dei principi o a dare la preminenza ad uno piuttosto che ad un altro (ad esempio all'offensiva o alla massa a scapito della sicurezza), ma non può permettersi di disattenderli contemporaneamente tutti senza arrivare al rapido e irreversibile collasso dello strumento.
Per concludere: se vogliamo, come mi pare giusto, far scendere i famosi principi dai piedistallo su cui li ha collocati la storia militare, essi conservano in ogni caso il diritto al nostro rispetto. Limitiamoci pure a considerarli un semplice frutto del buon senso, anzichè regole immutabili che insegnano al soldato in modo inequivocabile ciò che devo fare! Essi restano comunque dei principi vantaggiosi che nessun capo può trascurare senza pagarne le conseguenze.
Mi sia consentito a questo punto, anche se altro è stato lo scopo principale delle presenti note, (fare qualche considerazione sul comportamento militare delle unità dell'8° Armata.
Anzitutto da quelle drammatiche vicende emerge chiaramente che gli italiani non hanno bisogno di cercare attenuanti alla loro sconfitta; sconfitta le cui cause profonde hanno sempre trasceso, come si è visto, le possibilità delle nostre truppe e le capacità dei nostri Comandanti; si trattava di eventi decisamente più grandi di loro e le colpa del tracollo va solo attribuita alla imprudente condotta della guerra e delle operazioni militari da parte di Hitler e Mussolini.
Oggi che ricorre quarantennale di quelle vicende, ho ritenuto comunque doveroso ritornare ancora una volta sull'argomento perché il comportamento militare delle nostre unità è stato spesso ignorato e criticato; ignorato per una sorta di puerile partigianeria dagli avversari, che nella seconda battaglia del Don hanno subito durissime perdite; criticato ad arte dai tedeschi che volevano trovare, anche per motivi di propaganda interna, un capro espiatorio ai duri rovesci subiti dalla Wehrmacht alla fine del 1942, Nulla di più falso e disonesto!
L'8° Armata ha ceduto dopo che le Armate tedesche aveva no subito il sanguinoso scacco di Stalingrado e il fronte della 3° Armata rumena, schierata alla nostra destra, era stato infranto e travolto. Di fatto, alla destra dell'Armata italiana tutte le unità tedesche e rumene erano state sbaragliate dalle forze sovietiche dieci volte preponderanti; e sulla sinistra, mentre il Corpo d'Armata alpino ancora resisteva, un'armata ungherese e una tedesca avevano fatto la stessa fine.
Valutando nei dettagli quelle vicende, emerge poi che tutte le nostre Grandi Unità si sono fatte onore.
Per ben 6 giorni, dall’11 al 16 dicembre, il II e XXXV Corpo d'Armata (Divisioni “Cosseria“, “Ravenna” e “Pasubio”) hanno sostenuto, senza cessioni rilevanti, l'urto poderoso e soverchiante dei russi, le tre Divisioni del XXIX Corpo d'Armata (la Infaticabile”Celere”, la “Torino” e la “Sforzesca”) sono state sacrificate, pressoché integre, dall'alleato germanico sulla linea del Don; hanno poi ripiegato compatte combattendo e scrivendo pagine di gloria, come la strenua resistenza del presidio dì Tschertkowo.
Più a nord in mezzo alla steppa, la “Julia” ha tenuto saldamente le sue nuove posizioni per un mese intero, in difficilissime condizioni ambientali e operative per alleggerire la pressione sul fronte del II Corpo d'Armata e del Corpo d'Armata alpino. Tocca ora al Corpo d'Armata alpino essere sacrificato dai tedeschi, ripetendo dopo poche settimane la sorte cui era stato votato il XXIX Corpo d'Armata. Sul Don, soli a contrastare il passo all'avversario, sono restati gli alpini e i fanti della “Vicenza” la quale, ancorché arrivata per ultima, in fretta e furia e senza artiglierie, è riuscita a tenere la linea per oltre un mese; la epica ritirata della “Tridentina”, della “Cuneense” e della “Julia” e le durissime battaglie di sfondamento sono vicende di storia gloriosa oramai a tutti note.
In sintesi, in una visione storica, sia pur sobria, ma obiettiva e completa, non si può non arrivare alla conclusione che nella seconda battaglia del Don tutte le unità italiane si sono comportate con onore ed hanno informato la loro azione al più bei principi dell'etica e del valore militare; è quindi indubbio che le unità dell'8° Armata - nessuna esclusa - hanno rappresentato e rappresentano tuttora un bellissimo esempio per tutti gli italiani e per i giovani alle armi.
Pietro Bonabello

(4) Mario Carloni: “La campagna di Russia”.


Il Colonnello f. (cr.) a.SM Pietro Bonabello ha frequentato l'Accademia Militare, la Scuola di Applicazione, la Scuola di Guerra ed è laureato in scienze politiche. Ha comandato raparti carri nell'ambito delle Divisioni “Centauro”, “Legnano”, “Folgore”, “Mantova”, “ Ariete”, il 13° battaglioni Carri ed stato Vice-Comandante dalla Brigata carazzata “Mameli“ Ha assolto funzioni di Stato Maggiore presso i Comandi dei 3° Corpo d'Armata e della Divisione “Ariete”. Attualmente ricopre l'incarico di Sotto capo di Stato Maggiore del Comando 5° Corpo d’Armata.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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- Gigli: “La seconda guerra mondiale”, Bari, 1964
- SME - Ufficio Storico: “L'8° Armata italiana nella seconda battaglia difensiva del Don”, Roma, 1946
- Valori: “La campagna di Russia (CSIR - ARMIR 1941-1943)”, Roma, 1950
- SME - Ufficio Storico: “Le operazioni delle unita italiane al fronte russo”, Roma, 1977
- SME - Ufficio Storico: “I servizi logistici delle unità italiane al fronte russo, 1941-1943”, Roma, 1975
- Inaudi: “La notte più lunga”, Roma, 1979
- Falls: “L'arte della guerra”, Londra, 1965
- Messe: “La guerra al fronte russo”, Milano, 1964
- Rigoni Stern “Il sergente della neve", Torino, 1965
- Bedeschi: “Centomila gavette di ghiaccio”, Milano, 1968
- Carloni: “La campagna di Russia”, Milano, 1956
- Tramonti: “I bersaglieri dal Mincio al Don”, Milano, 1955
- Odasso: “Col Corpo alpino italiano in Russia”, Cuneo, 1949
- Franzini: “In Russia”, Venezia, 1962
- Giuffrida: “L’ARMIR il generale, la ritirata”, Roma, 1953
- Pugliaro: “I lancieri di Novara”, Milano, 1978
- Raserò: “Alpini della Julia”, Milano, 1977
I disegni che illustrano l'articolo sono stati eseguiti dal pittore Giacomo Raimondi. Il Grand’Ufficiale Franco Siccardi ha provveduto a raccoglierli, unitamente ad altri, nel pregevole volume “La luna marcia all'Ovest” pubblicato dalla AGA
Arti Grafiche Associate di Cuneo, che ringraziamo per averci autorizzato a pubblicarli


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