LE NOSTRE RADICI - OVVERO LA STORIA DEL TURISMO ALL'ARIA APERTA
"Ci salutiamo ...... nel 1950"

di Gian Mario Rocco
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Mi ero impegnato a concludere questa Storia con l'anno 1950.
La descrizione di tanti avvenimenti Campeggistici, non conosciuti, durante i primi 11 anni di campeggio in Italia, mi ha impegnato per 33 puntate ( come gli anni di Cristo). E´ stata una fatica però è stato piacevole per me il poter raccontare i ricordi, le parole e l’ entusiasmo di chi ormai purtroppo non è più fra noi ; siamo prossimi alla conclusione, ma non' è possibile scrivere la parola fine senza raccontare un grande avvenimento di risonanza internazionale, iniziato ancora nel 1950, ma conclusosi nel 1951, di cui sono stati protagonisti tre campeggiatori torinesi:
Butti, Pavesio e Veglia; il "Rallye dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza".

TRE UOMINI - UNA JEEP - UNA TENDA DA ALGERI A CITTÀ DEL CAPO

28 dicembre 1950 - La località di partenza per la traversata da Nord a Sud del Continente Nero fu lasciata alla scelta dei concorrenti che potevano iniziare da Algeri, da Tunisi o da Orano.
Partecipano 43 concorrenti. Hanno firmato il registro di partenza: anche la Renault con una squadra composta da cinque autoveicoli e l'esercito francese. Tutti gli altri concorrenti sono amatori individuali con Bugatti - Buick -Chevrolet - Delahaye - Dodge - FIAT - Hotchkiss - Jeep -Lancia - Lincoln - Peugeot - Volkswagen.
Erano trascorsi 43 anni dal giorno in cui "L'Italia" del principe Scipione Borghese partiva da Pechino, salutata da una folla sbalordita, ed incitata dagli hurràh dei nostri marinai che presidiavano la Legazione d'italia, da quando Luigi Barzini scriveva "partimmo da Pechino ad una velocità che non fu mai vista e non si vedrà mai più".
Quarantatre anni dal giorno del suo trionfo a Parigi dopo la vittoriosa traversata di due continenti. Da allora non vi era più stata una più epica avventura sportiva.
La tecnica sportiva aveva compiuto passi da gigante. Sulle piste del Lago Salato l'auto di Cobb aveva toccato la spettacolosa velocità di 634 km all'ora, ma il successo della macchina poteva entusiasmare i tecnici, non gli uomini, gli uomini comuni, più attratti dall'impresa dell'uomo. dal trionfo dello spirito.
Quarantatre anni densi di avvenimenti sensazionali, con guerre spaventose, ma privi di quelle gare sportive avventurose che affascinano ed entusiasmano.
Quasi mezzo secolo si era snodato dal giorno della Pechino-Parigi, quando la Società Francese degli Amici del Sahara, con la collaborazione degli Automobile Club di Francia e Belgio. diede il via al Rallye Africano che era in progetto da 14 anni: la traversata del continente nero dal Mediterraneo a Città del Capo in quaranta tappe. Media oraria richiesta: massima 50 km ora, minima 30. Una impresa sportiva gigantesca, un viaggio affascinante, ma irto di difficoltà. In lizza quarantatrè macchine con equipaggi americani, francesi, egiziani, tedeschi ed italiani. Tra di essi la Jeep di tre campeggiatori torinesi: Veglia, Butti e Pavesio. I tre giovani si erano iscritti alla gara attratti dall'avventura, su un'auto residuata di guerra, con la minima preparazione di amici, che avevano Conosciuto il deserto in guerra; partivano in concorrenza con equipaggi allenatissimi, tra cui quelli militari francesi, selezionati tra seicento autisti, e con macchine appositamente Costruite, come le due Lancia di Gatta e Cristallin.
Partono il 29 dicembre da Algeri e l'Africa li accoglie subito con i suoi strani contrasti. Freddo e neve alla prima tappa; poi il Sahara. Quattromila chilometri di sabbia e di pietrisco che rodono i copertoni, sabbia in cui la macchina si incaglia, che penetra dappertutto. E niente strade! Le balestre saltano tre volte, ma arrivano egualmente alla fine del deserto in perfetto orario.
Sono senza penalizzazioni e la media oraria è la massima. A Goa, l'Africa equatoriale incomincia a mostrare il suo vero volto; foreste, villaggi di mori, gazzelle cinghiali ed uccelli di tutte le specie.
Il13 gennaio sono a Kano in Nigeria, il 16 a Fort Lamy. Ries~ono a rompere il robusto telaio della Jeep e fanno
800 km prima di trovare un'officina per ripararlo. Intanto l'aggiustano alla meglio con corde e pezzi di legno e la media è ancora salva . Attraversano la zona della caccia grossa dove Butti, nel giorno di sosta, uccide durante una caccia un leopardo. E avanti ancora, Stanleyville, nel Congo, dove un garagista italiano ed i suoi 20 meccanici lavorano gratuitamente per 37 ore alla riparazione della Jeep. Nairobi, dove Rita Hayworth regala la propria fotografia a Butti e, finalmente Livingstone, dove arrivano il 10 febbraio senza un punto di penalizzazione. Sono stanchi morti. la macchina ridotta in uno stato pietoso, ma i meno preparati hanno ormai vinto la gara!
Ancora l'ultimo balzo di 3500 chilometri, in cui sarà la forza d'animo a portarli avanti perché la jeep è ormai sfinita.
Ricevono l'aiuto di altri equipaggi italiani,che sportivamente desiderano vedere trionfare il polveroso tricolore che sventola sull'auto dei tre torinesi. E a Città del Capo sono primi a pari merito con una macchina francese.
Hanno vinto! Un giornale scriverà che il RalIve è stato vinto da una jeep e dal cuore di tre uomini.
Questo è lo spirito sportivo! Partecipare ad una gara anche in condizioni di inferiorità, anche se le possibilità di vittoria sono poche o nulle.
Ed infatti le enormi difficoltà della gigantesca gara automobilistica sono state superate dall'entusiasmo e dalla volontà dei tre giovani. Il RalIve africano è una impresa il cui ricordo resterà caro al cuore di tutti gli sportivi che ne hanno seguito l'impresa, ma particolarmente orgogliosi ne siamo stati noi dell'ACTI perché il successo dei nostri compagni ha dimostrato al mondo intero, la validità e lo spirito sportivo dei campeggiatori italiani.
A maggio, in occasione del 1º Congresso della Federazione Italiana, tenuto a Stresa, festeggiati da campeggiatori convenuti dalla città sedi di associazioni campeggistiche abbiamo offerto ai tre actini una medaglia d'oro a ricordo ed a riconoscenza e per il lustro dato al campeggio italiano.


CONCLUSIONE

Vi sarebbe ancora molto da scrivere sull'iter del campeggio in Italia; quello che è avvenuto dopo il 1950 e quanto è avvenuto prima che abbiamo dovuto tralasciare.
Era nostro desiderio chiudere con una canzone e relativa musica che ha rallegrato tante serate attorno al fuoco di campo; erano tempi, e già l'abbiamo scritto, in cui non si parlava ancora (e nessuno vi pensava) della settimana corta. ma Miclin (cav. Migliore) buon profeta e poeta, con le sue rime invocava da Santa Tenda l'accorciamento della settimana. Non possiamo riportare le rime al completo, ci limitiamo al ritornello, molto significativo, cantato e suonato con le note della famosa canzone "Mè ideal'na casota tranquila". che all'inizio del secolo aveva vinto il festival della canzone piemontese. La canzone adattata al campeggio diceva:

Santa Tenda, giutme d'co ti,
tsass ch'it suspiru sent volte al di
scurssa la sman-a, gavie quaich di
grassia pi bela it faras mai pi

Traduzione:

Oh Santa Tenda aiutami anche tu
Ti penso ogni giorno cento volte e più
Accorcia la settimana levale qualche dì
Grazia più bella non farai mai più

E dopo molti anni Grazia fu !! Due giorni di libertà in tutte le stagioni ogni settimana e si parte anche al venerdì ( i più fortunati anche al giovedì).

Carissimi tutti , spero di non aver annoiato nessuno con queste puntate della Storia delle nostre radici; volutamente l’ho fatta terminare alla 33ª puntata (sempre gli anni di Lui) proprio per evitarmi la crocifissione…….
Non me ne vogliate ma prima di salutarvi e di ringraziare tutti Voi desidero salutare con immenso affetto colui che per primo scrisse del campeggio italiano e che ora sicuramente nel luogo in cui si trova continuerà ad occuparsi di turismo e cercherà di convincere il Buon Dio a seguirlo in qualche paradisiaco Rallye o Raduno:

Ciao Ernesto Saroglia, goditi l’immensità

A tutti voi che mi avete seguito un grazie di cuore ed un grosso abbraccio in particolare al “nostro Beppe” che per primo mi ha “stuzzicato” in quest’ impresa.

Gian Mario Rocco


La Storia…continua
Termina con questo numero la storia del turismo plein air che Mario Rocco ha voluto regalare ad Insieme ed al nostro sito internet.
Un racconto puntuale, appassionato, serio e documentato del quale gliene siamo grati.
Ma la storia continua, come tutti ben sappiamo e si arricchisce quotidianamente di conquiste, di fughe in avanti, di piccolezze e di meschinità.
La ruota gira, per tutti e la pallina a volte finisce sul rosso, a volte sul nero, raramente sullo zero.
Gli ultimi anni del turismo plein air li abbiamo vissuti direttamente, anche grazie al nostro club.
A Mario Rocco l’invito a continuare nello stendere la storia, perché il nostro modo d’intendere il turismo lo merita. Nonostante tutto e tutti, perché una notte sotto le stelle, un’alba in riva al mare, un giorno di fronte alle vette non possono essere distrutti da alcuna piccolezza umana, ed il nostro modo d’intendere il turismo è ricco di stelle, di albe e di tramonti.
Grazie Mario, ma attendiamo il seguito.
Beppe Tassone


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