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di Mario Rocco
Nel 1944 non mi fu possibile
fare del campeggio. Le valli erano rifugio di partigiani, continue
le scorrerie dei tedeschi, con bombardamenti ed incendi di villaggi.
Andati due volte a Pian Soletti~ naturalmente in bicicletta, per
controllare quella mia poca ma preziosa attrezzatura per il campeggio
che mi è stata ben custodita, ed anche per ricuperare due
pacchetti di sigarette che avevo lasciate l'estate precedente e
che in conseguenza della mancanza di tabacco erano diventate preziose.
Andare in bicicletta era l'unico mezzo: a Pessinetto era stato fatto
saltare un ponte stradale ed il binario della ferrovia, e questa
era l'unica strada per poter proseguire, naturalmente con la bicicletta
in spalle.
25 Aprile 1945
Finalmente la guerra
è veramente finita! Si riparla di campeggio.
La meta non poteva che essere ancora Pian Soletti in Valle di Lanzo.
Era vicina a Torino, non vi erano problemi di trasporto, disponevo
di un camioncino e la località poteva essere raggiunta da
tutti in bicicletta o con la corriera.
Con la pace era arrivato in tutti noi il grande desiderio di campeggio,
del contatto con la natura, delle serate attorno al fuoco di campo
in allegria e tanta amicizia.
Ci contammo, eravamo in 15!
Si presentava il problema dell'attrezzatura.
Ebbi in prestito da un amico di Padova che non faceva campeggio
ma era in possesso di una doppia canadese Moretti che era stata
usata in Africa durante la campagna d'Etiopia nel 1935; sui mercati
abbondavano i teli mimetici, residuati di guerra e tutti si diedero
attivamente a cucire e confezionare tende. Per i materassi se ne
trovarono di americani ma costituiti da un solo tubo, infilati in
numero di cinque in una fodera diedero la possibilità di
dormire, qualche tubo a volte dava la sveglia nel meglio di una
dormita, ma rimanevano ancora gli altri. Per chi non aveva materassino
pneumatico si usò come da sempre il sistema dei montanari,
una fodera riempita di foglie di castagno, assai rumoroso, ma si
fecero dormite magnifiche.
Fornelli a benzina anch'essi residuati di guerra americani.
Per i servizi, dato il nostro numero non potevamo usufruire di quelli
della centrale elettrica; trovammo una buona posizione sul torrente
Stura che scorreva sotto al campeggio. Costruii in legno quattro
pareti unite da cerniere di cui una fungeva da porta, un'asse sul
fondo al disotto del quale, "acqua corrente" del torrente.
Avevamo poche pretese, si faceva del campeggio, questo era l'essenziale
e ci rendeva felici, maggiormente si apprezzava perché uscivamo
da anni tragici. Ci ritenevamo dei privilegiati poiché in
quell'agosto del 1945 pochi furono gli italiani che andarono in
ferie, vi erano troppi problemi da risolvere ed il principale quello
della casa che molti avevano avuta distrutta.
Avevamo ancora il problema
della sicurezza. con tanti scontri di cui quelle valli erano state
teatro; pullulavano ancora individui che apparentemente cercavano
un'occupazione o ne davano l'impressione. Anche per tranquillizzare
le donne più timorose, costruii quattro cannoncini, erano
un po' la derivazione di un fucile da caccia a canne mozze, ma ad
una sola canna che si apriva lateralmente; la cartuccia naturalmente
a salve era dello stesso calibro, anzi le stesse usate dai cacciatori.
Il "cane" era tenuto aperto da una leva alla quale era
legata una corda, tirando la corda la leva liberava il "cane"
che richiamato da una molla colpiva il detonatore ed un forte colpo
risuonava per la valle. Le tende erano assai ravvicinate; ai quattro
angoli piantai dei pali che portavano un'assicella sulla quale erano
fissati i cannoncini, il tutto era mascherato da rami di pino. A
sera si collegavano con la corda i cannoncini e così tutto
il perimetro del campeggio era chiuso dalla corda che naturalmente
di notte non si vedeva.
Per ogni emergenza ciascun uomo teneva a portata di mano, a fianco
del giaciglio un nodoso bastone.
Funzionò! o quanto meno si ebbe una prova generale non voluta.
Una notte una forte detonazione ci svegliò, in un attimo
fummo tutti fuori! Era stata la nonna (era voluta venire anche lei
al campeggio), era uscita per una necessità, sapeva dei cannoncini
ma credeva che tenendo la corda questi non sparassero, era proprio
il contrario! Tornammo a letto tranquilli e soddisfatti.
A ottobre ci ritrovammo tutti per la "Bagna Cauda" e per
parlare di campeggio e dei programmi futuri.
Pian Soletti era ormai la nostra palestra, il nostro giardino. Se
alla domenica si decideva di andare in gita fuori porta con l'immancabile
colazione nella natura, si finiva a Pian Soletti, ma quanto sorprendeva
che sempre si incontravano amici campeggiatori o in procinto di
esserlo in seguito alla nostra propaganda.
In una di queste gite incontrai il signor Marchi, direttore delle
tre Centrali della Valle il quale mi chiese se saremmo ancora a
Pian Soletti alle ferie. Risposi che ci stavamo pensando, ma come
campeggiatori dopo cinque anni non più costretti dalla guerra
era logico cambiare. Mi disse "Se venite vi dò la luce
elettrica!" replicai - "Non mi basta desidero anche l'acqua
potabile!" - "Quella non dipende da me, la centrale è
stata costruita nel 1900 anno della mia nascita, non posso sapere
la provenienza" Conclusi "Mi autorizzi a prelevarla e
poi ci penso io!"
Infatti per la luce ci fece regolare contratto con il forfait di
L.27. per 15 giorni! (Non esisteva ancora l'ENEL!!!).
Per l'acqua sapevo ove fare l'attacco; nel 1943 andando per lumache
avevo scoperto per caso il tubo che portava l'acqua ai servizi e
al custode della Centrale. Questa condotta aveva origine da una
camera di decompressione dell'acquedotto costruito a fine ottocento
dal comune di Torino e che alimentava tutta la città con
la famosa acqua del Piano della Mussa. Giungeva a Torino ancora
fresca e vennero allacciate anche le abitazioni. A quel tempo sui
ballatoi vi era un rubinetto in comune, sulle piazze le fontanelle
chiamate ancora oggi Toretto, per la testina di toro simbolo di
Torino e dalla cui bocca zampilla l'acqua a disposizione di tutti.
Fu la fine dei pozzi, scomparvero dai cortili. Sotto alla fontana
vi era anche un secchio da muratore trattenuto da una catena. I
vetturini ed i carrettieri vi si fermavano volentieri ad abbeverare
i cavalli, specie se nei pressi vi era un'osteria per abbeverare
se stessi. Era tale la consuetudine che i cavalli conoscevano le
fontanelle-osteria e si fermavano senza essere guidati.
Non era naturalmente possibile chiudere l'acqua per fare l'attacco,
il rubinetto era a valle cioè in centrale. Preparai un manicotto
in due pezzi, come due grossi gusci di noci, al centro di uno avvitai
un rubinetto, bloccai il manicotto sul tubo ed attraverso il rubinetto
avvitai i tubi iniziando da questo e l'acqua arrivò al centro
del campeggio a disposizione di tutti. Con tronchi costruimmo una
rustica fontana, molto apprezzata perché evitava di dover
andare fino alla centrale con il secchio, e per la dolce... e fresca
acqua!
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